"Ho scritto insieme al collega Nicola Fratoianni una lettera al Presidente del Copasir, Raffaele Volpi, per chiedere di fare chiarezza sui rapporti tra i servizi segreti italiani e il trafficante di essere umani al-Bija in seguito a diverse inchieste giornalistiche": lo annuncia il deputato del Partito Democratico, Matteo Orfini. Nella lettera al neo eletto presidente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, il parlamentare dem chiede chiarimenti riguardo ai rapporti fra funzionari italiani e trafficanti libici. Il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, anche lui firmatario della lettera, ha spiegato: "Per fare chiarezza ed individuare eventuali responsabilità o comportamenti non adeguati assunti da parte delle autorità e delle figure istituzionali coinvolte per il nostro Paese, riteniamo fondamentale che il Copasir affronti la questione dei rapporti opachi tra Italia e milizie libiche".

La inchieste giornalistiche alla base della lettera

La lettera indirizzata a Volpi si basa in primo luogo su un'inchiesta realizzata da Nello Scavo e pubblicata sul quotidiano Avvenire lo scorso 4 ottobre, in cui si ricostruisce attraverso delle foto un incontro avvenuto nel maggio 2017 al Cara di Mineo. Nelle immagini si vedono dei funzionari italiani insieme a una delegazione del governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale. Obiettivo della riunione sarebbe stato lo studio di un modello di gestione dell'accoglienza da replicare in Libia. Fra i delegati di Tripoli si vede anche Abd Al-Rahman al Milad, un individuo conosciuto anche come al-Bija. 

Al-Bija, si legge nella lettera, " è il capo delle milizie di Zawiya, che comanda la guardia costiera e sembrerebbe essere in stretti rapporti con chi gestisce il centro di detenzione della città". Sempre lo stesso reportage spiega che la presenza di al-Bija viene in quell'occasione motivata in quanto il funzionario sarebbe ufficialmente descritto come "uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia". Nel maggio di quello stesso anno, anche una foto comparsa sul sito della Guardia costiera italiana testimonia la presenza di al-Bija nel nostro Paese. Questa volta ad una visita al comando generale della Guardia costiera di Roma, a cui i funzionari libici e alcuni rappresentanti dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), avrebbero partecipato nell'ambito di un progetto descritto come "un’importante opportunità per trattare argomenti cruciali quali la ricerca e il salvataggio della vita umana in mare, il border control, l’attuale divisione delle aree SAR nel Mediterraneo centrale e il progetto di cooperazione tra Italia e Libia".

La lettera di Orfini e Fratoianni prosegue elencando una serie di inchieste giornalistiche che dimostrano la vicinanza di al-Bija all'ambiente di violenze e torture dei trafficanti di esseri umani in Libia. Vengono citati degli articoli di Nancy Porsia che riportano fonti militari di Zawiya per cui al-Bija sarebbe il "capo indiscusso del traffico dei migranti", tanto che "o i trafficanti pagano o al-Bija sguinzaglia i suoi uomini per attaccare le imbarcazioni". Al-Bija viene inoltre definito come la figura al vertice della gestione del centro di detenzione di Zawiya, in cui varie volte sono stati documentati i metodi brutali riservati ai migranti. Sono molti altri i reportage menzionati nella lettera che accertano le connessioni di al-Bija con il traffico di esseri umani. Vengono anche riportati due articoli di Franco Bechis per cui anche fonti ufficiali libiche confermano la presenza, nel maggio 2017, di al-Bija in Italia "per essere addestrato da alcuni ufficiali della Guardia costiera italiana". Secondo le stesse fonti, l'uomo avrebbe alloggiato in un hotel a Roma insieme ad altri uomini della Guardia costiera di Tripoli.

La presenza di al-Bija in Italia

Lo scorso giugno 2018, prosegue la lettera, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha inserito al-Bija, definendolo appunto il comandante della Guardia costiera di Zawiya, nella lista degli individui sottoposti a sanzione. Qualche giorno fa, il sottosegretario al Ministero dell'Interno, Achille Variati, in risposta ad un'interrogazione presso la commissione Affari Costituzionali alla Camera ha tentato di fare chiarezza sul caso, ma i dubbi riguardo alla presenza di Italia di al-Bija e ai suoi rapporti con i funzionari italiani rimangono. Variati ha confermato l'autorizzazione della visita nel nostro Paese ad una delegazione di 14 funzionari libici nel maggio 2017 "per uno scambio informativo e di buone prassi sulla gestione dell'immigrazione e sul sistema di accoglienza  nell’ambito del progetto SEE
DEMM. Si tratta di un progetto realizzato nell'ambito del Programma Regionale di Sviluppo di Protezione del Nord Africa, finanziato dalla Commissione Europea per il 90% e realizzato in Libia dall'Oim, con l'obiettivo di supportare le Autorità Libiche e la società
civile nella gestione di migranti, rifugiati e richiedenti asilo
".

Tra i componenti della delegazione, ha continuato Varati, come ufficiale della Guardia costiera libica figurava il nominativo di Abdurahmans Salem Ibrahim Milad, il quale era in possesso di un regolare visto di ingresso, rilasciato dalla Rappresentanza italiana diplomatica in Libia. Tuttavia, ha poi affermato il sottosegretario, tale nominativo sarebbe poi stato ricondotto alla figura di al-Bija. "Si evincerebbe da quanto dichiarato che un criminale sia stato accolto nel nostro Paese ed abbia partecipato ad incontri istituzionali sotto falso nome", commentano Orfini e Frantoianni nella lettera al presidente del Copasir.

Pertanto, si chiede di " fare chiarezza su tutto quanto sopra esposto ed individuare eventuali responsabilità o comportamenti non adeguati assunti da parte delle autorità e delle figure istituzionali coinvolte per il nostro Paese". L'appello al Copasir è quindi quello di "verificare le ragioni per le quali sia stato invitato nel nostro Paese a partecipare ad incontri istituzionali un individuo come al-Bija, che risulterebbe svolgere attività illecite nel traffico dei migranti e si sarebbe macchiato di crimini e violenze e, soprattutto, se le agenzie di informazione e sicurezza italiane fossero informate e quali opportune e sistematiche verifiche svolgano sugli interlocutori libici delle nostre autorità, anche al fine di evitare loro di interloquire con criminali e trafficanti".