C'è un nuovo testimone che conferma quanto abbiano raccontato, e alcuni verbali di interrogatorio che mettono nero su bianco le accuse nei confronti della Lega: per anni, il partito ha pagato con soldi pubblici delle Regioni decine di suoi dipendenti, e l'ha fatto di sicuro sia in Lombardia che Piemonte. I documenti giudiziari ribadiscono il ruolo di Giancarlo Giorgetti al vertice del sistema, e tirano in ballo un gruppetto di deputati attuali della Lega.

Nella scorsa puntata dell'inchiesta avevamo raccontato il caso della Lombardia, dove secondo una fonte interna al partito per almeno 15 anni, dal 2003 al 2017, una ventina di dipendenti della Lega Lombarda è stata retribuita con soldi pubblici, facendo risparmiare alle casse del partito circa 7 milioni di euro. I vertici nazionali del partito – Salvini e Giorgetti – non hanno risposto alle nostre domande. Oggi possiamo svelare nuove accuse che riguardano questo meccanismo usato segretamente per anni dal più popolare partito italiano. A parlare è Loredana Zola, per anni segretaria amministrativa della sezione piemontese della Lega Nord: «Gestivo la contabilità della segreteria del Piemonte e delle oltre 140 sedi periferiche che c'erano in Regione, all'occorrenza poi venivo chiamata a Milano per dare una mano in segreteria federale». Zola ha lavorato nel partito dal 1993 fino al licenziamento collettivo, avvenuto nel 2017, quando Salvini ha definitivamente lasciato a casa quasi tutti gli storici dipendenti padani, una settantina in tutto. L'ex impiegata della Lega spiega «dal 2008 a dicembre 2017 in Piemonte una decina di persone è stata pagata con soldi dei consigli regionali, nonostante lavorassero per il movimento». Lo stesso meccanismo usato in Lombardia fin dal 2003, come abbiamo raccontato. Sotto la Mole, i responsabili del trucco leghista pagato dai tutti i contribuenti italiani sono stati i massimi responsabili del partito di allora, dice Zola: «Roberto Cota era il segretario politico del Piemonte, poi c'era Elena Maccanti (oggi deputata), Stefano Allasia (attualmente deputato e presidente del consiglio regionale del Piemonte) e Mario Carossa (ha lasciato la politica, allora era il capogruppo regionale)».  Maccanti e Allasia non hanno risposto alle nostre richieste di chiarimento. L'ex presidente del Piemonte Cota si è limitato a scriverci: «Non faccio più politica da diversi anni. Anche in precedenza non mi occupavo di personale e di gestione del gruppo regionale». Davanti alla richiesta di commentare le accuse di Loredana Zola, Cota non ci ha risposto.

Molte cose raccontate a Fanpage.it sono state dette dall'ex responsabile amministrativa della Lega in Piemonte anche durante un piccolo processo che si sta svolgendo a Torino, e che il mese prossimo dovrebbe arrivare a sentenza. Nel 2013 la procura piemontese ha messo sotto inchiesta per truffa lo stesso Carossa e Barbara Lacchia, ex segretaria della Lega. Motivo? Esattamente lo stesso: Lacchia sarebbe stata pagata per anni con soldi del gruppo Lega in Piemonte nonostante lavorasse come segretaria personale di Matteo Brigandì, già parlamentare e avvocato della Lega oltreché di Umberto Bossi. L'accusa è di truffa. Carossa, che della truffa sarebbe stato uno degli esecutori, ha deciso di non difendersi ottenendo la messa alla prova e poi l'estinzione del reato. Barbara Lacchia ha scelto invece di farsi processare. Rischia una condanna a 8 mesi per aver indebitamente intascato soldi pubblici, tra il 2011 e il 2012.

Per difendersi dall'accusa, l'ex segretaria ha chiamato a testimoniare due sue ex colleghe: Loredana Zola, appunto, ed Enrica Brambilla, responsabile dell'amministrazione della Lega in Lombardia, una delle prime dipendenti assunte in via Bellerio. È proprio dalle loro testimonianze che trova conferma quanto ci ha raccontato la nostra fonte. Le due storiche segretarie della Lega hanno infatti spiegato che quanto fatto con Lacchia è avvenuto con molte altre persone. «Era una prassi consolidata addirittura gestita dai vertici», ha messo a verbale Brambilla citando tra i beneficiari di soldi pubblici «Franco Zucca, Marco Citterio, Giampaolo Pradella, Luciano Grammatica, Rita Malegori, Raffaele Volpi, Andrea Robbiani, Lucio Brignoli, Simona Guerrieri: ebbero tutti contratti con enti regionali facendo lavori non per la regione o addirittura ricoprendo ruoli interni alla Lega. Tutto era dato per legittimo e gestito da Giorgetti, il capogruppo e i vari assessori». Qualcuno in Lega si è mai chiesto se questa prassi fosse legale? «No, il discorso era un po’ diverso», è la risposta a questa domanda data da Brambilla davanti ai giudici di Torino: «O si accettava quello o non c’era niente, quindi o così o così, uno doveva trovarsi un altro posto di lavoro se non accettava».

Ai 15-20 dipendenti lombardi pagati con soldi pubblici se ne aggiunge un'altra decina piemontese. Loredana Zola ha dichiarato infatti che di questo meccanismo hanno beneficiato altre 10 persone della Lega. L'ex segretaria del partito ha messo a verbale una lista di persone che, a detta sua, lavoravano per il partito ma per anni sono stati pagati con fondi della Regione. C'è Riccardo Molinari, oggi capogruppo della Lega alla Camera oltreché vice segretario federale; Alessandro Benvenuto, deputato e presidente della commissione Ambiente; Andrea Giaccone, deputato e presidente della Commissione Lavoro; Michele Mosca, consigliere regionale e vicesegretario di Lega Salvini Piemonte; Alessandro Ciro Sciretti, consigliere comunale di Torino fattosi conoscere a livello nazionale per aver invitato la polizia a usare il metodo «scuola Diaz» contro gli organizzatori di una manifestazione avvenuta nel capoluogo piemontese lo scorso febbraio.

Abbiamo chiesto un commento a tutte le persone citate da Zola nel verbale agli atti della procura. Benvenuto, Mosca e Sciretti non ci hanno risposto. L'onorevole Giaccone ci ha scritto di non aver mai preso uno stipendio dal gruppo regionale della Lega in Regione Piemonte; non ci ha detto se è stato pagato in quegli anni come collaboratore della Regione Piemonte. Molinari, capogruppo alla Camera, ha invece risposto garantendo di non aver «mai ricevuto uno stipendio come collaboratore dal gruppo o dalla Regione».

I dati sui contratti di collaborazione resi pubblici dalla Regione Lombardia e dalla Regione Piemonte sono pochi e scarni: arrivano al massimo al 2013, in più non permettono di conoscere i dettagli dei contratti, come ad esempio le condizioni di lavoro con cui il collaboratore era assunto. Di certo le testimonianze di Brambilla e Zola dicono che c'erano almeno 25 persone pagate con soldi pubblici per svolgere un lavoro privato. Se ognuno di loro costava alla Regione circa 2mila euro al mese, come dicono le due ex impiegate, il totale usato a favore della Lega dal 2003 al 2017 arriva a 9 milioni di euro. E questo se il trucco finanziario si è interrotto nel 2017 e ha coinvolto esclusivamente Lombardia e Piemonte. Altrimenti il conto potrebbe salire. Una possibilità che la testimone Zola non esclude: «Visto ci veniva descritta come prassi», dice, «presumo venisse usato anche in altre regioni con presenza leghista».