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Opinioni

L’unico ostacolo tra Giorgia Meloni e la sua vittoria totale si chiama Sergio Mattarella

Mancano solo la riforma della giustizia, una nuova legge elettorale e il premierato, e poi l’Italia di Giorgia Meloni sarà la copia carbone dell’Ungheria di Victor Orban, prototipo europeo di autocrazia illiberale. L’unico argine? Si chiama Sergio Mattarella.
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La trasformazione da liberal-democrazia a democrazia illiberale, o autocrazia, succede a causa di una somma di piccole cose, nemmeno troppo piccole.

L’Ungheria di Victor Orban, in qualche modo, è lì a dimostrarcelo, come una specie di prototipo. Vai al governo, occupi i media pubblici e privati, costruisci un capitalismo a misura degli amici, reprimi il dissenso con una legge ad hoc, depotenzi i pezzi dello Stato indipendenti dal governo, prendi il controllo della magistratura, cambi la legge elettorale, cambi la costituzione e voilà, ecco a voi un regime che formalmente è una democrazia, ma che nei fatti è un regime a misura del capo supremo e dell’incontendibilità del suo potere.

Al dunque: a che punto è la notte, in Italia?

I media pubblici e privati sono presi. La Rai è saldamente nelle mani del governo, come nemmeno ai tempi di Berlusconi. Mediaset è il regno dei talk show filo governativi. Libero e il Tempo sono di Angelucci, re delle cliniche private e deputato della Lega. Il socio forte di Verità e Panorama risponde al nome di Federico Vecchioni, alla guida di Bonifiche Ferraresi, colosso dell’agricoltura industriale anch’egli vicino a Giorgia Meloni.

E a proposito di capitalismo a misura degli amici: Messaggero e Mattino sono nelle mani di Francesco Gaetano Caltagirone, sostenuto dal governo nell’operazione Mps-Mediobanca-Generali, così come il suo sodale Leonardo Mario Del Vecchio, che si vuole prendere il Giornale da Angelucci e Berlusconi. Per non parlare dei tanti episodi di amichettismo, conflitti d’interesse e favori economici agli amici degli amici, che abbiamo raccontato anche qui su Fanpage.

In merito alla repressione del dissenso, abbiamo già speso fiumi d’inchiostro sul decreto sicurezza, che sembra più interessato a punire i nemici ideologici della maggioranza – ad esempio, chi scende in piazza a protestare – che a garantire i cittadini dai reati contro persona e patrimonio.

Nel frattempo, quando si parla di mancato rispetto della legge il pensiero corre ai centri per migranti in Albania, o al Ponte sullo Stretto, bloccati per questo dalla Corte dei Conti. Che – a volte le coincidenze – è stata appena depotenziata da una legge che ne limita enormemente i poteri di controllo.

All’alba del 2026, siamo arrivati a questo punto del percorso.

Cosa manca, ancora?

Manca una giustizia inquirente assoggettata all’esecutivo, cosa che molti osservatori assicurano succederà se passerà il referendum sulla giustizia, che grazie ai media amici del governo sta diventando una consultazione su Garlasco e sulla famiglia nel bosco.

Manca anche unalegge elettorale maggioritaria, che, in nome della governabilità, dia un corposo premio di maggioranza a chi vince le elezioni, così da consentire a chi governa di far quel che vuole anche in presenza di un elettorato diviso in due. E anche questo è uno dei grandi obiettivi di Giorgia Meloni per l’anno appena iniziato.

Manca anche un assetto costituzionale che dia più poteri alla Presidenza del Consiglio, levandoli al Parlamento, il cosiddetto premierato, anche questo grande obiettivo della leader di Fratelli d’Italia.

L’unico argine? Un Presidente della Repubblica che legga il disegno complessivo di questa “somma di piccole cose” e decida di mettersi di traverso. E il discorso di fine anno di Mattarella, incentrato sul "carattere democratico indelebile" della nostra Repubblica, a ottant'anni dalla sua nascita, è un messaggio, nemmeno troppo nascosto, alla presidente del Consiglio e alle sue pretese egemoniche.

Ecco perché è così importante, per Meloni, portarsi a casa anche il Quirinale, quando finirà il mandato di Mattarella.

Ma per questa partita, l’ultima battaglia prima della vittoria finale di Giorgia, c’è tempo fino al 2027.

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it e membro del board of directors dell'European Journalism Centre. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro.15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019) e"Nel continente nero, la destra alla conquista dell'Europa" (Rizzoli, 2024). Il suo ultimo libro è "Il nemico dentro. Caso Paragon, spie e metodi da regime nell'Italia di Giorgia Meloni" (Rizzoli, 2025)
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