Decreto Fiscale, Governo ci ripensa e cancella le tasse su dividendi e pacchi extra Ue: cosa cambia e per chi

La limitazione sulla tassazione agevolata di dividendi e plusvalenze delle società è durata appena una stagione. Introdotta con la legge di bilancio, la norma era destinata a ridurre i benefici fiscali per alcune partecipazioni societarie, ma è stata corretta in tempi record: il governo ha infatti deciso di cancellare i limiti, riportando il sistema a una versione "più semplice e conveniente" per chi detiene quote in altre imprese. La modifica sarà inserita nel decreto fiscale e avrà effetto retroattivo: di fatto, le nuove regole "non saranno mai esistite".
Il sistema dei dividendi in Italia: come funzionava prima della modifica
Per capire perché la misura ha generato tanto dibattito, bisogna partire dal meccanismo base. Quando una società incassa dividendi da un'altra, il sistema italiano prevede un'importante esclusione fiscale: il 95% del dividendo non viene tassato, e solo il 5% entra nel reddito imponibile. In pratica, su 100 mila euro di dividendi, le imposte si calcolano su appena 5 mila euro, con un'aliquota effettiva intorno all'1,2%. Questo regime serve a evitare la doppia tassazione lungo la catena societaria ed è uno dei pilastri della fiscalità delle imprese.
La limitazione prevista dalla manovra 2026 e i suoi obiettivi
Con la manovra approvata a fine 2025, il governo aveva deciso di circoscrivere questo beneficio, applicandolo solo alle partecipazioni "rilevanti": almeno il 5% di una società o con un valore fiscale superiore a 500 mila euro. Chi possedeva quote più piccole o frammentate avrebbe perso l'esclusione del 95%, pagando l'intero ammontare dei dividendi come reddito imponibile. L'intento era quello di contenere le agevolazioni per le partecipazioni minori e aumentare il gettito fiscale. Ma l'impatto pratico si è rivelato più complesso di quanto previsto, trasformando una scelta tecnica in un problema concreto per molte imprese.
Dove si è inceppato il meccanismo
Le società comprano e vendono partecipazioni continuamente, e la norma non spiegava chiaramente cosa accadeva in caso di passaggio sotto le soglie previste. Per esempio, una società che entra con il 6% in un'altra impresa (quindi in regime agevolato) e poi scende al 4% rischiava di perdere il beneficio anche sui dividendi già maturati. A complicare le cose, la tassazione delle plusvalenze non era allineata con la gestione delle minusvalenze, creando così ben più incertezza e anche possibili contenziosi.
La scelta del governo: tornare alla semplificazione
Per evitare distorsioni e incertezze, il governo ha quindi deciso di eliminare la stretta: le soglie del 5% e dei 500 mila euro saltano, e il regime agevolato torna accessibile a tutti, senza vincoli. Il prezzo è un mancato incasso stimato in oltre 120 milioni di euro nei prossimi tre anni. Una cifra relativamente contenuta, ma politicamente significativa visto che si tratta di rinunciare a una misura approvata da pochi mesi.
La tassa di 2 euro sui piccoli pacchi e l'accesso agli incentivi sugli investimenti
Il decreto fiscale introduce anche altre correzioni mirate a semplificare e sostenere le imprese. La tassa di 2 euro sui piccoli pacchi provenienti da Paesi extra europei (sotto i 150 euro di valore) slitta al 30 giugno, per evitare congestioni e costi amministrativi eccessivi nella gestione di milioni di spedizioni a basso valore. Parallelamente, cambia anche l'accesso agli incentivi sugli investimenti: l'iperammortamento, che consente benefici fiscali maggiorati sugli acquisti di macchinari e tecnologie, sarà valido anche per beni acquistati fuori dall'Europa. Una correzione pensata per adeguarsi alle catene di approvvigionamento globali, semplificare le procedure e, almeno sulla carta, favorire la competitività delle imprese.