C’era grande attesa per la Direzione Nazionale del Partito Democratico, in programma il giorno dopo l’apertura formale della crisi di governo, con le dimissioni di Giuseppe Conte dalla carica di Presidente del Consiglio e le consultazioni avviate al Quirinale dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Una direzione che non ha visto alcun dibattito, con i delegati che hanno approvato all’unanimità la relazione del segretario Nicola Zingaretti, cui è stato dato pieno mandato di gestire la crisi. La linea della segreteria è stata confermata ai microfoni dei giornalisti dallo stesso segretario, che ha insistito su un concetto cardine: l’obbligo di verificare se esistano le condizioni per mettere in piedi una maggioranza alternativa a quella che ha sostenuto il governo guidato da Giuseppe Conte negli ultimi mesi.

La verifica di cui parla il segretario si concretizzerà nell’apertura di un tavolo con i rappresentanti del Movimento 5 Stelle, dopo aver manifestato al Presidente della Repubblica la disponibilità del Partito Democratico di farsi carico di individuare una via d’uscita alla crisi. Zingaretti, che pure aveva in un primo momento escluso nettamente ogni possibilità di convergenza con il Movimento 5 Stelle dicendosi convinto della necessità di ridare la parola agli italiani, insisterà sulla questione della “forte discontinuità” come tratto distintivo della proposta politica alternativa al ritorno alle urne e potrebbe anche ottenere il via libera definitivo dopo una consultazione lampo nei circoli.

Nella relazione presentata ai delegati democratici, il segretario ha messo nero su bianco i 6 punti da cui partire per ragionare su un accordo politico coi 5 Stelle:

  1. L'impegno e l'appartenenza leale all'UE per una Europa profondamente rinnovata, un'Europa dei diritti, delle libertà, della solidarietà e sostenibilità ambientale e sociale, del rispetto della dignità umana in ogni sua espressione.
  2. Il pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa incarnata dai valori e dalle regole scolpite nella Carta Costituzionale a partire dalla centralità del Parlamento.
  3. L'investimento su una diversa stagione della crescita fondata sulla sostenibilità ambientale e su un nuovo modello di sviluppo.
  4. Una svolta profonda nell'organizzazione e gestione dei flussi migratori fondata su principi di solidarietà, legalità sicurezza, nel primato assoluto dei diritti umani, nel pieno rispetto delle convenzioni internazionali e in una stretta corresponsabilità con le istituzioni e i governi europei.
  5. Una svolta delle ricette economiche e sociali a segnare da subito un governo di rinnovamento in una chiave redistributiva e di attenzione all'equità sociale, territoriale, generazionale e di genere. In tale logica affrontare le priorità sul fronte lavoro, salute, istruzione, ambiente, giustizia.
  6. Evitare l'inasprimento della pressione fiscale a partire dalla necessità di bloccare con la prossima legge di bilancio il previsto aumento dell'IVA.

Punti piuttosto vaghi, pensati proprio per essere piegati alle esigenze di una contrattazione che si annuncia molto complessa. La dimensione europeista, per cominciare, è perfettamente compatibile con la linea impressa da Conte negli ultimi mesi e con il riposizionamento del Movimento 5 Stelle in Europa, ratificato dal voto a Ursula von der Leyen alla Commissione UE. Il richiamo alla centralità del Parlamento e alla democrazia rappresentativa non sono che un "alert" al sistema Casaleggio, concretamente significano poco. Il passaggio sui migranti dice tutto e niente, potrebbe andar bene a Marco Minniti, a Roberto Fico, ma con un po' di sforzo anche a Danilo Toninelli. E qualcuno trovi un solo politico che si batta per l'aumento dell'IVA.

Come evidente, si tratta di maglie larghissime, che permetteranno alla delegazione democratica di negoziare con ampi margini di flessibilità al tavolo con i 5 Stelle e, molto probabilmente, con una delegazione degli altri gruppi interessati alla formazione di una nuova maggioranza, Leu, Autonomie e parlamentari del Misto. Non sembra esserci spazio per Forza Italia e per il "modello Ursula", soprattutto perché un ampliamento del tavolo potrebbe allungare notevolmente i tempi e porre altri ostacoli ai negoziati.

Già, perché se quella di oggi è una tappa fondamentale verso la nascita di una nuova maggioranza, il percorso resta molto tortuoso. Dietro l'unità manifestata col voto in direzione, fra i parlamentari democratici permangono "interpretazioni e desideri" molto diversi, a volte inconciliabili (anche se il dissenso è pubblicamente esplicitato solo dall'europarlamentare Carlo Calenda). Sono molte le questioni sul tappeto: a partire dalle formule (governo di legislatura, di scopo o "maggioranza politica"), passando per gli strumenti (patto alla tedesca, contratto di governo), per il programma, fino ad arrivare ai nomi che dovrebbero caricarsi il peso dell'accordo (tecnici, quadri dirigenti del partito, esponenti delle correnti). E ancora di più le incognite in prospettiva: che certezze ha il PD per il futuro? Come Zingaretti eviterà di essere usato come un taxi per portare il M5s fuori dall'impasse e magari scaricato dopo aver sminato l'aumento dell'IVA e avallato il quarto passaggio del ddl costituzionale Fraccaro sul taglio dei parlamentari? Che garanzie ci sono sull'affidabilità del gruppo dei renziani, soprattutto se esclusi dal governo? Cosa chiederà in cambio il Movimento 5 Stelle e quali sono i veti su cui i democratici non cederanno?

Garanzie, rassicurazioni e paracadute che neanche Mattarella è in grado di dare, soprattutto visti i pessimi rapporti con Renzi. Zingaretti, dunque, sa di avere una sola concreta possibilità per non trovarsi in un vicolo cieco fra qualche mese: mettere in campo "il miglior governo possibile", un esecutivo di altissimo profilo con un programma che rappresenti davvero una svolta per il Paese. Per questo chiederà ai 5 Stelle di andare oltre lo spoil system degli incarichi di governo e di fornire una rosa di nomi di elevata caratura, intorno ai quali costruire una proposta che convinca prima di tutto gli italiani e sposti l'asse del consenso. In tal senso, e sempre per la questione della discontinuità, il PD chiederà un passo indietro ai ministri uscenti del governo, a cominciare da Luigi Di Maio. Resta il nodo Conte, la cui popolarità è stimata in netta crescita, ma che per Zingaretti rappresenta un problema, anche vista la sua ritrosia ad accettare il ruolo di Commissario Europeo. E da come finirà questa discussione si capirà molto del destino di questo esperimento.