In una lunga intervista su ‘l'Espresso', Antonio Di Pietro, ex pm ed ex politico racconta alla giornalista Susanna Turco la stagione di Mani Pulite. Il ‘pretesto' è offerto dai vent'anni dalla morte di Bettino Craxi"Nell'immaginario collettivo", spiega Di Pietro, tutta la parabola di Mani pulite ruota attorno all'incontro tra lui e Craxi, ma non per lui: "Nella realtà io non ho mai avuto un rapporto con Craxi. Io miravo all'ambiente malavitoso che girava intorno ad Andreotti". Perché "Craxi era l'emergente, quello che faceva parte della Milano da bere".

"Lo sanno anche le pietre: Andreotti è stato prescritto, fino al 1980, non è che è stato assolto. E dall'altra parte ci stava il sindaco, Vito Ciancimino, e Salvo Lima. Quindi, voglio dire: quello era il potere vero".

"Mani pulite non è stata fermata dalla politica: è stata fermata dai giudici. È una storia che va riscritta prima o poi", dice l'avvocato 69enne.

"Mani Pulite si ferma oggettivamente quando si rompe l'unicità dell'inchiesta. La sua forza era infatti nel cosiddetto fascicolo virtuale, nell'idea cioè di creare una connessione probatoria tra tutti i fatti – spiega – per cui procedeva una sola autorità giudiziaria. Ma nel momento in cui nascono i conflitti di competenza territoriale il fascicolo si smembra: e allora non ha più tutti gli elementi, non si può più utilizzare, e soprattutto il pm che sta qua, non conosce l'insieme degli elementi del pm che sta là". 

Di Pietro parla della nascita dell'inchiesta, che si interromperebbe quando arriva alla connessione appalti-mafia; e racconta delle carte e di documenti di cui è in possesso, e che vorrebbe divulgare: "Sembra di vedere la storia del mondo capovolto, ma ci sarà un momento per rivalutare questa storia. Ci sarà. Mani pulite non l'ho scoperta io: nasce dall'esito dell'inchiesta del maxi-processo di Palermo, quando Giovanni Falcone riceve, riservatamente, da Tommaso Buscetta la notizia che è stato fatto l'accordo tra il gruppo Ferruzzi e la mafia. E Falcone dà l'incarico al Ros di fare quel che poi è divenuto il rapporto di 980 pagine: che doveva andare a Falcone, ma lui viene trasferito", Poi il rapporto rimane sotto chiave, in mano al magistrato ed ex Capo della procura di Palermo Pietro Giammanco. Dopo la morte di Falcone, Borsellino, il quale, come Di Pietro, era a conoscenza di quel fascicolo, inizia a indagare. E secondo Di Pietro, Paolo Borsellino fu ucciso proprio per questo: "Non per il maxiprocesso insieme a Falcone, ma perché insieme a Falcone doveva far nascere Mafia pulita". Mani pulite fu la conseguenza di Mafia pulita.

"Il mio obiettivo non era scoprire quello che ho scoperto: era arrivare al collegamento al quale già erano arrivati anche loro a Palermo. Raul Gardini non si suicida così, per disperazione, il 23 luglio 1993: si suicida perché sa che quella mattina, venendo da me, doveva fare il nome di Salvo Lima, che aveva ricevuto una parte della tangente Enimont da 150 miliardi di lire". Di questo Di Pietro ha parlato tante volte, con le procure di Palermo, Caltanissetta, Brescia, Milano e con il Copasir. Ma non ha sortito alcun effetto. Salvo Lima, in quanto rappresentante di Andreotti e della mafia aveva intascato insomma una parte della tangente Enimont: "Se quel fatto veniva detto, se Gardini parlava, se Salvo Lima non moriva, io avrei potuto avere elementi sufficienti per chiedere al Parlamento di arrestare Andreotti".

La rivazione shock di Di Pietro racconta una verità rimasta sepolta per anni, perché qualcuno gli ha impedito di agire: "All'improvviso le solite manine della delegittimazione mandano una marea di esposti contro di me alla procura di Brescia, che mi costringono alle dimissioni. Ma quando a me rimproverano ‘ti sei dimesso', possibile che nessuno si chieda perché l'ho fatto?". Per 25 anni Di Pietro ha cercato di rispondere a questa domanda, ripetendo che la sua è stata una "scelta di campo": "Se non mi fossi dimesso sarei stato arrestato, perché le accuse fatte mei miei confronti lo prevedevano obbligatoriamente". Sarebbe potuto finire in manette, proprio mentre stava per arrivare alla cupola mafiosa, "grazie alle dichiarazioni che mi aveva fatto il pentito Li Pera su un certo Filippo Salamone, imprenditore agrigentino intermediario tra il sistema mafioso e il sistema imprese-appalti, il nord che veniva gestito soprattutto da Gardini e dalla Calcestruzzi spa di Panzavolta".