
Tocca dirlo: non è è stata la settimana migliore del mondo, per il governo guidato da Giorgia Meloni.
Prendiamo il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, che da qualche parte bisogna pur cominciare: mesi a dire che sarebbe stata una vittoria annunciata, una specie di formalità. E invece eccoci qua, a quindici giorni dal voto con i sondaggi che danno il No in vantaggio, con un trend verso la bocciatura della riforma del governo che si rafforza giorno dopo giorno, anziché attenuarsi.
Dovesse andare così, sarebbe un disastro per la maggioranza di destra e per la premier, che già accarezzava l’idea di vincere e passare all’incasso con i voto anticipato. In caso di sconfitta, infatti, le toccherebbe aspettare la scadenza naturale della legislatura, permettendo alle opposizioni di imbastire qualcosa che assomigli a una coalizione di governo alternativa. E al generale Vannacci di erodere altri voti a destra.
Una combo, questa, che davvero può mettere a rischio la riconferma di Meloni alle prossime elezioni politiche del 2027 – altra cosa che fino a ieri veniva data per scontata – con annessa elezione del prossimo presidente della repubblica. Ecco perché Meloni e la maggioranza si sono dati da fare, in queste settimane, per trovare un accordo su una nuova legge elettorale costruita apposta per evitare la sconfitta, con la sparizione dei collegi uninominali e un premio di maggioranza enorme per la coalizione di maggioranza relativa, cioè loro. Risultato? Le opposizioni non ne vogliono sapere, e il Quirinale ha già fatto capire che non la farebbe mai passare, con quel premio di maggioranza che puzza di incostituzionalità da chilometri.
Il problema è che non finisce qui. Perché a tutto questo ora si somma pure la guerra in Iran, in relazione alla quale l’esecutivo sta collezionando una brutta figura al giorno, a partire da quella del ministro Guido Crosetto che non si capisce perché fosse a Dubai quando sono iniziati i bombardamenti a Teheran e le rappresaglie iraniane sugli emirati, e quelle del ministro Antonio Tajani, e le sue strategie per combattere i droni – “non affacciatevi alla finestra”. Gaffes a cui si unisce l’imbarazzo per le azioni dell’amico Trump, fino a ieri idolo assoluto e oggi alleato imbarazzante, tanto da far dire a Meloni – in radio, non in Parlamento – che “non siamo in guerra e non lo saremo mai”, anche se poi le basi all’America per bombardare le concediamo eccome.
E siccome al peggio non c’è mai fine, ecco che la guerra potrebbe portare con se pure una bella crisi economica globale, non esattamente un toccasana per un economia asfittica come la nostra, che cammina sul filo dello zero virgola di crescita, e con conti pubblici che a dispetto del rigore del ministro Giancarlo Giorgetti sono peggiorati anche quest’anno, col deficit che è tornato sopra al 3% del PIL. Peraltro, tutto accade nell’anno in cui finisce l’effetto del Pnrr e dei soldi europei. Anche qui: non un grande affare, arrivare all’anno del voto in recessione e coi conti da risanare.
Ciliegina sulla torta, permettetecelo, il caso Paragon. Fino a ieri dicevano che nessuno aveva spiato i giornalisti, e che c’era la relazione Copasir a dimostrarlo. Falso, ma tant’è. Ieri è arrivata la perizia delle procure di Napoli e Roma a dimostrare che i giornalisti erano spiati eccome, con Paragon eccome. E che l’azione nei loro confronti – cioè: nei miei – si è svolta lo stesso giorno in cui è partito lo spionaggio autorizzato di Beppe Caccia e Luca Casarini di Mediterranea, da parte dei servizi segreti interni. Stesso spyware, stessa ora, stessa azione: stesso mandante, pure, o è invece unagrande, incredibile, coincidenza? Anche qui: ora tocca al governo chiarirlo. E anche questo non sarà una passeggiata. Esattamente come per tutto il resto.