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Meloni sacrifica Delmastro, Bartolozzi e (forse) Santanché, ma la domanda è perché fossero ancora lì

In un Paese normale Delmastro, Bortolozzi e Santanché non si sarebbero dimessi oggi, ma anni fa. Ma siamo nell’Italia del 2026 e si sono dimessi ora solo perché Giorgia Meloni ha perso il referendum sulla giustizia e servono colpevoli da dare in pasto al popolo al posto suo.
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E così Andrea Delmastro Delle Vedove, sottosegretario alla giustizia con delega al sistema penitenziario, si è dimesso. Anzi, diciamola meglio: "è stato dimesso" da Giorgia Meloni.

Ma non per aver rivelato dettagli coperti da segreto d’ufficio al suo coinquilino Giovanni Donzelli, che a sua volta li rivelò tranquillo in un discorso alla Camera dei Deputati, reato per cui è stato poi condannato a 8 mesi di carcere in primo grado.

E nemmeno per la sua presenza – almeno, così si è “ricordato” un anno e mezzo dopo il deputato ex Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo – nella stanza in cui partì il colpo di pistola che ferì l’elettricista Luca Campana nella notte di capodanno del 2024. Presenza che invece Delmastro ha sempre negato, giurando di essere andato a gettare l’immondizia proprio in quel momento.

E nemmeno perché per lui fosse “un'intima gioia l'idea di far sapere” che “non lasciamo respirare” i detenuti al 41 bis nelle nuove auto in dotazione alla polizia penitenziaria.

E nemmeno per essere entrato in società con una diciottenne a lui sconosciuta figlia del prestanome di un soperboss della camorra a Roma, Michele Senese detto o’pazzo. Circostanza che la premier Giorgia Meloni aveva bollato sino a due giorni fa come una “leggerezza”.

E si è dimessa pure Giuseppa Lara Bartolozzi, detta Giusi, capa di gabinetto al ministero della giustizia guidato da Carlo Nordio.

Ma non per aver ammesso pubblicamente di aver seguito lei e lei sola l’iter che aveva portato alla liberazione del generale libico Al Masri, torturatore e stupratore, arrestato in Italia e rispedito a casa sua invece di essere consegnato alla corte penale internazionale dell’Aja.

E nemmeno perché indagata per aver mentito in merito a questa circostanza per proteggere il ministro Carlo Nordio – questo è quel che sospettano gli inquirenti a chiusura delle indagini.

E nemmeno per essere andata con Delmastro a cena da quel prestanome di camorra della cui sconosciuta figlia diciottenne il sottosegretario era socio.

E nemmeno per aver dichiarato in televisione che al referendum sulla giustizia bisognava votare sì per “toglierci di mezzo la magistratura”, dichiarazione che lì per lì non aveva suscitato nessuna reazione in Giorgia Meloni.

Buon ultima, Meloni vorrebbe si dimettesse, pure la ministra del turismo Daniela Santanché, che mentre scriviamo sta cercando di resistere alle pulizie di primavera di Giorgia Meloni.

Ma non per il rinvio a giudizio per il falso in bilancio di Visibilia, e nemmeno per la presunta truffa ai danni dell'Inps.

No. Delmastro, Bartolozzi e (forse) Santanché si dimettono perché Giorgia Meloni ha perso il suo referendum sulla giustizia, e bisogna trovare dei colpevoli, dei capri espiatori da dare in pasto al popolo al posto suo.

E insomma, non c’è nemmeno tutto questo bisogno di commentare, giusto?

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it e membro del board of directors dell'European Journalism Centre. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro.15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019) e"Nel continente nero, la destra alla conquista dell'Europa" (Rizzoli, 2024). Il suo ultimo libro è "Il nemico dentro. Caso Paragon, spie e metodi da regime nell'Italia di Giorgia Meloni" (Rizzoli, 2025)
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