
Avvertenza: scrivo queste righe conoscendo solamente il dato dell'affluenza alle urne sule referendum della giustizia del 22 di marzo, quando manca ancora tutta la giornata di lunedì 23. Eppure, quel 45% di persone che si sono recate alle urne in una soleggiata prima domenica di primavera sono molto più di un segnale di speranza.
Sono un’inversione di tendenza, innanzitutto, dopo una serie di tornate elettorali sconfortanti, in termini di partecipazione al voto. Un’inversione non prevista da nessun sondaggio, peraltro, visto che anche la più ottimista delle analisi demoscopiche indicava una percentuale che nella migliore delle ipotesi avrebbe lambito il 50%, mentre le proiezioni di queste ore fanno immaginare addirittura un’affluenza attorno al 60%.
Che per un referendum così tecnico come quello sulla giustizia vadano a votare sei persone su dieci – tante quanto andarono alle politiche del 2022, molte di più di quelle che andranno alle europee del 2024 – non è chiaramente figlio dell’interesse popolare verso temi tremendamente tecnici come la separazione delle carriere dei magistrati e lo sdoppiamento del consiglio superiore della magistratura. Non solo, perlomeno.
Ciò a cui stiamo assistendo è una fortissima polarizzazione attorno all’operato del governo Meloni, soprattutto, ma ancora di più attorno alla necessità di difendere o di superare la Costituzione del 1948. Può far paura, un simile dibattito, ma con un’opinione pubblica che torna improvvisamente a interessarsi di politica, ad appassionarsi attorno a un’idea, a credere che la partecipazione al voto possa cambiare le cose, spaventa tutto molto meno.
I veri rischi per la democrazia, indipendentemente da come la si pensi, sono il disinteresse, l’inazione, la disillusione, l’idea che votare non serva a nulla. Profezia che si auto avvera, questa, nel momento in cui la gente si tira fuori dal gioco democratico, lasciando davvero, a quel punto, che le decisioni siano prese da questo o quel gruppo di potere.
In un mondo in cui cambia tutto, in cui anche le più granitiche certezze – l’unità dell’Occidente, il ripudio della guerra, l’immanenza della democrazia – sembrano essere messe in discussione, vedere una nazione che ha voglia di contare, di decidere e di votare è qualcosa che ci fa guardare avanti con più di un briciolo di speranza in più. Ancora di più se si mobilitano anche persone che non votavano da anni, come se questo referendum li abbia in qualche modo risvegliati.
Poi tra qualche ora sarà tempo di vinti e viciniori, di analisi e sfottò, di gioia e delusione. Ma per ora, in questo brandello di ore che ci separano dall’apertura delle urne, abbiamo vinto tutti. Ed è davvero una bella sensazione.