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Nuovo Patto di Stabilità, perché la riforma è ora a un punto di svolta

La trattativa sul Patto di stabilità sta entrando nella fase finale. Domani sera i ministri delle Finanze dei 27 si riuniranno per una cena informale con l’obiettivo di arrivare a un accordo sulle nuove regole di governance economica da portare all’Ecofin di venerdì.
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A cura di Annalisa Cangemi
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La riforma del Patto di Stabilità è giunta a un punto di svolta. Domani sera i ministri delle Finanze dell'Eurozona, incaricati si scrivere il nuovo testo che dovrà sostituire il precedente sospeso a causa della pandemia – la sospensione si è protratta per i successivi tre anni dopo lo scoppio della guerra in Ucraina e la crisi energetica che ne è derivata – si riuniranno per una cena informale con l'obiettivo di arrivare a un accordo sulle nuove regole di governance economica da portare all'Ecofin di venerdì.

Secondo quanto riferito da un alto funzionario Ue a La Presse sono stati fatti "enormi progressi negli ultimi mesi e penso che ci siano ottime possibilità di concludere la riforma nel prossimo futuro", anche se sui tempi non c'è certezza: "siamo abbastanza vicini" a un accordo, si è limitato a dire.

La presidenza spagnola di turno del Consiglio Ue sta facendo di tutto per portare a casa la riforma chiave del suo mandato entro la fine dell'anno, che dovrebbe fissare le regole di bilancio che ogni Paese è chiamato a rispettare per far parte dell’Unione. Il rischio è che non si arrivi in tempo ad approvarla entro la fine della legislatura europea e che tornino le vecchie regole ormai obsolete.

A partire dal 1 gennaio 2024 infatti il patto tornerà in vigore, e la Commissione Ue ha presentato mesi fa una sua proposta di riforma che dovrebbe prevedere regole più elastiche per i Paesi. La proposta della Commissione deve però essere approvata ed eventualmente modificata dai 27 Stati membri che devono decidere entro fine anno. In sostanza, le nuove regole prevedono che l'esecutivo Ue elabori una traiettoria tecnica di rientro del debito basata sulla sua analisi di sostenibilità del debito stesso, che porterà a un percorso di spesa limitato dalle due salvaguardie del debito e del deficit. Poi spetterà a ogni Stato membro redigere il suo piano strutturale a medio termine in cui descriverà anche le riforme e gli investimenti, che può essere di 4 anni estendibile fino a 7.

Ma la trattativa non è semplice. Per il momento le posizioni tra i governi restano distanti su punti cruciali che riguardano l'entità degli sforzi di bilancio per ridurre anno per anno debito e deficit; il margine di deficit pubblico in rapporto al Pil consentito in tempi ordinari al di sotto del 3%; l’estensione del periodo di aggiustamento da 4 a 7 anni.

Il Sole 24 Ore spiega che i tecnici sono al lavoro in queste ore per preparare le simulazioni: c’è una nuova proposta dettagliata della presidenza spagnola sui punti controversi e si fanno i conti. Le ipotesi per un'intesa vengono tradotti in percorsi di riduzione del debito e del deficit Paese per Paese nei prossimi anni.

La traiettoria tecnica per la spesa pubblica primaria netta (sarà il nuovo indicatore unico di riferimento) che la Commissione preparerà per i Paesi con debito superiore al 60% del Pil o con deficit/Pil superiore al 3% valido per un periodo di aggiustamento di 4 anni estendibile a 7, dovrà assicurare un calo del debito/Pil di una media minima annua di un punto percentuale di Pil per tutto il tempo in cui il debito/Pil eccede il 90% (nel 2024 sei paesi tra cui Italia, Francia e Spagna); di mezzo punto percentuale se il debito/Pil è fra il 60%e il 90%.

In sostanza, indica un documento della presidenza spagnola preparato per le riunioni di Eurogruppo ed Ecofin, "il percorso della spesa netta assicurerà un parametro di rifermento medio di riduzione del debito differenziato a seconda dei livelli del debito". All’indicatore sulla spesa netta e sul debito viene aggiunta quella che viene chiamata "salvaguardia per la resilienza del deficit".

Si tratta della clausola tedesca sostenuta anche da Austria, Olanda, Finlandia Svezia. Il consolidamento in sostanza non deve fermarsi al 3%, ma andare oltre per assicurare un margine di manovra (di qui l’uso del termine resilienza) pari all’1,5% del Pil in "circostanze economiche normali" allo scopo di avere spazio "per manovre di bilancio considerando in particolare la necessità di investimenti pubblici e riforme".

Fonti vicine al dossier hanno spiegato che se sarà necessario ci potrà essere anche un prolungamento dei lavori per provare a chiudere, qualche giorno in più rispetto alla data dell'8 dicembre. Il governo italiano lega a doppio filo l'esito di questo negoziato con qualsiasi valutazione sul Mes, e sottolinea la possibilità di un blocco delle decisioni dal momento che due normative delle tre necessarie per varare la riforma del Patto di stabilità richiedono l’unanimità: l’allarme è soprattutto sulla richiesta tedesca di aggiungere una serie di salvaguardie che, ha indicato in Parlamento il ministro Giorgetti, si sovrappongono agli obiettivi di debito e spesa pubblica penalizzando l'azione pubblica per gli investimenti, e quindi di fatto frenerebbero l'economia del nostro Paese.

La Germania chiede obiettivi di deficit molto sotto al 3% del Pil, con un margine di resilienza ipotizzata dell'1,5%. L'Italia dal canto suo aveva chiesto che le spese per la transizione green e digitale e quelle militari non fossero conteggiate nel calcolo di debito e deficit, così come gli investimenti del Pnrr. Ma questo obiettivo è difficilmente raggiungibile.

"Il punto principale che sta ponendo il governo italiano riguarda gli investimenti", ha ribadito la premier Giorgia Meloni, evitando di entrare nel dettaglio perché "c'è una trattativa molto serrata ed è davvero un momento molto delicato". Per Palazzo Chigi bisogna "costruire una sintesi che possa essere efficace ma ragionevole, perché – ha detto ancora la Meloni – l'unica cosa che non si può fare è dire di sì a una riforma del Patto di Stabilità che poi non si è in grado di rispettare".

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