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Global Sumud Flotilla, la Procura di Roma contesta il reato di tortura: “Chiusi in gabbia e lasciati senz’acqua”

La Procura di Roma ipotizza anche il reato di tortura nell’inchiesta sulla detenzione degli attivisti della Global Sumud Flotilla. L’attivista a Fanpage: “Non ci hanno concesso di andare in bagno durante la detenzione”
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La Procura di Roma contesta anche il reato di tortura nell'ambito dell'inchiesta aperta dopo la denuncia presentata dagli attivisti della Global Sumud Flotila per i fatti avvenuti durante la detenzione nel carcere israeliano di Ketziot nell'ottobre scorso. Quello di tortura si va ad aggiungere agli altri reati già ipotizzati contro ignoti dal pm Stefano Opilio, coordinato dal procuratore Francesco Lo Voi: sequestro di persona, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio. Si attende ora la richiesta di rogatoria internazionale nei confronti di Israele.

Raggiunta da Fanpage.it, l'avvocata del team legale della Flotilla, Tatiana Montella, spiega: "È la prima volta che il reato di tortura viene contestato dall'Italia nei confronti di Israele". E aggiunge: "Il fascicolo è aperto contro ignoti, ma perché è ignoto il soggetto che ha agito materialmente. La tortura però è ipotizzata durante la detenzione delle attiviste e attivisti da parte delle forze israeliane. Per individuare l'autore materiale ora è necessaria la rogatoria internazionale".

L'avvocata: "Attivisti picchiati e minacciati"

Montella, insieme agli altri componenti del team legale della Flotilla ha presentato la querela sulle torture: "Ci siamo fatti raccontare dagli attivisti tutto quello che è successo dal momento dell'abbordaggio fino a quando non sono rientrati in Italia. Nel frattempo, anche la Procura ha proceduto ad ascoltarli. All'esito di queste sommarie informazioni abbiamo depositato una querela specifica che dettagliava oltre i reati che avevamo già inserito nell'esposto, anche le torture".

Al ritorno, 36 attivisti hanno raccontato le minacce e le violenze subite: "Alcuni sono stati picchiati, hanno ricevuto ginocchiate sulla schiena. In altri casi si è agito con la privazione del sonno e dell'acqua. Alle donne non è stato permesso di avere gli assorbenti".

L'attivista sequestrata: "Non partirò ancora, temo le vessazioni"

Silvia Severini era a bordo di una delle imbarcazioni della Flotilla attaccate dai droni la notte tra il 23 e il 24 settembre 2025. Anche lei, come il giornalista di Fanpage.it Saverio Tommasi, è stata portata nel carcere israeliano di Ketziot.

"La notte prima del trasferimento in carcere siamo stati attaccati dai droni che hanno sganciato ordigni sulle nostre imbarcazioni – dice a Fanpage.it – Alcuni di questi avevano schegge che hanno strappato le vele, altri si avvinghiavano ai cavi che sostenevano l'albero per farlo cadere".

Dopo quel primo blitz, hanno scelto di spostarsi nelle acque territoriali di Creta, ed è qui che il 2 ottobre sono stati intercettati dalle forze israeliane: "Siamo stati perquisiti, e poi ci hanno chiusi sottocoperta. Siamo rimasti lì fino al porto di Ashdod, in Israele. Non ci hanno mai permesso di andare in bagno né ci hanno dato acqua", ricorda Severini.

Ma è con il trasferimento nella prigione nel deserto che inizia l'incubo: "Ci hanno messo in una sorta di gabbia, uguale a quella che si usa per gli animali dello zoo, e siamo rimasti qui prima di entrare in cella. Poi è venuto Ben-Gvir [ministro del governo di Netanyahu n.d.r.], e appena lo abbiamo gli abbiamo gridato ‘Free Palestine'. Lui è andato subito via e da quel momento non ci hanno più fatto andare in bagno. Abbiamo perso il senso del tempo".

"Dopo siamo stati trasferiti nella cella vera e propria. La mia era da cinque ma eravamo in quindici. Non c'era acqua potabile e ci hanno tolto tutti i medicinali. La notte ci tenevano svegli, ci facevano alzare e andare avanti e indietro senza senso".

Severini continua a collaborare con la Global Sumud Flotilla, ma non partirà con la prossima missione. "Non me la sento di rivivere la detenzione – ci spiega – Il viaggio di per sé è molto pesante, ma la solidarietà mitiga le difficoltà. L'idea di rivivere il carcere e quell'accanimento mi impedisce di partire. Sono una persona normale, una madre e impiegata".

La prossima missione : "Gli attivisti arrivano a Gaza per restare"

Patrizia Corpina, avvocata penalista, si occupa dei porti per l'organizzazione della Global Sumud Flotilla: "Sono pochi gli attivisti sequestrati durante la prima spedizione che partiranno con quella in procinto di salpare – racconta a Fanpage.it – La maggior parte sono nuovi".

La notizia dell'indagine da parte della Procura di Roma però dà nuova forza alla missione, secondo Corpina. "È una notizia importante perché questo progetto è ancora più grande: coinvolge oltre 50 paesi e stiamo aspettiamo navi da Barcellona. Ma la cosa più importante è che questa volta l'intento è portare a Gaza medici, infermieri, insegnanti, per aiutare a ricostruire. Non c'è solo la consegna degli aiuti umanitari. Questa volta le persone arrivano per restare".

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