
Sapete cos’è la sindrome di Stoccolma, no?
Quella condizione psicologica in cui le vittime finiscono per provare affetto verso il proprio carnefice.
Ecco, forse dopo questa guerra finiremo per ribattezzarla sindrome di Roma, o sindrome di Giorgia Meloni, per definire il livello di subalternità e sostegno acritico del nostro governo, nei confronti di chi, come Donald Trump, ha iniziato una guerra con l’Iran che rischia di fare malissimo alla nostra economia.
Perché mentre la presidente del consiglio, alla Camera e al Senato, per non dire mezza parola contro Trump, deve arrampicarsi sugli specchi delle "contromanovre" dell’Italia, mentre sostiene senza opporre alcuna critica sia il Board of Peace sia questa guerra a Teheran, altrove si fanno i conti di quanto potrebbe costarci questo scherzetto. E non sono belle notizie.
Secondo Oxford Economics, in uno studio ripreso dal Financial Times, l’Italia è uno tra i grandi Paesi che pagheranno un’eventualecrisi energetica molto più degli altri, a causa della nostra dipendenza endemica dal petrolio e dal gas altrui, acuita dal fatto che ormai da anni gli investimenti sulle energie rinnovabili sono al palo, anche perché chi sta al governo li ha liquidati – forse un pochino improvvidamente – come “follie green”.
Prezzi dell’energia che crescono, vuol dire anche aumento dei prezzi e del costo della vita, in un contesto in cui il potere d’acquisto delle famiglie che si stava riprendendo a fatica dopo anni passati a dover fare i conti con un'altra crisi energetica, legata a un'altra guerra e ai combustibili fossili da cui dipendiamo.
Aumento del carovita vuol dire anche calo dei consumi interni. Rimarrebbero le esportazioni, ma siccome le disgrazie non vengono mai da sole, c’è quella piccola incognita chiamata "dazi di Trump".
Tocca alla mano pubblica sostenere l’economia? Forse no. Perché proprio quest’anno, il 31 agosto per la precisione, devono terminare tutti i lavori legati al Pnrr, il cui impatto è stimato attorno al punto percentuale di prodotti interno lordo. E perché – grazie Trump, di nuovo – ci toccherà investire in armi (americane) quel po’ di denaro che raggranelleremo dalle entrate fiscali, che difficilmente aumenteranno.
Tutto questo condurrà l’Italia in recessione? Difficile dirlo ora, ma il futuro cui dovremmo lavorare è quello di una crisi che si risolve in fretta, con lo stretto di Hormuz che si sblocca definitivamente e con una pacificazione complessiva del quadro internazionale, che faccia ripartire l’economia.
Ecco: magari, visto che siamo così amici di Trump e così abili a contromanovrare, non sarebbe male dirglielo, fargli capire che questa guerra rischia di non liberare i giovani e le donne iraniane e di mandare la nostra economia al tappeto. In un mondo di "cattive opzioni" come le chiama Giorgia Meloni, la peggiore è fare come Sal Da Vinci e dire sempre sì a Donald Trump.