Elezioni in Ungheria, Orban rischia per la prima volta di cadere: è una buona notizia per tutti gli europei

di Monica Frassoni, ex europarlamentare
C'è una data che porto con me da trent'anni di politica europea: il 16 aprile 1994. L'Ungheria deposita la sua domanda di adesione all'Unione Europea, prima dei paesi post-comunisti a farlo. Budapest sembrava allora la capitale più vivace e promettente di tutto l'Est. Ci ero stata da giovane responsabile federalista, i movimenti europei giovanili pullulavano di ungheresi, alcuni dei quali già avviati ad una brillante carriera.
Anche nel novembre del 1989 ero lì, alla caduta del muro di Berlino, e ricordo benissimo i ragazzi di Fidesz e quelli un po’ smarriti del partito comunista della Germania Est. Fidesz era allora un piccolo movimento di giovani democratici, liberale e dichiaratamente europeista, e il suo leader, Viktor Orbán, aveva appena tenuto il suo discorso più famoso sulla Piazza degli Eroi, di fronte a 250.000 persone, chiedendo libere elezioni e il ritiro delle truppe sovietiche. Era un giovane che aveva studiato filosofia politica liberale a Oxford grazie a una borsa di George Soros, lo stesso Soros che avrebbe poi trasformato nel suo nemico per eccellenza e nello spauracchio di ogni campagna elettorale. Trent'anni dopo, l’Ungheria vive la sua campagna elettorale più importante dall'ingresso nell'Unione nel 2004.
La storia di Viktor Orbán e della sua presa di potere è anche la storia della complicità ed inerzia europea, in quella che dal 2010 in poi è stata la lenta erosione della giovanissima democrazia ungherese. Le istituzioni dell'Unione, e in particolare Consiglio e Commissione, non hanno agito per anni, nonostante ci fossero largamente gli estremi per l’applicazione dell’art.7, che fu inserito nel Trattato prima dell’allargamento del 2004 precisamente per rispondere alle possibili derive autoritarie dei suoi nuovi membri. Mentre il Parlamento europeo denunciava già dal 2012 lo smantellamento della magistratura indipendente, il bavaglio ai media, la riscrittura delle procedure parlamentari che permette al governo di adottare una legge in 24 ore, la riscrittura della Costituzione, la ridefinizione dei collegi elettorali …
Quando finalmente la Commissione si è mossa, in particolare applicando la condizionalità sui fondi europei lo ha fatto tardi e male. Il PPE di Manfred Weber e Angela Merkel ha una responsabilità enorme: per anni ha tenuto Fidesz nel gruppo come socio scomodo ma utile, proteggendolo da sanzioni e normalizzandone il linguaggio sempre più xenofobo. Solo nel 2021, dopo anni di tira e molla, Fidesz ha lasciato o è stato cacciato dal gruppo, a seconda dei punti di vista. E c'è un altro complice che si tende a dimenticare: la politica economica europea degli anni della grande crisi.
Mentre la Commissione metteva alla gogna la Grecia di Tsipras, Orbán cresceva pressoché indisturbato, distribuendo miliardi di fondi europei ai suoi oligarchi e costruendo il suo stato “para-mafioso” con i soldi dei contribuenti di tutta Europa. L'80% dei fondi strutturali ungheresi del periodo 2014-2021 erano già stati allocati alla fine del 2017, con 5,6 miliardi spesi nel solo mese di dicembre di quell'anno: una rincorsa frenetica alle elezioni che tutti a Bruxelles sapevano e che nessuno ha fermato. Come scrisse allora un giornalista ungherese con amara precisione, "Orbán sta putinizzando l'Ungheria con i fondi della UE".
Eppure i miti, anche i più solidi, alla fine si consumano. Quello di Orbán ha cominciato a sgretolarsi non per l'azione dell'opposizione tradizionale, che ha perso quattro elezioni di fila, inclusa la clamorosa sconfitta del 2022, quando tutti i partiti, dall'estrema destra ai Verdi, avevano corso insieme senza riuscire a scalfire la sua maggioranza, ma per le crepe interne al regime e per la dura realtà economica. Dal Covid in poi, la crescita ungherese è scivolata al di sotto della media europea. L'inflazione ha mangiato salari già bassi rispetto al resto dell’Europa centrale. Ospedali e scuole mostrano i segni di un decennio e mezzo di saccheggio clientelare.
Poi è arrivato lo scandalo: nel 2024 la stampa indipendente ha rivelato un caso grave di abusi sessuali su minori nell'entourage del regime. Orbán ha scaricato tutto sulla presidente della Repubblica Katalin Novák e sulla ministra della Giustizia Judit Varga, le due figure femminili più in vista del partito, costringendole alle dimissioni. Ed è in questo momento che è entrato in scena Péter Magyar, ex marito di Judit Varga, uomo fino ad allora dentro il sistema, che ha accusato pubblicamente Orban di avere costruito uno stato corrotto e controllato con sistemi “mafiosi”. Il suo profilo, l'insider che si ribella più che l’oppositore politico, era esattamente quello che molti ungheresi aspettavano.
Magyar ha costruito TISZA con una campagna capillare, comune per comune, anche nelle roccaforti di Fidesz. Ha visitato ospedali fatiscenti documentando lo sfacelo, ha organizzato comizi in piazze dove non si vedeva opposizione da anni. Le sue posizioni restano più conservatrici di quanto molti progressisti ungheresi ed europei vorrebbero, ma incarna comunque la speranza concreta di un cambiamento.
Resta il fatto che vincere non sarà facile. Il sistema elettorale è stato plasmato da Fidesz su sé stesso: con il meccanismo "winner takes it all" e una ridefinizione ad hoc dei collegi, TISZA avrebbe bisogno di 5-6 punti percentuali di vantaggio per ottenere una piccola maggioranza di seggi. I sondaggi indipendenti mostrano anche 20 punti di distacco, ma quelli interni a entrambi i partiti indicano un margine più contenuto. Inoltre, agenti del GRU russo, già attivi nelle elezioni moldave, sono stati segnalati in Ungheria con il compito di aiutare Fidesz. Un sistema collaudato di acquisto dei voti nelle comunità rom e nelle aree rurali più povere – denaro, cibo, bestiame, alcol, a volte minacce esplicite di tagliare acqua e luce o di portare via i figli a chi non vota come previsto, che gli esperti stimano possa muovere mezzo milione di voti, circa il 6% del totale.
E poi ci sono i voti per corrispondenza degli ungheresi nei paesi vicini, sistematicamente "gestiti" da partiti collegati a Fidesz in Serbia, Romania e Slovacchia. A detta di molti commentatori, la campagna è stata la più “sporca” degli ultimi decenni. Fidesz dipinge Magyar come un agente di Zelensky e di "Bruxelles", accusa l'opposizione di alto tradimento, agita lo spettro della guerra, accusa Kyiv di boicottaggio “energetico”. In sedici anni ha costruito un controllo quasi totale sui media: giornali, radio, televisioni, cartelloni stradali, perfino le app dei servizi sanitari e amministrativi, sono stati sistematicamente comprati e sono controllati dai suoi sodali. Eppure il sistema mostra crepe sempre più evidenti: per la prima volta, un alto funzionario della polizia giudiziaria e un ufficiale dell'esercito hanno parlato pubblicamente di pressioni politiche insopportabili.
Ma anche se Magyar dovesse vincere, nessuno si può illudere che il cambiamento sarà rapido o indolore. Basta guardare alla Polonia di Donald Tusk per capire quanto sia difficile smontare un sistema costruito per durare. Tusk ha vinto le elezioni nel 2023, ma ad oltre due anni di distanza si trova ancora a fare i conti con una Corte Costituzionale e una magistratura ostili, con media di stato che non rispondono al governo eletto, con un presidente della Repubblica che pone veti su ogni riforma. In Ungheria la situazione è ancora più consolidata: sedici anni di lavoro capillare su ogni istituzione, ogni nomina, ogni regola del gioco.
Se TISZA vincesse senza la super-maggioranza dei due terzi, uno scenario tutt’altro che improbabile, Fidesz conserverebbe per settimane, nel periodo di transizione, i propri poteri costituzionali e potrebbe modificare ulteriori leggi prima di lasciare; e comunque non sarà semplice disfare il sistema Orban. Nonostante tutto questo, se davvero Fidesz perdesse le elezioni sarebbe davvero una buona notizia. Non solo per gli ungheresi.
Orbán ha costruito la sua traiettoria sull'idea che il modello illiberale fosse il futuro, che la sua “autocrazia elettorale” a trazione nazionalista potesse fare da modello per l'intera Unione, per boicottarla dall’interno riducendola a un gigantesco bancomat. Ha ispirato movimenti e partiti di destra in tutta Europa ed è un esempio per chi vuole dimostrare che democrazia e stato di diritto sono negoziabili. Una sua sconfitta romperebbe quel mito. Migliorerebbe gli equilibri del Consiglio europeo, toglierebbe all'Ungheria il ruolo di canale privilegiato di Putin nell'Unione e oltre che una fonte costante di veti e ostacoli.
Magyar non è di sinistra. TISZA siede nel PPE – lo stesso gruppo che per anni ha coperto Orbán. Le sue posizioni su diritti, migrazione, Europa federale sono lontane dalle mie. Ma se vince, vincerà anche grazie al voto di progressisti, ecologisti, liberali, socialdemocratici, e di quegli ungheresi stanchi del regime. Sarà un governo sorretto da un consenso trasversale, che dovrà bene o male rendere conto a una società plurale.
Nell'estate del 1989, a Budapest, quel giovane che chiedeva libertà e libere elezioni sulla Piazza degli Eroi sembrava incarnare la promessa europea. Ma poi ha tradito quella promessa, e con essa un intero paese. Oggi sono altri e altre ungheresi a dover raccoglierla, in condizioni molto più difficili, su un campo di gioco truccato. Meritano che l'Unione Europea stia dalla loro parte, e che questa volta non si giri dall'altra parte.