I tempi stringono. E se la Lega e Matteo Salvini volessero davvero tornare al voto al più presto avrebbero pochissimi giorni per formalizzare la crisi. Se non ore. E anche se il governo dovesse cadere nell’immediato, l’ipotesi di un voto a ottobre sembra quasi impossibile. Gli impedimenti sono tanti. E a condannare questa ipotesi ci sono non solo le norme, ma anche la prassi, spesso ben più difficile da abbattere di qualsiasi altra cosa. In Italia non si è votato quasi mai in autunno. E l’idea di una crisi di governo che si chiuda in pochi giorni sarebbe un’eccezione più unica che rara. Inoltre il capo dello Stato, Sergio Mattarella, dovrebbe mandare giù un boccone amaro: accettare una crisi completamente extra-parlamentare (addirittura a Camere chiuse) ed elezioni in piena sessione di bilancio. Con tutti i rischi che questo comporta, uno su tutti l’esercizio provvisorio a inizio 2020 con tanto di aumento dell’Iva inevitabile.

I tempi per tornare al voto e le scadenze

Se il governo dovesse cadere e si decidesse di tornare al voto ci sarebbero dei tempi tecnici da rispettare. Dallo scioglimento delle Camere al giorno delle elezioni devono passare, per legge, almeno 45 e massimo 70 giorni. In realtà, l’idea dei 45 giorni è da escludere, perché per organizzare il voto all’estero sono necessari 60 giorni. Quindi per votare a ottobre sarebbe necessario sciogliere le Camere entro agosto. E la data che circola in queste ore – quella del 13 ottobre – sembra già da escludere: per votare entro quel giorno l’iter di scioglimento del Parlamento dovrebbe subire un’accelerata che sarebbe quantomeno singolare. Dal momento in cui il presidente del Consiglio consegna le sue dimissioni al presidente della Repubblica sono necessari alcuni giorni prima di poter ufficializzare la data delle nuove elezioni. Anche nel caso in cui tutto fili liscio vanno rispettati alcuni tempi tecnici necessari per emanare i decreti indispensabili per indire nuove elezioni (quelli di scioglimento delle Camere e di indizione delle elezioni, appunto). Pensare di fare tutto ciò entro il 13 agosto è già ora quasi impossibile: anche nella migliore delle ipotesi, dunque, i minuti per aprire una crisi sono contati.

L’iter della crisi di governo

Questa lettura, che porterebbe a un voto a ottobre, va a scontrarsi anche con il ruolo di Sergio Mattarella. Che difficilmente potrà accettare una crisi extra-parlamentare poco chiara, senza alcun passaggio alle Camere (anche perché sulla Tav i numeri hanno comunque sorriso al governo) e senza consultazioni per capire cosa realmente può succedere. Mattarella potrebbe anche accettare subito le dimissioni di Conte, ma presumibilmente sonderà con i gruppi la possibilità di creare una maggioranza alternativa. O uguale, magari con un Conte bis basato su diverse premesse e, soprattutto, diversi ministri. Chiaramente tutte queste operazioni, tanto più se a Camere chiuse (il Parlamento è in ferie fino a settembre), richiedono tempo. Che ora non c’è più per votare a ottobre. Inoltre il capo dello Stato non sembra intenzionato a escludere da questo passaggio il Parlamento. Il che vorrebbe dire convocare con urgenza le due Camere, nel periodo di chiusura, per motivi straordinari che sono consentiti comunque dai regolamenti parlamentari.

Le scadenze autunnali

Ma le incognite sono anche molte altre. Il vincolo più stringente è quello della legge di Bilancio. Entro il 15 ottobre il governo deve presentare il progetto di bilancio all’Ue. In caso di elezioni a ottobre non ci sarebbe nessun governo in carica per farlo. Entro il 20 ottobre la manovra dovrebbe poi essere presentata alle Camere. È vero che qualche giorno di flessibilità c’è sempre, ma è altrettanto vero che se si votasse il 13 ottobre (ricordiamo, ipotesi remota), non ci sarebbe un nuovo esecutivo almeno fino a inizio novembre, considerando i canonici venti giorni per eleggere i presidenti delle Camere e le successive consultazioni al Colle per formare il governo. E se la maggioranza uscita dalle urne non fosse chiara, di settimane – se non mesi – potrebbero passarne parecchie, come successo anche nel caso del governo Conte nel 2018. E a quel punto sarebbe impossibile evitare l’esercizio provvisorio, non potendo approvare nei tempi prestabiliti (cioè entro fine anno) la legge di Bilancio.

Il voto a ottobre quasi impossibile

Tutti questi elementi rendono quasi impossibile l’ipotesi di un voto a ottobre. E far slittare questa data vorrebbe dire rinviare tutto al 2020 (inoltrato). Le scadenze da rispettare sono tante. E i tempi sempre più stretti, considerando lo scioglimento delle Camere, l’indizione di nuove elezioni e i 60 giorni necessari prima del voto. Una soluzione che non passi per nuovi governi (rimpasto, Conte bis, esecutivo balneare o altro) potrebbe avvenire solo in caso di uno strappo alle consuetudini secondo cui la crisi deve avere passaggi definiti e che, preferibilmente, passino per il Parlamento. Oggi chiuso, fino a settembre. D’altronde una crisi di governo in estate che ha portato a nuove elezioni non avviene in Italia da un secolo. Un’altra era. E il voto in autunno è quindi una rarità assoluta. La soluzione, in casi di questo genere, è sempre stata quella di governi definiti, non a caso, “balneari”.

La forzatura di Salvini

L’unica possibilità di voto anticipato in autunno potrebbe derivare da una forzatura inedita, che solo la Lega e Matteo Salvini sembrano aver interesse a mettere in campo. E che deriverebbe soprattutto da una constatazione: se il governo non cadesse entro settembre, entro la metà del mese verrebbe approvata in via definitiva la riforma costituzionale che prevede il taglio del numero dei parlamentari. Il che, tra adeguamenti della legge elettorale e la possibilità di un referendum, farebbe slittare di parecchi mesi il voto. Forse persino fino a giugno. Questo, difatti, sembra essere l’unico motivo che può spingere Salvini a forzare i tempi, in ogni modo. In sostanza le opzioni sono poche: o la crisi si formalizza in poche ore o se ne parla nel 2020 (inoltrato). E uno strappo del genere, comunque, dovrebbe ricevere l’approvazione – per nulla scontata – di Mattarella, che alle prassi istituzionali è sempre sembrato molto legato.