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Orrico (M5s): “Ogni donna che si ribella sfida un sistema millenario di oppressione”

Nelle ultime settimane la senatrice del M5S Anna Laura Orrico ha reso pubblici insulti sessisti ricevuti online, denunciando come il linguaggio violento ostacoli la partecipazione delle donne alla vita politica. A Fanpage.it riflette sul sessismo istituzionale, sulla necessità di strumenti concreti di tutela e sull’importanza di percorsi di empowerment femminile.
Intervista a Anna Laura Orrico
Senatrice del Movimento 5 Stelle
A cura di Francesca Moriero
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Negli ultimi anni sempre più donne impegnate in politica e nella vita pubblica hanno scelto di rendere pubblici gli insulti sessisti ricevuti sui propri social. Un linguaggio violento, spesso brutale, che non colpisce soltanto sul piano personale ma rivela un problema più profondo: la difficoltà, ancora oggi, di riconoscere pienamente l'autorevolezza e la leadership femminile negli spazi del potere e del dibattito pubblico. Tra loro c'è anche la senatrice del Movimento 5 Stelle Anna Laura Orrico, che nelle ultime settimane ha deciso di condividere alcune delle offese ricevute online.

In questa intervista a Fanpage.it ripercorre episodi vissuti direttamente nella sua esperienza politica e istituzionale e riflette sulle radici culturali del sessismo che attraversa il confronto pubblico. Un fenomeno che, spiega, passa spesso attraverso il linguaggio: dalle aggressioni verbali agli atteggiamenti paternalistici, fino ai tentativi di delegittimare il ruolo delle donne nelle istituzioni. Ma accanto alla denuncia c'è anche la ricerca di risposte concrete. Orrico parla della responsabilità delle piattaforme digitali, della necessità di strumenti più efficaci per contrastare la violenza online e dell'importanza di costruire reti di sostegno e percorsi di formazione per le giovani donne che vogliono impegnarsi in politica. Perché l'8 marzo, ormai alle porte, sostiene, non può restare soltanto una ricorrenza simbolica: deve diventare, anzi, un punto di partenza per rafforzare concretamente la partecipazione delle donne, la loro leadership e il loro protagonismo nello spazio pubblico, rompendo barriere culturali e istituzionali che ancora oggi limitano il pieno riconoscimento dei loro diritti e delle loro competenze.

Senatrice Orrico, nelle ultime settimane ha reso pubblici alcuni insulti sessisti ricevuti sui social, che purtroppo molte donne che lavorano nello spazio pubblico, come lei, conoscono bene. Quanto crede che questo tipo di linguaggio influenzi oggi la partecipazione femminile al dibattito pubblico e alla politica?

Il linguaggio condiziona non solo la partecipazione delle donne al dibattito pubblico e politico, ma spesso condiziona la stessa agibilità degli spazi di confronto nei quali si articola la vita pubblica. Dai complimenti non richiesti, ai vezzeggiativi usati da certi uomini – sempre non richiesti – alle aggressioni verbali frutto dell’incapacità di riconoscere ruoli e funzioni politiche, istituzionali e pubbliche alle donne. Sono tutti fattori che quotidianamente rendono la presenza delle donne nell'agone politico una vera battaglia di resistenza morale e psicologica. L'atteggiamento paternalistico di una società che ha sempre riconosciuto agli uomini l'uso esclusivo del potere, così come l’esercizio di ruoli di leadership politica, si traduce in una barriera che scoraggia tantissime donne chiamate ad affrontare la complessità di questi ruoli quasi sempre con la sensazione di dover dimostrare più di quanto venga richiesto.

Le è mai capitato, nella sua esperienza politica, di subire direttamente altri episodi di sessismo oppure di assistere a situazioni simili rivolte ad altre donne nelle istituzioni o nel dibattito pubblico?

Personalmente ho notato due piani. Uno formale, che poi è sostanziale, ed uno più concreto, fatto di atteggiamenti. Riguardo il primo, come non ricordare quando, durante un celebre dibattito televisivo, il mio avversario politico non riuscendo a prevalere nel confronto disse al conduttore di "abbattermi". Senza contare quelle volte in cui io vengo indicata come "dottoressa" mentre i colleghi uomini come "senatori e onorevoli". Finanche da sottosegretaria alla Cultura durante il governo Conte 2, in contesti pubblici, ho dovuto specificare l'uso del termine al femminile. Ma il sessismo, e qui veniamo al secondo aspetto, si manifesta soprattutto nel confronto con i colleghi che non tollerano l'esercizio della leadership da parte mia e quando faccio notare loro che ruoli e funzioni vanno rispettate scatta subito l'atteggiamento aggressivo per inibire la mia determinazione. Con una donna non si hanno scrupoli a fare invasione di campo.

Perché secondo lei il dissenso verso una donna si trasforma così spesso in violenza sessista?

Nell'immaginario di una società ancora profondamente patriarcale e maschilista la donna è percepita troppo spesso come una figura fragile, di contorno, collaterale. Un soggetto tenuto ad adeguarsi allo status quo nel quale non è previsto che diventi protagonista. Ecco perché nel momento in cui essa si pone in posizione antagonista scatta il tentativo di colpirla attraverso la violenza sessista. Il dissenso di una donna è un atto di ribellione contro un sistema millenario di sopraffazioni e atteggiamenti giudicanti che hanno mortificato le capacità intellettive ed emotive di intere generazioni. La donna che dissente è una donna che rompe l'oggettificazione che su di essa si compie.

Lei ha scritto che denuncerà questi attacchi. Oggi, quando una donna decide di reagire, trova davvero strumenti efficaci per tutelarsi oppure tra leggi, tempi della giustizia e funzionamento delle piattaforme il sistema finisce ancora per scoraggiare chi prova a difendersi?

Come sempre nel nostro sistema Paese è tutto farraginoso e lungo, e purtroppo le piattaforme social sono un sistema gestito da privati che non sempre hanno interesse a tutelare la dignità della persona ma piuttosto a garantire traffico per fare profitto. Bisognerebbe creare un sistema in cui alle identità virtuali dei "leoni da tastiera" si associ obbligatoriamente una identità reale così chi è intenzionato a criticare il prossimo, legittimo per carità, ci penserebbe però due volte prima di commentare in modo offensivo, violento e deprecabile. Inoltre, alla denuncia presso le autorità competenti dovrebbe seguire una sospensione automatica del profilo social di chi ha commesso violenza digitale. Tutto questo, significherebbe assumersi le proprie responsabilità. Mi auguro che le autorità che investirò della mia vicenda si adoperino scrupolosamente per rendermi giustizia.

Siamo alla vigilia dell'8 marzo: che significato ha oggi questa data per chi, come Lei, vive quotidianamente la politica e lo spazio pubblico? E quali cambiamenti concreti servirebbero perché non resti solo una giornata simbolica ma diventi un punto di svolta reale nelle tutele e nella partecipazione delle donne?

Sono convinta che ricordare l'8 marzo e celebrare la giornata internazionale della donna sia possibile solo se quotidianamente chi, oggi, come me, che ricopre ruoli istituzionali rilevanti, eserciti un’attività di mentoring verso le donne più giovani, creando nuovi e maggiori spazi di agibilità femminile non solo in politica ma in qualunque altro settore. Quindi formazione, affiancamento a chi muove i primi passi in politica e nelle istituzioni, presenza costante in tutte le battaglie per conquistare nuovi diritti e consolidare quelli esistenti. Personalmente ho cercato di trasformare il mio impegno nelle istituzioni in un'occasione per lavorare sul rafforzamento delle capacità di leadership delle giovani donne e sul cosiddetto empowerment femminile contribuendo ad avviare nella mia regione, la Calabria, il progetto Prime Minister. Ovvero una scuola politica per ragazze, senza le ingerenze dei partiti, con l'intento di far confrontare più generazioni di donne impegnate in politica, nelle professioni, nell'imprenditoria e nel settore pubblico al fine creare un legame di solidarietà intergenerazionale e dimostrare coi fatti che la strada della politica è per loro percorribile, eccome.

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