Funerali di Bossi, Salvini contestato a Pontida: “Vergogna, molla la camicia verde”

Il giorno dell'addio a Umberto Bossi a Pontida si apre sotto il segno di una tensione che va oltre il lutto e attraversa tutta la storia del movimento: quella, ancora irrisolta, tra l'eredità politica del fondatore e la trasformazione che la Lega ha conosciuto negli anni successivi.
Davanti all'abbazia di San Giacomo, tra fazzoletti verdi, bandiere con il Sole delle Alpi e richiami identitari che sembrano provenire da un'altra stagione politica, l'ultimo saluto al fondatore della Lega si trasforma inevitabilmente anche in una resa dei conti simbolica su ciò che quel progetto è diventato oggi. Un momento, quindi, in cui la memoria si intreccia con il giudizio, e il passato viene usato per leggere il presente.
L'arrivo di Matteo Salvini e le contestazioni
È in questo clima che l'arrivo di Matteo Salvini rompe, almeno per alcuni minuti, la dimensione del raccoglimento. La camicia verde indossata dal segretario, richiamo evidente a un simbolo storico del movimento, non viene percepita da tutti come un omaggio. Per una parte della base appare come una forzatura, quasi una rivendicazione indebita di continuità. Dai gruppi di militanti legati al Partito Popolare del Nord, nato dall'iniziativa di Roberto Castelli, partono cori duri: "Molla la camicia verde", "vergogna". Parole che restituiscono l'immagine di una frattura interna profonda. Un malcontento che nasce dal passaggio della Lega da forza territoriale radicata nel Nord a soggetto politico nazionale. Una trasformazione che ha cambiato priorità e linguaggi, lasciando scoperta la base storica che continua a riconoscersi nel profilo originario del movimento.
Applausi a Zaia e Giorgetti: un legame con la tradizione

Accanto alle tensioni, c'è però anche un'altra reazione. Quando arrivano Luca Zaia e Giancarlo Giorgetti, infatti, la piazza li accoglie con applausi. A dimostrazione del fatto che una parte dei militanti riconosce in loro persone più vicine alla tradizione del movimento. In questo quadro, dai vertici della Lega arriva il tentativo di ricondurre a unità il significato politico della giornata. Riccardo Molinari sottolinea come "Matteo Salvini ha tenuto alta la bandiera del federalismo e dell'autonomia", rivendicando un legame diretto tra l'azione dell'attuale leadership e il pensiero del fondatore. Un richiamo alla continuità che si concentra in particolare sulla riforma dell'autonomia differenziata, indicata come sviluppo coerente di quella impostazione.
Una lettura che viene però respinta da Roberto Castelli, che parla invece apertamente di "eredità tradita" e di una Lega "che ha mantenuto il nome, ma è un'altra cosa", segnando così, anche nel giorno del commiato, la distanza tra diverse interpretazioni del lascito politico di Bossi.
Tra cori, applausi e dichiarazioni, Pontida restituisce insomma così l'immagine di un movimento che, nel momento in cui saluta il suo fondatore, si confronta anche con le proprie trasformazioni e con una domanda ancora aperta sul significato e sulla direzione della sua identità politica.