
Se il diritto limita il potere, la politica attacca l’arbitro. Sta accadendo negli Stati Uniti, dove Donald Trump si scaglia contro la Corte Suprema, che ha sancito l’illegittimità dei dazi imposti senza il voto del Congresso. La versione italiana dello scontro segue lo stesso schema: ignorando i moniti sul rispetto istituzionale del Presidente Mattarella, Giorgia Meloni ha lanciato una controffensiva mediatica contro le sentenze sgradite, stuzzicando l'elettorato in vista del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo.
Lette in una prospettiva storica, le esternazioni della leader di Fratelli d’Italia rivelano la natura vendicativa della riforma Meloni-Nordio: senza influire sull’efficienza, senza modificare il funzionamento della giustizia, questa revisione costituzionale rappresenta la reazione, la rivincita del governo, che attacca la magistratura per non ammettere le proprie responsabilità. E, per capirlo, basta ripercorrere gli atti con cui, dall'inizio della legislatura, l’esecutivo ha tentato di forzare i vincoli giuridici, finora senza successo.
Dallo sbarco selettivo al DL immigrazione: il naufragio del diritto internazionale
Il governo Meloni si era insediato da due settimane, quando tre ministri, Matteo Piantedosi, Guido Crosetto e Matteo Salvini, emisero il primo atto illegittimo, contro la Humanity 1, una nave carica di naufraghi, a cui era stato assegnato il porto di Catania come place of safety. Il decreto interministeriale inventò il cosiddetto "sbarco selettivo", prevedendo il soccorso per le sole persone che versassero in "condizioni emergenziali" e intimando la ripartenza al resto dei sopravvissuti, definiti dal ministro Piantedosi come "carico residuale".
Quell’atto era palesemente illegittimo, perché violava le convenzioni UNCLOS sul diritto marittimo. Nel soccorso in mare, infatti, le distinzioni sono vietate: chi viene salvato è un naufrago, non un soggetto da selezionare in base allo status giuridico. E l’assistenza non si esaurisce con il recupero in acqua, ma comprende lo sbarco e il diritto di chiedere protezione internazionale.
Non fu un episodio isolato. Avendo promesso il blocco navale in campagna elettorale, in materia di immigrazione il governo Meloni ha emesso una serie di interventi illegittimi. E la proposta del nuovo decreto immigrazione si muove sulla stessa linea: promesse di atti illegali e di norme illegittime, fragili sul fronte giuridico ma utili sul piano comunicativo. Così, quando il governo decide, e i giudici intervengono, lo scontro diventa la prova di una magistratura che ostacola l’azione dell’esecutivo, mentre, in realtà, la sequenza è opposta: è la politica a forzare i limiti della legalità, mentre la magistratura si limita a rilevarlo.
Gli attacchi alla magistratura, i centri in Albania, i richiami della Corte di Giustizia UE
Lo stesso schema si è riprodotto anche sul progetto di esternalizzazione delle frontiere e di definizione, per decreto, dei paesi sicuri.
Nei progetti del governo guidato da Giorgia Meloni, chi arriva da Stati considerati sicuri dovrebbe essere trattenuto e rimpatriato rapidamente. Si è così imposta una procedura accelerata, con tempi dimezzati, sistemi di prova rovesciati e con la possibilità di evitare il trattenimento in un CPR versando una cauzione di 5000 euro. E, a questo, si è aggiunto il protocollo Italia-Albania, con il trasbordo di poche decine di persone su enormi navi militari, con finalità che appaiono più propagandistiche che di gestione efficiente di flussi migratori e rimpatri.
Al di là della propaganda, c’è però il diritto, e i problemi giuridici sono stati puntualmente sollevati dai tribunali italiani e certificati anche dalla Corte di giustizia dell’Unione europea. Si è precisato che le indicazioni dei governi sui paesi sicuri sono meramente orientative, perché le valutazioni sulle richieste di protezione e sull’effettiva sicurezza di un rimpatrio devono riferirsi al caso concreto, individuale, aggiornato. Negare queste tutele significa porre in pericolo il diritto di asilo, una delle forme di protezione più profonde previste dal diritto internazionale e riconosciute dalla nostra Costituzione.
La reazione del governo Meloni è stata scomposta. A un anno dall’insediamento dell’esecutivo, la destra al potere ha attaccato singoli giudici per le loro decisioni motivate in punto di diritto, e con una nota di Palazzo Chigi si è arrivati persino ad attaccare e mistificare la pronuncia con cui la Corte di giustizia dell’Unione europea confermava la correttezza delle decisioni dei tribunali nazionali e ribadiva i principi del diritto in materia di procedure di protezione internazionale.
Dal Ponte sullo Stretto alla riforma della Corte dei Conti
I diritti umani non sono l’unico ambito in cui il governo ha vissuto con fastidio gli interventi giurisprudenziali. Sulla giustizia contabile il meccanismo di rappresaglia si è mostrato in tutta la sua evidenza sul finire del 2025.
Quando la Corte dei Conti ha sollevato dubbi sulla sostenibilità economica e sulla solidità delle previsioni legate al progetto salviniano del Ponte sullo Stretto di Messina, richiamando la necessità di verifiche puntuali su costi, coperture e rischi per l’erario, la reazione è stata di rappresaglia: riforma della Corte dei Conti.
Nel giro di pochi giorni il Parlamento è stato chiamato ad approvare la riforma della responsabilità amministrativa, con la limitazione della colpa grave, un doppio tetto ai risarcimenti per danno erariale, la riduzione dell’area di intervento della magistratura contabile. E a questo si aggiunge la delega al governo per riorganizzare la stessa Corte dei Conti, cioè l’organo che esercita il controllo sulla legittimità e sulla gestione delle risorse pubbliche.
Anche qui, la dinamica non è quella di un potere giudiziario che invade la politica, ma di un esecutivo che, messo di fronte ai vincoli giuridici e finanziari, se la prende con il controllore. È lo stesso schema che si replica contro ogni limite di diritto posto a questo governo: violazione, correzione, vittimismo, rappresaglia. Ed è dentro questa traiettoria che va collocata anche la riforma costituzionale Meloni-Nordio.
L’elusione della dialettica parlamentare e il pretesto della separazione delle carriere
La riforma Meloni-Nordio è infatti, prima di tutto, un atto del governo. Era promessa nel programma elettorale della destra, porta la firma della Presidente del Consiglio e del Guardasigilli e, soprattutto, è stata approvata senza modifiche sostanziali rispetto al testo uscito dal Consiglio dei ministri.
Eppure la revisione costituzionale è, per definizione, materia parlamentare. Tanto che nel 1947 Piero Calamandrei sosteneva che, quando si decide della Carta, i banchi del governo dovrebbero restare vuoti. Qui è avvenuto l’opposto: il Parlamento è stato semplicemente il luogo della ratifica, con la maggioranza semplice.
Per la sua modifica, la Costituzione prevede maggioranze qualificate proprio per favorire compromessi larghi e per indurre le forze politiche a una discussione di merito. La stessa Carta nacque da una dialettica accesa tra esponenti di ideologie diverse, che portò a un testo ragionato e condiviso. In questo caso, invece, la maggioranza dei due terzi non solo non è stata raggiunta: non è stata nemmeno cercata. Lo ammette lo stesso ministro Nordio, rivendicando in tv di essersi "cucito la bocca" per evitare di aprire il confronto parlamentare, e così accelerare l’approvazione della riforma.
Questo elemento diventa ancora più significativo se accostato alle accuse rivolte alla sinistra, più volte indicata come storicamente favorevole alla separazione delle carriere. Ma se l’intervento si fosse limitato a questo punto, uno spazio di convergenza sarebbe stato plausibile. Ma, come spiegato, quel compromesso non è stato nemenno cercato, anche perché la separazione delle carriere non è che un’etichetta su una riforma che riguarda in realtà la separazione dei poteri.
Caos e disciplina: i contenuti della riforma contro la magistratura
La riprova è stata la riforma Cartabia: approvata a larga maggioranza, anche dal centrosinistra (ma con il voto contrario di Fratelli d’Italia). Con quella modifica, si è irrigidita in modo significativo la distinzione tra funzioni: dal 2022, i magistrati possono cambiare ruolo una sola volta, nei primi dieci anni di carriera e con trasferimento obbligatorio.
Se l’obiettivo fosse stato soltanto istituzionalizzare anche formalmente la separazione delle carriere, un terreno di convergenza sarebbe esistito, proprio perché il tema è discusso da decenni, e non è mai stato patrimonio esclusivo di una sola parte politica. Ma questa non è una riforma della giustizia, è l’azione del governo sulla magistratura.
La riforma Meloni-Nordio, infatti, non si limita a sdoppiare il Consiglio superiore della magistratura, ma svuota la sua autonomia, introducendo il sorteggio per la selezione dei componenti togati e istituendo un’Alta corte disciplinare. Così, da un latoda un lato, si indeboliscono gli spazi di organizzazione interna della magistratura, riducendo il peso dell’autogoverno previsto dall’Assemblea Costituente; dall’altro si rafforza la dimensione punitiva e disciplinare, attraverso un sistema esterno e, almeno simbolicamente, più severo.
La vendetta contro il diritto
Per valutare davvero la riforma Meloni-Nordio non basta restare sul merito e chiedersi se migliorerà la giustizia. Non lo farà. Anche perché, in realtà, quella che saremo chiamati a votare con il referendum del 22 e 23 marzo non è una riforma della giustizia: non interviene sui processi, sui tempi, sull’organizzazione degli uffici, sull’efficienza. Lo ha riconosciuto lo stesso ministro Nordio.
Ma se una riforma sulla giustizia non cambia il funzionamento della giustizia, allora bisogna porsi un’altra domanda: a che cosa serve? Serve a colpire chi applica il diritto quando il diritto diventa un limite per il potere.
Questa riforma è una rivincita politica. È una vendetta simbolica. È la reazione a una frustrazione accumulata, la rappresaglia di un governo che, ogni volta che incontra un vincolo giuridico, trasforma il controllo di legalità in un conflitto di potere.
Eppure i magistrati non sono un potere politico. Sono un ordine (la parola è nella Costituzione) chiamato ad applicare le regole, a rendere fatto concreto il diritto.
Ed è per questo che diventano un bersaglio: non perché si oppongano al governo come avversari politici, ma perché il diritto che applicano si oppone al governo quando il governo lo viola.
Questa vendetta, indirizzata contro i magistrati, colpisce in realtà un principio più profondo: che nessun potere è al di sopra del diritto. Quando questo principio viene attaccato, a essere attaccata non è la magistratura. È la democrazia.