I senatori del M5S hanno continuato a discutere in aula nonostante il presidente avesse chiesto un minuto di rigoroso silenzio per ricordare Giulio Andreotti, il senatore a vita scomparso oggi. I grillini litigavano per il numero legale.

L'Unione Europea celebra i 100 anni dalla nascita di Giulio Andreotti. Sembra uno scherzo, lo so. E invece il Partito Popolare Europeo a Bruxelles ha organizzato una bella divinizzazione internazionale per ricordarci che noi in Italia abbiamo avuto gente così, gente che si sedeva a tavola con gli uomini di mafia e poi si lavava la coscienza regalando qualche banconota alla fila di vecchie signore che assiepavano il suo ufficio. Un antico detto dice "ripeti una bugia 100 volte e diventerà una verità", in questo caso si potrebbe dire "nega i tuoi rapporti, provati, con Cosa Nostra, e diventerai uno statista".

Organizzare un convegno di Andreotti sotto le mentite spoglie della politica è un po' come andarsi a comprare un giornaletto porno e nasconderlo dentro Famiglia Cristiana: una baracconata degna di questi tempi in cui giustizialismo e garantismo si sono confusi pur di accontentare le smanie del potere di turno. Un uomo sette volte Presidente del Consiglio, otto volte Ministro della Difesa, eletto per la prima volta nel 1958 e senatore a vita fino all'ultimo dei suoi giorni eppure che si porta sulle spalle una sentenza d'appello che dice chiaro e tondo: «Quindi la sentenza impugnata, al di là delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione.» Assoluzione, la chiamano quelli. Prescrizione, è il termine giuridico esatto. Eppure l'assoluzione è rimbalzata dappertutto: in prima serata, in tutte le aule del Parlamento e ancora adesso nelle aule del Parlamento Europeo.

Come mi scrive giustamente Gian Carlo Caselli:

"Clemente Mastella,  ineffabile ministro della Giustizia, ha dichiarato che “invece di parlare della sentenza di Palermo, ad Andreotti bisognerebbe fare un monumento”. In questo Mastella è stato ampiamente soddisfatto. Sulla vicenda processuale si è innestato un processo di santificazione mediatica con la sapiente e sottile tessitura dello stesso Andreotti. Grazie alla connivenza di molta politica e di molta informazione  egli è riuscito a far passare in secondo piano i gravi fatti evidenziati dal processo, fino a cancellarli. Ha esibito se stesso in mille circostanze su un’infinità di media, cerimonie e manifestazioni, così rivitalizzando il profilo di un grande statista di prestigio internazionale, apprezzato da molti (Vaticano in primis). Fino a sfiorare la nomina alla presidenza del Senato, dopo essere stato designato per rappresentare l’Italia ai funerali di Boris Eltsin. Senza disdegnare, nel contempo, incursioni da star nel mondo della pubblicità, facendo il testimonial della famiglia per la chiesa cattolica o prestandosi, al fianco di una procace attrice, a promuovere una marca di cellulari. Il risultato è stato una sorta di dilagante giudizio parallelo, nel quale il senatore ha cercato – riuscendoci – di offrire di sé un’immagine di altissimo profilo incompatibile con le bassezze processuali rimestate da  piccoli giudici. Anzi – verrebbe da dire – dentro le quali grufolavano piccoli giudici. Una strategia che ha pagato, perché ha trovato un’infinità di sponde, che hanno stravolto la verità, massacrando la logica e il buon senso. Con una conseguenza che va ben oltre il perimetro del processo Andreotti. Parlare di assoluzione, anche a fronte delle gravissime responsabilità provate fino al 1980, non è solo uno strafalcione tecnico. Significa in realtà legittimare ( per il passato, ma pure per il presente ed il futuro) una politica che contempla anche rapporti organici col malaffare, persino mafioso. Per poi stracciarsi le vesti se non si riesce – oibò! – a sconfiggere la mafia.  Lo ha sottolineato un’intervista dello storico di David Lane sul Venerdì de La Repubblica: premesso che “i politici e i media hanno raccontato un’altra storia, come se la Suprema corte avesse detto che (Andreotti) era innocente”,  Lane chiede che cosa questo fatto comporti “sulla determinazione nella lotta al crimine”, e risponde che si tratta di “un messaggio chiaro, che piace ai mafiosi”. Ovviamente non è con messaggi di questo tipo che si vince la guerra alla mafia."

Ma la domanda vera è un'altra: con tutti i (buoni) politici che abbiamo avuto nella Storia d'Italia davvero dobbiamo insozzare il Parlamento Europeo con Andreotti?