Adesso sarà curioso ascoltare quelli che ci spiegheranno come anche la proposta dei "100mila euro per attrarre i ricchi stranieri" sia "una riforma di sinistra", chi si sforzerà di dirci che l'articolo 53 della Costituzione («Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva» e «Il sistema tributario è informato a criteri di progressività») è un paternalistico consiglio superato dai bisogni di questi tempi. È entrata in vigore l'opportunità che l'Agenzia delle Entrate dà ai contribuenti stranieri ad alto reddito di pagare una tassa fissa da 100 mila euro l'anno per essere in regola con il fisco italiano. Il provvedimento riguarda coloro che attualmente non sono residenti in Italia o gli italiani che non siano stati residenti in Italia da almeno nove anni sugli ultimi dieci e mira a rendere l'Italia appetibile ai paperoni in cerca di residenza soprattutto in uscita dal Regno Unito del dopo Brexit.

È la politica che insegue i capitali, alla stregua degli altri aspiranti paradisi fiscali in giro per il mondo, illudendosi che piacere ai ricchi possa davvero essere funzionale a rimpolpare il PIL e dimenticando che la politica dovrebbe governare il difficile rapporto tra economie, bisogni e diritti piuttosto che essere governata dai bilanci. Perché se è vero che da un punto di vista strettamente aziendale si può esultare per l'ingresso di nuovi soci con grandi liquidità (ed è il punto di forza su cui punta una certa politica, certo, ma è destra, per intendersi) forse è altresì vero che la gestione di un Paese (quindi la politica) dovrebbe puntare più alla "salute" dei propri cittadini (che non sono solo lavoratori, tra l'altro) più che alla produttività.

Ma i punti critici di questo condono travestito da tassa non sono solo nell'impianto concettuale ma soprattutto nello svolgimento: non prevede un'aliquota proporzionale al reddito come sancisce l'equità sociale ancora prima della Costituzione (le prime proiezioni infatti la considerano conveniente per chi ha un patrimonio di almeno 15-20 milioni di euro), la possibilità di estensione ai famigliari con un pagamento ridotto a 25 mila euro suona come un antipatico "sconto comitiva" (ma se anche i familiari guadagnano molto non sarebbe il caso di pensare piuttosto a un'estensione in maniera aumentata?) e, soprattutto, il punto è che bisognerebbe riuscire a fare pagare le tasse secondo i principi stabiliti dalla legge piuttosto che usare i trucchi degli incentivi.

"La concorrenza fiscale a tutti i costi -crea solo un mondo di diseguaglianze" ha dichiarato ieri l'ex Ministro Visco. È sempre la vecchia storia di chi ritiene i diritti un "costo" e un antipatico "rallentamento alla crescita" e si ostina ad accettare di mettersi in competizione con i Paesi peggiori del mondo. La storia poi ci insegna che iniziative di questo tipo (a spot e pateticamente a rincorrere gli altri) non portano mai i risultati sperati. "Tentar non nuoce" ci diranno nelle prossime ore i sostenitori di questa specie di Flat Tax; e fa niente che le briciole dei diritti invece dopo il tentativo ancora una volta non si potranno più rimettere insieme.