Sant'Andrea di Conza è un paese di mille anime in altissima Irpinia, al confine con la Basilicata. È un piccolo paradiso di stradine di pietra e case addossate su mille dislivelli. Lì c'è l'aria pura, ma non tanto per dire. Tu stai respirando e all'improvviso ti accorgi che è diverso da come lo fai di solito, l'aria ha un altro odore. Di un posto così è facilissimo innamorarsi; è praticamente impossibile non farlo se ci sei nato.

Se sei nato lì, però, sai che pure se sei innamorato a un certo punto devi andartene. Manca una generazione a Sant'Andrea: ci sono i bambini, qualche adulto e poi anziani, un sacco di anziani. Tutto l'anno i giovani sono fantasmi, vagano in giro per la Campania e l'Italia per studiare, lavorare, costruirsi una prospettiva qualunque. Perché se sei nato in un paese di mille anime una prospettiva qualunque te la devi costruire altrove, e quindi prepari armi e bagagli e prendi il volo, sperando di poter tornare, e non solo d'estate. Perché d'estate Sant'Andrea si anima, si raddoppia nella popolazione, si arricchisce di voci e risate, di ragazzi e ragazze che da tutti gli angoli del paese convergono verso un'unica direzione, casa loro.

Questa estate un gruppo di loro, di folli coraggiosi, ha deciso che non deve essere per forza così, che quella tristezza che uno si riporta il primo settembre dovendo lasciare la propria terra esige di essere riconosciuta e deve acquisire un valore maggiore. Hanno fondato un'associazione che si chiama "Io voglio restare in Irpinia", e vanno dicendo che uno deve poter scegliere se partire o no, che uno può anche vedere il mondo, ma se vuole stare a casa sua deve avere tutte le possibilità di farlo e riuscire contemporaneamente a realizzarsi. Per presentarsi hanno aspettato i giorni in cui il paese fosse più pieno, dopo il quindici di agosto, quando tornano proprio tutti, e hanno organizzato un festival. Perché d'estate non tornano solo i giovani: moltissimi santandreani da tutto il mondo accorrono, appena possibile, a fare scorta di aria buona e e paesaggi sconfinati. C'è un nutrito gruppo che sta in Australia, che ha formato una piccola comunità ricostruendo l'amata atmosfera familiare dall'altra parte del mondo. Tra loro c'è Totonno, che è stato uno degli ospiti del festival dei ragazzi di Io voglio restare.

Il primo incontro, infatti, aveva come tema le migrazioni "di ieri e di oggi", e prevedeva vari ospiti tra cui Totonno e Alain, un ragazzo della Costa d'Avorio rifugiato politico che collabora con una locale cooperativa di accoglienza. Si sono seduti dietro lo stesso tavolo, e hanno raccontato le loro esperienze. Totonno, che a vent'anni è stato costretto a lasciare la terra che amava e che, tra le lacrime, racconta di non aver mai smesso di pensare a lei. Per diciott'anni non ci è potuto tornare. Ci volevano troppi soldi, non guadagnava abbastanza ma risparmiava gelosamente per poterselo, un giorno, permettere. Ha potuto riabbracciare con lo sguardo il verde di quelle montagne solo dopo tantissimo tempo, e da allora ogni cinque anni, risparmiando ogni spicciolo per tornare nella sua amata Sant'Andrea. Alain era uno studente di filosofia in Costa d'Avorio. Non era povero, non aveva fame, stava bene dove stava. Finché un giorno qualcuno non ha deciso di "costringerlo a fare delle cose brutte", e l'unica cosa che ha potuto fare per evitarlo è stata mettersi su un aereo e fuggire qui. Non è arrivato su un barcone Alain, e con schiettezza e francamente ti dice in faccia che non è vero che uno fugge solo per fame, che non è vero che uno deve essere accolto solo per pietà.

Alain e Totonno stavano dietro allo stesso tavolo, un uomo di settant'anni e un ragazzo di meno di trenta, e si confrontavano sul fatto che erano stati costretti per una ragione o per un'altra a lasciare la terra che amavano, e concordavano sul fatto che non importa per quale ragione tu lo faccia: il tuo posto, il tuo paese, ti resta dentro e ti manca per tutta la vita e, già solo per questo, dovunque tu vada dovresti trovare solo braccia pronte ad accoglierti.  Sentendoli discutere tra loro pensavo a tutti quelli che pensano di poter sindacare sull'umanità, sull'opportunità o meno di accogliere, di fornire o rifiutare aiuto a qualcuno. Pensavo a tutti quelli che si riempiono la bocca di altre necessità, di "prima gli italiani", di "noi andavamo all'estero ma era diverso", e li deridevo amaramente, pensando che si attestano il diritto di parlare a nome di quelli che non conoscono, di quelli che come Totonno veramente hanno lasciato le proprie radici senza sradicarsi mai, e si portano dentro un dolore enorme e in virtù di questo provano empatia con Alain e con chiunque altro abbia fatto la stessa cosa.

Pensavo a questo quando Totonno, tra le lacrime, raccontando della sua esperienza, ha detto una frase di una semplicità disarmante: "Voi non potete avere idea di come è brutto emigrare. Emigrare significa che tu saluti tua mamma e poi non la vedi più". E mentre lo diceva io ho pensato che queste tre parole in fila, questo concetto facile facile, basterebbe a smontare qualunque retorica razzista che prova a giustificare l'inumanità dietro necessità maggiori. Perché ogni migrazione è una sofferenza, e troppo spesso ce ne dimentichiamo.