L’assegno di divorzio non sarà più automatico ma un diritto da dimostrare: cosa dice la Cassazione

Avere un reddito più basso dell'altro coniuge o aver ridotto il lavoro per la gestione della famiglia non significa automaticamente avere diritto all'assegno di divorzio. O almeno, va dimostrato. Con la sentenza n. 1999, la Corte di Cassazione mette infatti un punto fermo su una materia che da anni divide tribunali, avvocati e coppie. L'assegno divorzile non è, ribadiscono i giudici, una rendita automatica, né una sorta di pensione vitalizia legata al passato matrimoniale. È, piuttosto, uno strumento di solidarietà che scatta solo quando il matrimonio ha prodotto uno squilibrio economico ingiusto e verificabile.
Il principio chiave: il sacrificio non si presume
Il cuore della decisione sta tutto qui: chi chiede l'assegno deve dimostrare il nesso causale tra il matrimonio e il proprio svantaggio economico. Serve provare di aver contribuito in modo concreto alla crescita personale, professionale o patrimoniale dell'altro coniuge, rinunciando, in modo misurabile, alle proprie opportunità. Non basta quindi l'esistenza di un divario reddituale, né il semplice richiamo a scelte di vita condivise se queste non hanno avuto un impatto economico reale e documentabile nel tempo. In altre parole: il sacrificio deve essere reale, attuale e quantificabile.
L'esempio
Un esempio emblematico, esaminato dalla Cassazione, riguarderebbe il caso di una donna a cui, in primo grado, era stato riconosciuto un assegno divorzile di 500 euro mensili. La Corte d'Appello aveva però ribaltato la decisione, revocando l'assegno e ordinando la restituzione delle somme già percepite. E la Cassazione aveva confermato la decisione. Secondo i giudici, la donna aveva fatto riferimento al passaggio, avvenuto anni prima, da un lavoro full-time a uno part-time. Ma non aveva ricostruito in modo puntuale quali occasioni professionali fossero state effettivamente perse, quale reddito fosse stato sacrificato né quale vantaggio economico concreto ne avesse tratto l'altro coniuge. Mancava, insomma, la prova del collegamento diretto tra quelle scelte e l'attuale squilibrio economico.
Separazione e divorzio non sono la stessa cosa
La sentenza chiarisce anche un punto spesso frainteso: assegno di mantenimento e assegno divorzile non rispondono alla stessa logica. Durante la separazione, il matrimonio è ancora in piedi e il parametro principale è il tenore di vita della coppia. Nel divorzio, invece, il matrimonio è definitivamente sciolto e l'assegno ha una funzione diversa: assistenziale, sì, ma soprattutto compensativa e perequativa. Serve cioè a riequilibrare una disparità economica creata dal matrimonio, non a prolungare nel tempo il livello di vita goduto in passato. Se quello squilibrio non è dimostrato, l'assegno, secondo la Corte, non spetta.
Quando le somme devono essere restituite
Un altro aspetto destinato a far discutere riguarda la restituzione delle somme già percepite. Se l'assegno divorzile risulta privo dei requisiti fin dall'origine, cioè se non c'era alcun reale squilibrio economico o sacrificio misurabile a giustificare il pagamento, la Corte può disporre la restituzione delle somme già versate, a partire dal momento in cui il divorzio è divenuto definitivo. La restituzione riguarda in genere il periodo successivo al divorzio, a partire dal momento in cui la sentenza di divorzio è diventata definitiva. In pratica: se l'assegno era stato erogato senza che ci fossero le condizioni previste dalla legge, i pagamenti precedenti possono essere recuperati dal coniuge che li ha versati.
Questo rende ancora più evidente quanto oggi sia rischioso basare una richiesta di assegno su affermazioni generiche, sulla presunzione di diritto o sul semplice fatto di aver guadagnato meno. Ogni richiesta dovrà essere supportata da prove concrete e documentabili, altrimenti non solo l'assegno può essere negato, ma il beneficiario rischia anche di dover restituire quanto già ricevuto.
Quali sono i sacrifici misurabili
Ma cosa vuol dire sacrificio misurabile? Si tratta per esempio di una rinuncia a promozioni, di un lavoro full-time sostituito da part-time, dell' interruzione degli studi o della carriera per sostenere il coniuge. O fattori economici: perdita di reddito, rinuncia a beni o opportunità di investimento, contributi documentati al patrimonio del coniuge. Fattori personali o familiari: trasferimenti per lavoro del partner, cura dei figli a tempo pieno se questo ha limitato la propria carriera o reddito. Il punto centrale è sempre lo stesso: non basta dire "mi sono sacrificato", serve documentare come queste rinunce abbiano avuto un impatto economico concreto e collegabile allo squilibrio attuale.
Insomma il messaggio che passa è chiaro: il matrimonio non garantisce più una tutela economica automatica dopo la sua fine. La solidarietà post-coniugale resta, ma deve essere in qualche modo "meritata" e, soprattutto, provata.