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11 Novembre 2015
19:02

Eutanasia legale, la proposta di legge: vivere liberi di scegliere, fino alla fine

Sessantasette parlamentari e associazioni chiedono a gran voce la calendarizzazione della proposta di legge di iniziativa popolare sul fine vita depositata dal 23 settembre 2013 alla Camera dei deputati. Nonostante sollecitazioni e campagne, infatti, nel nostro paese continua a mancare un dibattito sul tema.
A cura di Claudia Torrisi
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Con una lettera alla presidente della Camera, Laura Boldrini, e ai capigruppo delle varie forze politiche, 67 parlamentari hanno chiesto la calendarizzazione delle proposte di legge in materia di fine vita. L'argomento è dei più spinosi, e in Italia più che mai. Nonostante i casi eclatanti che hanno occupato le nostre cronache – da Eluana Englaro a Piergiorgio Welby – nel nostro paese, infatti, non solo perdura l'assenza di una legge che disciplini la volontà di un paziente di porre fine alla sua vita, ma manca proprio un vero dibattito sul tema. Eppure i tempi per una discussione sarebbero favorevoli. Secondo il Rapporto Italia 2014 di Eurispes, il 58,9% dei cittadini sono favorevoli all’eutanasia; oltre i tre quarti della popolazione – il 71,7% del campione – vede di buon occhio il testamento biologico.

Recentemente della questione si è tornati a parlare con il caso di Max Fanelli, un 54enne marchigiano malato di Sla – Sclerosi laterale amiotrofica. Immobilizzato nel suo letto di Senigallia, l'11 ottobre ha deciso di sospendere le cure e lasciarsi morire, in protesta contro la mancata calendarizzazione della legge sul fine vita. "Insieme a tante altre situazioni come la mia i diritti dei morenti sono costantemente trascurati dai capigruppo di Camera e Senato, che ignorano ogni appello. Caro Stato, se non mi dai la libertà e la dignità, tieniti pure le medicine per la Sla", ha scritto in una lettera Fanelli, completamente paralizzato a eccezione di un occhio e l'udito. Solo grazie a una particolare macchina per il controllo oculare è riuscito a scrivere tre righe ogni due ore. La presidente della Camera ha risposto poco dopo alla lettera, garantendo che avrebbe sollecitato i gruppi parlamentari a prendere in esame le leggi di iniziativa popolare "anche sulla base" del richiamo di Fanelli, a cui ha chiesto di riprendere a curarsi. Invito che Fanelli non ha accolto. "Continuerò a lottare, proprio perché ho fiducia nelle istituzioni e nei cittadini italiani che stanno mostrando di essere più maturi del legislatore, ma sono disposto anche ad interrompere l'alimentazione forzata qualora ce ne fosse bisogno", ha risposto. Sulla vicenda del 54enne di Senigallia si sono susseguiti diversi appelli e sollecitazioni, finora caduti per lo più nel vuoto. La Regione Marche – dove vive Fanelli – ha recentemente approvato una mozione "per esortare il Governo a discutere quanto prima nelle aule parlamentari le proposte di legge in materia di fine vita". Attenzione che era già stata chiesta più di un anno fa, dall'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Una legge sul fine vita

La proposta di cui si chiede a gran voce la calendarizzazione è la numero 1582, "Rifiuto dei trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia", depositata alla Camera dei deputati dal 23 settembre 2013 dall'Associazione Luca Coscioni. Si tratta di una proposta di legge di iniziativa popolare, presentata grazie alle firme di oltre 67.000 cittadini. "Che oramai sono diventate molte di più, oltre 102 mila", spiega Matteo Mainardi, coordinatore della campagna Eutanasia legale, comitato promotore e attivo per chiedere la calendarizzazione della pdl. Anche la lettera inviata dai parlamentari rientra in questa campagna. I 67 fanno infatti parte di un Intergruppo parlamentare per l’eutanasia legale e il testamento biologico, nato recentemente proprio su sollecitazione della Coscioni. "Stiamo facendo questa campagna – aggiunge Mainardi – perché il Parlamento almeno calendarizzi la nostra proposta per poi discuterla. Del resto l'articolo 71 della Costituzione dice che il popolo esercita la sua iniziativa per fare le leggi. Quello che stiamo chiedendo noi è non leggere questa norma come mero esercizio del potere dei cittadini di raccogliere delle firme, ma di entrare nel merito e prendere un impegno. Altrimenti è un gioco".

La proposta ha una struttura semplice: solo 4 articoli in cui si chiede la depenalizzazione dell'eutanasia nel caso in cui una persona che sia maggiorenne, malata terminale e con un'aspettativa di vita molto ridotta chieda di morire.

Ogni cittadino può rifiutare l’inizio o la prosecuzione di trattamenti sanitari, nonché ogni tipo di trattamento di sostegno vitale o di terapia nutrizionale. Il  personale medico e sanitario è tenuto a rispettare la volontà del paziente ove essa: a) provenga da un soggetto maggiorenne; b) provenga da un soggetto che non si trova in condizioni, anche temporanee, di incapacità di intendere e di volere, salvo quanto previsto dall’articolo 3; c) sia manifestata inequivocabilmente dall’interessato o, in caso di incapacità sopravvenuta, anche temporanea dello stesso, da persona precedentemente nominata, con atto scritto con firma autenticata dall’ufficiale di anagrafe del comune di residenza o domicilio, fiduciario per la manifestazione delle volontà di cura.

In questi casi, il personale medico e sanitario che "non rispetta la volontà manifestata" è tenuto "in aggiunta ad ogni altra conseguenza penale o civile ravvisabile nei fatti, al risarcimento del danno, morale e materiale, provocato dal suo comportamento".  Se la richiesta d'eutanasia rispetta le condizioni – e il paziente è stato "congruamente e adeguatamente informato delle sue condizioni e di tutte le possibili alternative terapeutiche e prevedibili sviluppi clinici e abbia discusso di ciò con il medico", i medici non commetteranno reato. Ad oggi, infatti, chi pratica l'eutanasia rischia fino a quindici anni di carcere. Un reato assimilabile all'omicidio di consenziente o all'istigazione al suicidio.

La proposta pensa anche al caso in cui il malato si trovi in condizioni di non poter manifestare la propria volontà, prevedendo la possibilità per ogni persona di

redigere un atto scritto, con firma autenticata dall’ufficiale di anagrafe del comune di residenza o domicilio, con il quale chiede l’applicazione dell’eutanasia nell’ipotesi in cui egli successivamente venga a trovarsi nelle condizioni previste dall’articolo 3, comma1, lettera e), e sia incapace di intendere e di volere ovvero di manifestare la propria volontà, nominando contemporaneamente un fiduciario perché confermi la richiesta

La Pdl di iniziativa popolare non è l'unica proposta sul fine vita presente in questo momento in Parlamento. In tutto sono cinque, tre alla Camera e due al Senato. Nessuna di queste, però, è stata mai discussa. Anche i promotori delle altre, ad ogni modo, appoggiano quella della Coscioni. "La sostengono perché è la più asciutta e semplice – dice Mainardi – l'abbiamo lasciata aperta al dibattito parlamentare. A noi importa che se ne parli e poi si inizi a normare. Non si può stare in silenzio". In questi due anni di lotta, Mainardi ammette che "i risultati e riscontri che abbiamo avuto – come l'aumento dei parlamentari dell'intergruppo da 35 a 213  – si sono scontrati con un muro di gomma di silenzio istituzionale". Eppure, ci sono vari aspetti da considerare: "C'è situazione allarmante che riguarda le persone. Secondo i dati Istat del 2010 – gli ultimi – il 46% degli italiani che si suicidano lo fa per cause legate alla propria malattia. Non legalizzare eutanasia non significa farla scomparire. Oltre a quella clandestina ci sono tutte queste persone che hanno paura a rivolgersi a medico e psicologo e ricorrono al suicidio prima di arrivare al momento in cui non riescono più a farlo".

Ma c'è anche un'altra questione che il silenzio sul tema non aiuta. "Molte persone malate che ci contattano non conoscono le alternative. Ad esempio molti malati di Sla non sanno di nuovi macchinari, puntatori oculari, che gli fanno ritardare una scelta come l'eutanasia", spiega Mainardi, che è fiducioso sulla riuscita della battaglia. "Credo – dice – che anche questa come altre battaglie, come quella sull'aborto ad esempio, verrà vinta, è questione di anni. Questi diritti verranno riconosciuti, nel nostro futuro ci sono. Bisogna vedere quanto il Parlamento riuscirà a ostacolarli. Una delle cose dette più spesso dalle persone che ci seguono è che qui in Italia non cambierà nulla perché c'è la Chiesa. In realtà noi notiamo che spesso il problema non è la Chiesa e le sue idee, ma una classe politica interessata a difendere clientele e posizioni che diventa più clericale delle gerarchie vaticane".

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