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Le Ong non sono il cosiddetto pull factor che spinge i migranti a partire dalla Libia. Negli ultimi anni il discorso sulla criminalizzazione delle organizzazioni che operano nel Mediterraneo, sempre più spesso associate al traffico di esseri umani e al lucro sui flussi migratori, è stato il leitmotiv alla base delle politiche del governo italiano: ma uno studio sistematico, basato sui dati delle agenzie delle Nazioni Unite e su quelli forniti dalla Guardia costiera italiana e libica, smentisce la retorica per cui i migranti prendono il largo perché sanno che verranno soccorsi dalle navi umanitarie. Il report è stato redatto da due ricercatori italiani, Eugenio Cusumano e Matteo Villa per lo European University Institute e analizza il flusso degli sbarchi da ottobre 2014 a ottobre 2019. La conclusione? Non c'è alcun legame fra la presenza di Ong in mare e il numero di partenze dalla Libia.

I migranti soccorsi dalle navi umanitarie nel periodo preso in esame sono stati circa 115mila su un totale di 650mila. Un'incidenza quindi del 18% da parte delle Ong sul complesso dei salvataggi effettuati nel Mediterraneo. Lo studio evidenzia quindi che il numero delle partenze non varia a seconda del numero dei soccorsi: nel 2015, anno in cui le Ong sono state più attive, aumentando le loro operazioni di quasi il 13%, il numero di partenze registrate era in calo rispetto all'anno prima. Lo stesso discorso vale per il 2017, anno in cui le navi umanitarie si trovavano ancora in mare e anno in cui è stato firmato il Memorandum con la Libia dall'allora ministro dell'Interno Marco Minniti: gli accordi fra Roma e Tripoli sono stati l'elemento decisivo nel crollo delle partenze.

La lotta alle Ong non ha prodotto altri risultati se non l'aumento delle morti in mare. Per questo lo studio si conclude invitando il governo a rivedere i provvedimenti presi contro le organizzazioni umanitarie. Allo stesso modo si chiede di riconsiderare il disimpegno delle navi militari in modo da fornire appoggio alle missioni che soccorrono le persone in mare, ma anche per controllare il flusso di coloro che arrivano in Italia in totale autonomia. In altre parole, monitorare gli sbarchi fantasma.

Il ricercatore dell'Ispi, Matteo Villa, da tempo denuncia l'inesistenza del cosiddetto pull factor. A luglio, quando era ancora in carica il governo gialloverde, aveva analizzato i primi sei mesi dell'anno. Nei primi 6 mesi del 2019, aveva comunicato, sono sbarcati in Italia 3.073 migranti: di questi, solo 248 sono arrivati a bordo di navi umanitarie. Si tratta dell'8%, affermava Villa. Il 92% restante invece, che in termini reali si traduce in 2.825 persone, è arrivato direttamente con l'imbarcazione salpata in origine, o trasportato dai mezzi delle autorità italiane dopo essere stato intercettato in mare. Considerando invece la totalità delle partenze dalla Libia, sempre prendendo in esame i primi sei mesi dell'anno, nei giorni in cui le navi delle Ong si trovavano a largo delle coste libiche sono partite 32 persone, mentre in quelli in cui non c'era nessun assetto europeo a fare ricerca e soccorso in mare, ne sono partite 34. A chi accusa le Ong di favorire il traffico di migranti, rispondevano quindi già questi numeri: non è la presenza delle navi umanitarie nel Mediterraneo a incoraggiare le partenze. "La differenza tra le partenze nei vari giorni è talmente piccola da non essere significativa", spiegava Villa, indicando come siano ben altri i fattori che condizionano i flussi migratori, come ad esempio le condizioni meteorologiche e l'organizzazione delle varie milizie libiche, che lucrano sulla tratta indipendentemente dalla garanzia che i migranti in partenza verranno soccorsi.