A giorni arriverà il nuovo dpcm anti Covid, con le regole valide per tutto il periodo natalizio. Per il mondo dell'università cambierà poco, rispetto al precedente decreto. Nel dpcm del 3 novembre scorso viene specificato che gli atenei "predispongono, in base all'andamento del quadro epidemiologico, piani di organizzazione della didattica e delle attività curriculari che tengono conto delle esigenze formative e dell’evoluzione del quadro pandemico territoriale e delle corrispondenti esigenze di sicurezza sanitaria". Con la suddivisione dell'Italia in tre fasce di rischio questo si è tradotto nella chiusura degli atenei in zona rossa, salvo alcune eccezioni. Mentre nelle zone gialle e arancioni è stata disposta la didattica a distanza per tutti, tranne che per i corsi di studio per le matricole e per i laboratori. Abbiamo chiesto al sottosegretario all'Università e alla Ricerca Peppe De Cristofaro (Leu) quali novità dovranno aspettarsi gli studenti italiani con il dispositivo che entrerà in vigore dal 4 dicembre.

Con il nuovo dpcm sono previste novità per le lezioni universitarie in presenza? 

In realtà non dovrebbe cambiare nulla per l’università rispetto all’ultimo dpcm. Si proseguirà con la didattica a distanza per tutti, tranne che per le matricole e per il laboratori, che in zona gialla e in zona arancione potranno continuare in presenza. Nelle aree rosse come sappiamo il dpcm del 3 novembre scorso limitava le attività in presenza ai medici in formazione specialistica e alle attività dei tirocini delle professioni sanitarie. Il quadro delle regole rimarrà lo stesso. Nei primi mesi di pandemia, fino alla scorsa estate, ho lavorato al ministero dell'Istruzione, e ho potuto constatare che nel mondo dell'università, rispetto a quello della scuola, la situazione è molto più gestibile, sia dal punto di vista degli atenei sia dal punto di vista degli studenti. Per ovvie ragioni il problema principale è stato quello della scuola.

A cosa si riferisce?

I veri problemi che abbiamo avuto per la didattica a distanza, come la dispersione e l'aumento delle diseguaglianze, si sono concentrati sulla scuola. E variano a seconda della fascia d'età: per gli studenti più grandi l'impatto è stato meno duro, tan'è che mentre nel primo lockdown è stato chiuso tutto in maniera indiscriminata, con il passare del tempo e con la seconda ondata, non a caso è stata prevista una differenza tra il primo e il secondo ciclo. Ma questo è legato anche a un dato di realtà: non tutti gli studenti sono uguali, conta moltissimo l'età e il tipo di didattica a distanza con cui si lavora. Naturalmente anche la migliore didattica a distanza non potrà mai sostituire la didattica in presenza, e penso che anche per gli studenti più grandi, anche per quelli universitari, sia un limite molto serio far lezione da remoto, perché il percorso formativo è fatto anche di socialità, non si fa soltanto con l'accumulazione della conoscenza diretta della lezione. Noi abbiamo lasciato che le matricole potessero fare didattica in presenza proprio perché per i ragazzi del primo anno l'elemento della socialità è ancora più sentito, rispetto a quelli di secondo e terzo anno, che sono più integrati. Per questo ritengo che quando la curva epidemiologica lo consentirà bisognerà fare di tutto per tornare all'attività in presenza a tutti i livelli.

Lei pensa che l'aspetto della socialità sia stato tenuto poco in considerazione del dibattito pubblico?

Sì, e lo dico anche come ex sottosegretario alla Scuola. Anche tutta la spinta che c'era per il ritorno a scuola era sempre legata al cosiddetto ‘welfare familiare': in pratica si diceva che la scuola doveva rimanere aperta perché i genitori avevano bisogno di un posto dove lasciare i bambini. Ma il tema non è semplicemente quello, il tema è che la scuola e le università devono stare aperte perché sono decisive anche dal punto di vista del diritto individuale del singolo studente, un diritto garantito dalla Costituzione, prioritario e sacrosanto.

Dal punto di vista del rischio epidemiologico avete registrato criticità con la didattica in presenza degli studenti del primo anno?

No, tutto è stato gestito in modo sicuro, nel pieno rispetto dei protocolli, non abbiamo ricevuto segnalazioni di grossi problemi.

Quindi le attività didattiche relative agli anni successivi al primo e le proclamazioni delle lauree continueranno in modalità telematica fino a gennaio?

Sì, vediamo adesso che succede con la curva dei contagi, ma allo stato attuale queste attività rimarranno in modalità telematica e non dovrebbero esserci novità.

Se dovesse rimanere la suddivisione in fasce pensa che nelle Regioni gialle e arancioni la didattica a distanza per gli studenti dal secondo anno in poi continuerà fino al vaccino?

Vedremo anche questo, osserveremo i dati nelle prossime settimane sperando che siano incoraggianti, ma non possiamo fare previsioni.

Secondo i dati in vostro possesso la pandemia ha avuto un effetto sulle immatricolazioni?

L'effetto dell'emergenza sanitaria, al contrario di quanto ci si aspettasse, è stato un aumento delle immatricolazioni. Noi a livello universitario registriamo un'inversione di tendenza sul numero dei nuovi iscritti. Una notizia positiva se si considera che per molti anni c'è stato un segno meno, e il numero degli studenti negli atenei italiani è diminuito. E questo ha inciso sul numero complessivo di laureati. Questi dati negativi per molto tempo ci hanno portato anche nelle varie classifiche europee in posizioni non buone. Per numero di laureati per molto tempo siamo stati addirittura penultimi in Europa. E invece io penso che questo sia uno dei punti essenziali su cui intervenire. Bisogna alzare assolutamente il numero dei laureati e quindi anche quello degli iscritti.

A cosa è dovuta questa inversione di tendenza positiva?

C'è sicuramente un riflesso psicologico: l'emergenza sanitaria ha influito, perché magari l'ondata pandemica ha reso più difficoltosa la ricerca di lavoro nell'immediato. I ragazzi quindi si iscrivono all'università, nella speranza che quando arriverà il vaccino, e si tornerà alla normalità, sarà più semplice trovare un'occupazione. Però credo che il vero motivo sia stato l'ampliamento della no tax area e delle fasce reddituali che consentono di ottenere agevolazioni sulle rette di iscrizione. In pratica quelli che non pagano le tasse sono più di prima. Abbiamo investito su questo già nel decreto Rilancio e adesso in legge di Bilancio c'è stato un investimento significativo di 165 milioni. Questo finanziamento è stato previsto dallo Stato per incrementare il Fondo di finanziamento ordinario (FFO), e consente di alzare fino a una fascia di 20mila euro di reddito Isee la soglia della no tax area. Io penso che ci sia un nesso evidente tra questo provvedimento e l'aumento delle immatricolazioni all'università. Per cui una certa narrazione degli ultimi anni secondo cui non c'era un rapporto tra le tasse universitarie e il numero di iscrizioni non si basava su elementi di realtà. Su questo aspetto specifico bisognerà lavorare molto anche in prospettiva, nei prossimi anni. Fino all'anno scorso la no tax area era fino a 13mila euro. Adesso è stata quasi raddoppiata, con un'agevolazione molto forte anche per chi arriva fino 30mila euro. A questi stanziamenti sono stati aggiunti 40 milioni in più per le borse di studio.

Sono interventi pensati per la crisi sanitaria o entreranno a regime?

Sono sono stati pianificati come interventi straordinari per fronteggiare la pandemia, che ha accentuato gli elementi di diseguaglianza. La novità di quest'anno è che non si tratterà più di interventi una tantum, ma entreranno a regime. Io penso che si dovrà fare anche di più di così, allargando la fascia di esenzione. Ma sicuramente non si tornerà indietro.

Quando dice che sono aumentati gli iscritti di che cifre parliamo?

Abbiamo visto che anche la distribuzione geografica è un po' cambiata. Per esempio abbiamo riscontrato un maggiore incremento nelle università del Sud, che negli ultimi tempi avevano avuto dei dati molto negativi. Con il Covid molti ragazzi hanno preferito non prendere aerei e treni per andare a cercare casa fuori, e sono rimasti vicino alle famiglie. È troppo presto per dare dei numeri precisi, perché le iscrizioni si sono aperte in questi giorni. Comunque le posso dire che il segno più c'è in quasi tutti gli atenei italiani tranne due. In alcuni casi il dato è abbastanza clamoroso: nel Mezzogiorno ci sono state 8mila matricole in più, quindi +6,6% rispetto all'anno scorso; nel Centro si è registrato un 9% in più; nel Nord abbiamo avuto un aumento meno significativo, ma comunque +5,1% rispetto all'anno scorso. La Sicilia per esempio ha avuto un buon numero di iscritti, ed è abbastanza curioso, perché negli ultimi anni aveva avuto un calo.

Ci conferma che verrà data la possibilità agli studenti fuori sede di tornare a casa per Natale?

Sì, i ragazzi potranno tornare a casa dalle loro famiglie, sono inclusi nelle categorie che potranno spostarsi da una Regione all'altra.

Secondo gli ultimi dati del Miur si parla di oltre 300mila universitari che studiano in una Regione diversa da quella di residenza. Quanti ragazzi stimate che si sposteranno per le vacanze?

Non è possibile quantificare al momento il numero di studenti fuori sede che torneranno a casa. Già ora molti studenti potrebbero trovarsi nella loro città di residenza, per via della didattica a distanza introdotta lo scorso 4 novembre. A livello universitario poi, a differenza della scuola, è molto accentuato l'elemento dell'autonomia degli atenei, ci possono essere gestioni differenti della didattica, che potrebbe essere stata organizzata anche in forma mista.

È plausibile secondo lei pensare a una riduzione didattica a distanza già a dicembre, come auspicato dalla ministra Azzolina?

Io penso che la ministra dell'Istruzione abbia ragione. Penso che tutto quello che si può fare per favorire il ritorno in classe va fatto. Io sono fra quelli che pensano che la didattica a distanza sia stata una cosa positiva. Penso che se il coronavirus fosse arrivato dieci anni fa ci sarebbe stata una paralisi. Però è anche vero che ci sono delle criticità, al di là di tutti gli interventi che si possono fare. La prima cosa che abbiamo fatto, non appena c'è stato il lockdown, è stata trovare 88 milioni da destinare subito all'acquisto dei tablet, perché non tutti avevano a casa un pc o un altro supporto per connettersi. Ma è lo strumento in sé che comporta elementi di difficoltà. Ci sono ragazzi che hanno a disposizione un tablet ma non hanno la banda larga per esempio. Se si viene da famiglie con fragilità pregresse o da un contesto sociale più difficile, inevitabilmente la pandemia ha peggiorato le cose perché ha amplificato le diseguaglianze.

Per la riapertura delle scuole, dice il presidente dell'Anci Decaro, serve un intervento del governo sui trasporti extraurbani. Ci sono stati ritardi?

Quello dei trasporti è uno dei principali problemi che abbiamo affrontato per la riorganizzazione della scuola. Io ho partecipato a diversi tavoli regionali, quando ero ancora all'Istruzione. Purtroppo si pagano i disastri degli anni passati, perché nel tempo sono stati indeboliti i trasporti pubblici.

Ci sono le condizioni tornare in classe prima di gennaio?

Se un ritorno a scuola si può pensare in termini di sicurezza per tutti, studenti, docenti e personale Ata, secondo la mia opinione, e parlo in questo caso da esponente del mio partito, si può provare a fare. Io non nascondo il mio disagio, che deriva dall'essere residente in una Regione come la Campania, in cui le scuole sono drammaticamente chiuse ininterrottamente da marzo.