Con la nuova fase dell'emergenza coronavirus e la revoca della maggior parte delle misure contenitive è necessario ridurre al minimo il rischio di una seconda ondata di contagi. Il Paese, infatti, non riuscirebbe a reggere un nuovo lockdown. È l'allarme lanciato dalla fondazione Gimbe, un think tank che si occupa di ricerca in ambito sanitario, che sottolinea come sia importante non abbassare ancora la guardia. Infatti, anche se il carico sugli ospedali e sulle strutture sanitarie si è effettivamente alleggerito, il virus non ha diminuito la sua gravità. Le riaperture che si sono susseguite nell'ultimo mese non potevano essere più posticipate per questioni economiche e sociali, ma manca ancora un sistema di monitoraggio univoco su tutto il territorio nazionale. A questo punto, non resta che fare affidamento sui comportamenti individuali e sulla strategia delle 3T (testing, tracing, treating), che pur presenta delle difficoltà.

"I dati sono incoraggianti, l'Italia può ripartire, ma serve ancora prudenza perché il virus non è scomparso", ha detto ieri in conferenza stampa il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Lo stesso concetto rimarcato anche la settimana scorsa dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che aveva sottolineato come nonostante i dati siano incoraggianti, questi sono i risultati delle misure contenitive e di quasi tre mesi di lockdown. "Dobbiamo continuare sulla strada intrapresa con gradualità e cautela", ha aggiunto Speranza facendo riferimento ai dati comunicati dall'Istituto superiore di sanità. Anche la fondazione Gimbe ha condotto un monitoraggio indipendente sull'evoluzione dell'epidemia nel Paese, comunicando i dati registrati nella settimana tra il 18 e il 24 maggio.

In questo periodo sono stati rilevati 2.697 nuovi casi totali e 529 decessi in più, confermando il rallentamento di contagi e morti. Anche il carico sugli ospedali risulta alleggerito, con 1.987 posti letto liberati di cui 153 in terapia intensiva. "In occasione dell'avvio della Fase 3  abbiamo effettuato un’analisi complessiva su dati ufficiali, strumenti di monitoraggio e livello di rischio per valutare se le azioni messe in campo da governo e Regioni sono adeguati a fronteggiare i rischi di un’eventuale risalita del contagio", ha annunciato il presidente della fondazione, Nino Cartabellotta.

I dati ufficiali

Vediamo quindi i risultati dell'indagine condotta da Gimbe. Per quanto riguarda i dati ufficiali, la fondazione sottolinea come quelli disponibili siano quelli comunicati dalle Regioni, mentre per conoscere il valore Rt si deve fare riferimento all'ultimo bollettino epidemiologico dell'Istituto superiore di sanità. Tuttavia, per quanto riguarda i numeri relativi ai 21 indicatori segnalati dal ministero della Salute, i dati non sono pubblici. Lo stesso vale per l'aggiornamento del quadro complessivo sul monitoraggio regionale. Inoltre, anche sul valore Rt emergono delle problematiche per quanto riguarda la Fase 3. Nel report del 26 maggio dell'Istituto superiore di sanità, l'indice è calcolato al 10 maggio, in quanto servono almeno due settimane per il consolidamento dei dati. Non è quindi ancora visibile l'impatto delle riaperture del 18 maggio sulla curva dei contagi. La fondazione Gimbe riscontra alcune problematicità anche per quanto la comunicazione di questi dati, in quanto, con l'interruzione della quotidiana conferenza stampa della Protezione civile, l'unico appuntamento istituzionale rimane quello dell'Istituto superiore di sanità. Ma i dati del monitoraggio, aggiunge, non sono pubblicamente disponibili a cittadini e ricercatori.

Le strategie di monitoraggio

Nella Fase 3 diventa ancora più importante attuare politiche di testing, tracing e treating. "Nel Paese continuano ad essere rafforzate a livello regionale politiche di testing e screening in modo da identificare il maggior numero di casi", afferma il report dell'Istituto superiore di sanità. Ma le rilevazioni di Gimbe in merito ai tamponi diagnostici dimostrano che la strategia non solo non è stata potenziata, ma è stata anche ridotta con una media del 6%. I numeri delle Regioni, comunque, rimangono molto variabili tra loro. La fondazione già in passato ha sottolineato i rischi derivati dall'assenza di un piano nazionale per l'esecuzione dei tamponi, denunciando come spesso le Regioni decidessero in autonomia di eseguirli con il contagocce per paura di nuove chiusure. Anche per le operazioni di screening e test sierologici, avviate da alcune Regioni, manca un monitoraggio nazionale e una policy univoca tra i territori. Inoltre, a causa dei notevoli ritardi nell'avvio dell'indagine sieroepidemiologica, i risultati che avrebbero potuto fornire un quadro più chiaro rispetto alla circolazione del virus dopo tre mesi di lockdown non sono ancora disponibili. Infine, la fondazione registra delle problematicità per quanto riguarda l'app Immuni che, spiega Gimbe, è utile solo se impiegata da circa il 60-70% della popolazione e se sostenuta da un potenziamento dell'attività di testing su tutto il territorio nazionale. Che al momento ancora non si vede. L'applicazione ideata dal governo per il tracciamento dei contatti rischia in questo modo di rimanere una "scatola vuota".

I livelli di rischio

Anche se i numeri dell'epidemia ci dicono che i contagi sono in diminuzione e i morti sono sempre meno, i rischi non vanno sottovalutati. Gimbe sottolinea infatti come la percentuale di tamponi diagnostici positivi sia ancora elevata in molti territori. In particolare in quattro Regioni, dove la media rilevata tra il 18 maggio e il 3 giugno continua ad essere più elevata di quella nazionale.

La Liguria è la Regione con il maggior tasso di tamponi diagnostici positivi. Se la media nazionale è all'1,48%, in Liguria questa arriva al 4,3%. Troviamo poi la Lombardia con il 3,83% e il Piemonte con il 2,69%. Anche l'Emilia Romagna è al di sopra della media nazionale con l'1,59% . Per quanto riguarda l'incidenza di nuovi casi ogni 100 mila abitanti, quindi, tre Regioni si trovano nettamente al di sopra della media nazione (13). Sono appunto Lombardia (44), Liguria (36) e Piemonte (26), anche se la fondazione Gimbe sottolinea come generalmente in questi territori ci sia una propensione all'esecuzione di tamponi diagnostici al di sopra della media nazionale (891). Almeno per quanto riguarda la Lombardia (1.149) e il Piemonte (952), mentre la Liguria si trova lievemente al di sotto (840).

"Non ci possiamo permettere nuovi lockdown"

"Dai dati disponibili emergono tre ragionevoli certezze: innanzitutto, il via libera del 3 giugno è stato deciso sulla base del monitoraggio relativo a 2-3 settimane prima; in secondo luogo l’attitudine alla strategia delle 3T è molto variabile tra le Regioni e non esistono dati sistematici sugli screening sierologici; infine, rispetto al battage mediatico della Fase 1, la comunicazione istituzionale si è notevolmente indebolita, alimentando un senso di falsa sicurezza che può influenzare negativamente i comportamenti delle persone", commenta il dottor Cartabellotta. E conclude ribadendo la necessità di non abbassare la guardia: "Il Paese non  non può permettersi nuovi lockdown: il rischio di una seconda ondata dipende, oltre che da imprevedibili fattori legati al virus, dalle strategie di tracciamento e isolamento dei casi attuate dalle Regioni e dai comportamenti individuali. Se tuttavia l’improrogabile scelta di riaprire per rilanciare l’economia si è basata solo sull’andamento dei ricoveri e delle terapie intensive, è giusto dichiararlo apertamente ai cittadini con un gesto di grande onestà e responsabilità politica".