di Pina Picierno, Europarlamentare PD

Disvelare, con coraggio, con determinazione, con rigore, con la serietà di chi sa, sono sue parole, “adottare iniziative quando si è sicuri di risultati ottenibili.” Questa è l’eredità, perché di questo parliamo, di qualcosa di prezioso da custodire nel tempo, che ci ha lasciato l’estremo sacrificio di Giovanni Falcone e di chi con lui trovò la morte in quel maledetto pomeriggio di ventisette anni fa. Disvelare la storia della mafia, la parte più oscura della storia del paese, contenuta nel maxiprocesso che fu la sua più grande “grande opera”. Grande opera di ingegneria giudiziaria, di fatica investigativa. In quei giorni, con il contributo di altre grandi personalità a partire da Paolo Borsellino, fu chiaro a tutti che nessuno più poteva negare la pervasività del potere mafioso, la sua densa presenza nel tessuto sociale ed economico del paese. Un pezzo di storia del paese scritto e interpretato nell’aula bunker dell’Ucciardone e non, come si converrebbe alla letteratura storica, in qualche biblioteca di una qualunque università. Un processo che divenne mediatico, non nel senso che oggi intendiamo. Non nel senso che la sentenza è espressa dal sentimento popolare prima di essere pronunciata. Mediatico nel senso più puro del termine, conoscenza e informazione attraverso i mezzi di comunicazione di massa. In quel processo la mafia fu disvelata, messa a nudo, uscì dalla segretezza e penombra in cui si formò e crebbe.

Ma c’è un altro termine che accompagna disvelare. È solitudine. “Non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti.” Non è una frase di un moderno garantista dalle pose liberali. Così si difese dalle accuse, che anche la magistratura e le sue massime espressioni, gli furono rivolte. Ecco forse il modo migliore di ricordare quel 23 maggio del 1992, il modo migliore per ricoprire di terra degnamente quella enorme voragine generata dall’esplosione di mille chilogrammi di tritolo su quella lingua di autostrada che collega l’aeroporto di Palermo alla città, è ricordare queste due parole: disvelare, solitudine. La verità giudiziaria di quell’attentato ci ha raccontato una verità parziale, eppure salda nelle sue massime responsabilità. Manca ancora un pezzo di storia, un pezzo di specchio nel quale facciamo ancora fatica a guardarci: le responsabilità oggettive e soggettive di quella solitudine. Perché forse, posso solo ipotizzare, la sua solitudine fu dovuta indubbiamente alla determinata lotta alla mafia. Ma fu dovuta anche al modo in cui lottò la mafia. Con responsabilità, sapendo bene quali sono i limiti e le opportunità del magistrato nell’esercizio delle sue funzioni. Sapendo bene che i mezzi di informazione servono a disvelare, non ad orientare.

Di questa eredità siamo ancora illegittimi eredi. Finché le istituzioni e le individuali esperienze, giudiziarie e politiche, non avranno il coraggio di affrontare la solitudine di quest’uomo, il prossimo 23 maggio sarà l’ennesima occasione per ricordare un evento drammatico. Senza potersi dichiarare, in coscienza, eredi.