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Opinioni

Matteo Salvini deve chiedere scusa al ragazzo ucciso dal poliziotto (e anche noi dovremmo)

Ricordate Abderrahim Mansouri, ucciso da un poliziotto – si diceva – per legittima difesa? Bene: pare non avesse nessuna arma con sé, e che i poliziotti abbiano testimoniato il falso per salvare il collega che aveva sparato. In tutto questo il leader leghista che stava col poliziotto e che ha poi chiesto e ottenuto lo scudo penale per le forze dell’ordine ha qualcosa da dire in merito?
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Ricapitoliamo, che è meglio.

Il 26 gennaio scorso un poliziotto, nei pressi della stazione ferroviaria di Milano Rogoredo, uccide un uomo di 28 anni di nome Abderrahim Mansouri. A quanto dicono l’agente e altri quattro suoi colleghi testimoni oculari della vicenda, questo “presunto pusher” gli avrebbe puntato addosso un’arma da fuoco che poi si scopre essere a salve.A quel punto, il poliziotto gli avrebbe sparato all'altezza della tempia, uccidendolo.

La stessa sera, col cadavere ancora caldo, Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza ma”. Che era uno scandalo fosse indagato per omicidio volontario, mentre ai manifestanti che avevano picchiato un poliziotto a Torino non fossero stati incriminati – giudici brutti e cattivi! – per tentato omicidio.

La Lega aveva addirittura iniziato una raccolta firme al grido di “io sto col poliziotto”, chiedendo a gran voce lo scudo penale per le forze dell’ordine. Cioè, la presunzione di legittima difesa ogni volta che sparano a qualcuno. Cosa che puntualmente avviene il successivo 6 febbraio con l’approvazione dell’ennesimo decreto “sicurezza” – virgolette d’obbligo.

Tempo due settimane e scopriamo che in realtà Abderrahim Mansouri non avrebbe avuto in mano nessuna pistola.

Che anzi, quella pistola pare che qualcuno l’abbia messa lì dopo l’omicidio, proprio per farlo sembrare un caso di legittima difesa.

Che i ventitré minuti passati dal momento dell’omicidio a quello della chiamata dei soccorsi siano serviti proprio per alterare la scena del crimine, simulando un’inesistente minaccia per il poliziotto, mentre Mansouri era a terra agonizzante.

E che le testimonianze dei quattro poliziotti colleghi del loro assistente capo che aveva sparato il colpo forse non erano così attendibili.

Ecco se questa storia fosse successa oggi, un giudice avrebbe potuto chiudere senza problemi questa pratica senza nemmeno indagare, convinto si trattasse di legittima difesa.

Salvini avrebbe continuato a raccogliere soldi perché stava col poliziotto.

Il poliziotto sarebbe ancora libero e in servizio, senza indagini a suo carico.

E un uomo sarebbe morto uguale, ma senza ottenere giustizia, con lo stigma di essersela cercata.

Tutto questo, avrebbe la firma in calce di un governo che predica sicurezza ma solo sei italiano, che emana sentenze senza essere giudice e che strumentalizza la morte di un uomo per portare a casa una norma. Con il silenzio assenso (o quasi) di un'opinione pubblica e di un sistema dei media – e chi scrive non si sente assolto, sia chiaro – che quando a essere ucciso è uno straniero, in un parco di spaccio, dimentica il beneficio del dubbio.

Non sappiamo se Giorgia Meloni si riferisse a questo, quando diceva “basta lotta nel fango” tra politica e magistratura.

Forse no.

Ma in ogni caso, questo non è solo fango. È molto peggio.

E per quel che vale: scusaci tutti, Abderrahim. Anche da parte loro.

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it e membro del board of directors dell'European Journalism Centre. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro.15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019) e"Nel continente nero, la destra alla conquista dell'Europa" (Rizzoli, 2024). Il suo ultimo libro è "Il nemico dentro. Caso Paragon, spie e metodi da regime nell'Italia di Giorgia Meloni" (Rizzoli, 2025)
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