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Opinioni
30 Novembre 2018
09:46

Operai in nero in azienda, il padre di Di Maio: “Non sapeva, la responsabilità è solo mia”

“Hanno attaccato Luigi con una ferocia spropositata. Stanno cercando di colpirlo ma lui non ha la minima colpa. Non era a conoscenza di nulla. Le mie responsabilità non possono ricadere sui miei figli. Tornare indietro non si può ma se potessi riavvolgerei il nastro per non ripetere gli errori del passato. Questo non è possibile quindi posso solo dire che mi dispiace”, ha dichiarato al Corriere della Sera Antonio Di Maio, padre del vicepremier.
A cura di Charlotte Matteini
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Dopo giorni di polemiche e accuse incrociate, il padre del vicepremier Luigi Di Maio racconta la propria versione dei fatti in merito ai casi di lavoro nero nella sua azienda scoperti da Filippo Roma de Le Iene. "Le mie responsabilità non possono ricadere sui miei figli", sottolinea Antonio Di Maio in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera.

"Mio figlio, giustamente, ha preso le distanze dagli errori che ho commesso, ha garantito subito la massima trasparenza presentando tutte le carte. Non si è sottratto alle domande, non ha fatto nulla per favorirmi o nascondere fatti ed ha fatto bene. Lo conosco, è mio figlio, non avrebbe potuto avere altro comportamento perché è una persona onesta. Come potrà immaginare è la cosa che mi dispiace di più. Hanno attaccato Luigi con una ferocia spropositata. Stanno cercando di colpirlo ma lui non ha la minima colpa. Non era a conoscenza di nulla. Le mie responsabilità non possono ricadere sui miei figli. Tornare indietro non si può ma se potessi riavvolgerei il nastro per non ripetere gli errori del passato. Questo non è possibile quindi posso solo dire che mi dispiace", prosegue il padre del vicepremier.

Nelle carte lei ammette di aver pagato in nero alcuni operai, possibile che non ne avesse mai parlato in famiglia?
«Sì e mi dispiace. Come papà ho sempre cercato di tutelare la mia famiglia. Ho affrontato i momenti difficili da solo, senza parlarne con i miei familiari perché non volevo si preoccupassero. Sono pronto a rispondere dei miei errori. Ma dovete lasciar stare la mia famiglia, i miei figli che non c’entrano nulla con tutto questo. Quando si commettono degli errori li si nasconde ai propri figli perché si ha paura che possano perdere la stima nei tuoi confronti. Io volevo che i miei figli fossero orgogliosi del loro papà. E ora non so se è così ed è la cosa che mi fa più male».

Perché sua moglie ha deciso di ricoprire il ruolo di amministratore della società? È vero che in quanto insegnante e dipendente pubblica per legge non poteva ricoprire tale incarico?
«Lo abbiamo scoperto negli ultimi anni è così ci si è attrezzati per cederla. Abbiamo sempre detto ai nostri figli che era tutto in regola».

Perché ha tirato in mezzo suo figlio in questa vicenda nominandolo socio quando era già in politica?
«Tenevo molto a questa attività, ha sempre avuto per me un valore anche affettivo. Volevo lasciare qualcosa ai miei figli e poi Rosalba studiava per diventare architetto. Luigi non ha mai gestito questa azienda, ne era solo socio».

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Milanese, classe 1987, da sempre appassionata di politica. Il mio morboso interesse per la materia affonda le sue radici nel lontano 1993, in piena Tangentopoli, grazie a (o per colpa di) mio padre, che al posto di farmi vedere i cartoni animati, mi iniziò al magico mondo delle meraviglie costringendomi a seguire estenuanti maratone politiche. Dopo un'adolescenza turbolenta da pasionaria di sinistra, a 19 anni circa ho cominciato a mettere in discussione le mie idee e con il tempo sono diventata una liberale, liberista e libertaria convinta.
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