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Il No di Crosetto all’uso della base non ha niente a che fare con la crisi di Sigonella del 1985

L’analogia tra il diniego procedurale del governo Meloni e lo scontro Italia-USA con Craxi e Reagan è soltanto geografica. La differenza è di postura politica, di ruolo internazionale e, soprattutto, di rivendicazione della sovranità nazionale.
A cura di Roberta Covelli
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Gli attacchi statunitensi contro l’Iran sono ormai cronaca quotidiana e, mentre la Spagna di Sanchez e la Francia di Macron negano lo spazio aereo ai velivoli militari diretti in Medio Oriente, chiarendo la propria contrarietà alla guerra di Trump e Nethanyahu, l’Italia ha impedito l’uso della base di Sigonella ai bombardieri USA.

La scelta, però, non è politica, ed è lo stesso ministro Crosetto ad affrettarsi a chiarirlo via social: "non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli USA".

Il ministro della difesa del governo Meloni ha negato l’uso della base militare siciliana agli aerei americani per una violazione delle procedure. L’analogia geografica ha indotto molti, compresa Stefania Craxi neocapogruppo di Forza Italia, ad azzardare un paragone storico con la crisi di Sigonella del 1985. Ma l’idea che il diniego opposto dall’Italia agli Stati Uniti di Donald Trump sia una riedizione della sfida di Bettino Craxi a Ronald Reagan è una suggestione impropria e fuorviante. Se allora si consumò uno scontro su giurisdizione e sovranità politica, oggi siamo di fronte a una questione puramente procedurale, che di sovranista (e di storico) non ha nulla.

Il No di Crosetto è su un vizio procedurale

Il diniego opposto dal Ministero della Difesa all'atterraggio di alcuni cacciabombardieri statunitensi non nasce da una divergenza strategica sugli scenari in Medio Oriente, né da un conflitto diplomatico e di potere. Si tratta invece di un caso di mancato rispetto delle procedure autorizzative previste dagli accordi bilaterali: gli aerei militari statunitensi hanno inserito lo scalo siciliano nel piano di volo a prescindere dal via libera preventivo da parte delle autorità italiane, richiesto a operazione già iniziata, con i caccia già in volo, quasi fosse una formalità.

Di fronte a questa irregolarità, segnalata dal capo di Stato maggiore della Difesa Luciano Portolano, il ministro Crosetto ha negato l’autorizzazione. Ma il nostro non è un atto ostile, né una rivendicazione di sovranità: l’alleanza resta solida e deve basarsi sul rispetto di accordi e protocolli. In altri termini, il diniego italiano è poco più che un rifiuto amministrativo, tutt’altro rispetto a quanto accadde nel 1985.

Sigonella 1985: lo scontro Italia-USA sulla giurisdizione

La notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985, sulla pista dell’aeroporto di Sigonella, si fa la storia. L’immagine è surreale, un’istantanea di guerra tra alleati: al centro della pista c’è un Boeing 737; a circondarlo, uomini dell’aeronautica e carabinieri italiani; intorno a loro, ci sono i reparti speciali della Delta Force statunitense, pronti a intervenire; a chiudere il perimetro, altri militari italiani, per neutralizzare la minaccia a stelle e strisce.

Quella drammatica situazione di stallo militare e diplomatico arrivava all’esito del dirottamento dell’Achille Lauro, una nave da crociera sequestrata da un commando terroristico palestinese: quattrocento passeggeri in ostaggio (e un turista ebreo-statunitense ucciso, come si apprese nelle ore successive) per pretendere il rilascio di 50 prigionieri detenuti da Israele. Dopo diversi giorni di negoziazione, i dirottatori si arresero alle autorità egiziane in cambio della promessa di un salvacondotto. Ma, raggiunto l’accordo e con terroristi e negoziatori in volo verso la Tunisia, gli Stati Uniti intervennero unilateralmente, intercettando il velivolo egiziano nello spazio aereo internazionale e costringendolo ad atterrare a Sigonella, base NATO sul suolo italiano.

Quella notte il governo italiano rivendicò la propria giurisdizione con fermezza. E il paragone tra la storia di allora e la cronaca di oggi è impietoso.

Dalla sovranità nei fatti al sovranismo in campagna elettorale

Nel 1985 l’Italia agiva in base a una visione politica autonoma, difendendo il diritto nazionale e internazionale anche a costo di una rottura diplomatica senza precedenti con l’amministrazione statunitense. Quella di Sigonella fu una rivendicazione di sovranità che poggiava su una postura diplomatica attiva nel contesto internazionale: governo e diplomazia erano consapevoli e partecipi nelle negoziazioni, avevano una posizione sulla questione palestinese, un ruolo negli equilibri geopolitici, e all’alleanza atlantica, pur profondamente influente nella storia d’Italia, non era concesso violare plasticamente la sovranità nazionale.

Oggi sono gli atti stessi del governo Meloni a segnare la distanza da quella postura, non solo nelle scelte collegiali ma anche nelle dichiarazioni dei singoli ministri. Se il ministro Crosetto nega la base di Sigonella per un vizio procedurale, lo spazio aereo italiano resta invece aperto ai voli di Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di arresto per crimini contro l’umanità; e non è un’eccezione, ma si inserisce in una linea già tracciata di delegittimazione della Corte Penale Internazionale, come dimostra il caso Almasri.

Se un tempo il rispetto del diritto internazionale poteva essere uno strumento di forza politica, una leva per affermare autonomia e capacità di mediazione, in coerenza con l’articolo 11 della Costituzione, oggi appare, al contrario, come un vincolo elastico, da rispettare o aggirare a seconda delle convenienze. Lo si è visto nelle dichiarazioni e nell’atteggiamento di Antonio Tajani, ministro degli affari esteri, che quando la Global Sumud Flotilla è stata minacciata e illegalmente intercettata da Israele, ha sostenuto che il diritto internazionale conta "fino a un certo punto", e che si è poi presentato al Board of Peace, con un cappellino pro-Trump in mano e un ruolo da spettatore irrispettoso rispetto al dettato costituzionale italiano. La stessa Giorgia Meloni ha dovuto notare che la Costituzione, che prevede la partecipazione a organismi internazionali solo "in condizioni di parità con gli altri Stati", impedisce l’apporto italiano a dinamiche di spartizione che calpestano i diritti umani e l’autodeterminazione dei popoli.

Il punto è proprio nella dignità con cui si rivendica la sovranità nazionale. Un tempo, anche a costo di un incidente diplomatico (e della caduta del governo), la sovranità si esercitava come pratica politica, anche nel conflitto, quando necessario. Oggi, invece, si è trasformata in sovranismo: un richiamo identitario che si consuma nel linguaggio e si ritrae nell’azione. Le cautele del ministro Guido Crosetto, le ambiguità rivendicate da Antonio Tajani, fino al "non condanno né condivido" di Giorgia Meloni sull’intervento statunitense in Iran sono tasselli coerenti di una stessa postura.

È per questo che l’accostamento con la crisi di Sigonella del 1985 ha, in fondo, la sola analogia geografica. Per il resto, sono gli atti di questo governo a segnare la distanza. Il diritto internazionale diventa selettivo, la partecipazione agli equilibri globali si riduce a una presenza ancillare (quasi cortigiana, come nel caso del Board of Peace) e anche quando il conflitto diplomatico sarebbe necessario, si evita sistematicamente ogni attrito, rifugiandosi in giustificazioni procedurali.

Così, ciò che un tempo era uno strumento per esercitare la sovranità si trasforma nel suo contrario: un alibi per non praticarla. Un paradosso per un governo di sovranisti.

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Nata nel 1992 in provincia di Milano. Si è laureata in giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci e il diritto al lavoro, grazie alla quale ha vinto il premio Angiolino Acquisti Cultura della Pace e il premio Matteotti. Ora è assegnista di ricerca in diritto del lavoro. È autrice dei libri Potere forte. Attualità della nonviolenza (effequ, 2019) e Argomentare è diabolico. Retorica e fallacie nella comunicazione (effequ, 2022).
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