In questi giorni in cui il braccio di ferro tra Commissione europea e governo italiano sulla manovra varata dall’esecutivo prosegue, lo spread è tornato a essere argomento centrale nel dibattito politico italiano. Il differenziale tra i Bund tedeschi e i Btp decennali è in salita da qualche mese ed è arrivato a toccare i 340 punti base. Un dato che non si registrava da più di cinque anni, quando la crisi non era ancora stata allontanata. Il timore di cui si parla in questi giorni è che lo spread continui a crescere, arrivando a 400 punti base. Una soglia che anche lo stesso esecutivo sembra aver posto come tetto massimo prima di intervenire per modificare, eventualmente, la legge di Bilancio.

Cosa succederebbe se lo spread raggiungesse i 400 punti base? A cercare di capirlo è Il Sole 24 Ore, partendo da una affermazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti: “È evidente che se lo spread veleggia verso quota 400 gli attivi delle banche vanno in sofferenza ed è necessaria la ricapitalizzazione”. Cosa vuol dire? Per spiegarlo Il Sole 24 Ore ha incrociato i calcoli di vari analisti: Credit Suisse, Deutsche Bank e Fidentiis. Partendo da altri dati: quello dello spread attuale (oggi riapre in salita a 313 punti base), dei segnali negativi da parte dei mercati e dal fatto che dal 15 maggio le banche italiano hanno perso in Borsa quasi 44 miliardi di euro. Con un calo che sembra non fermarsi, come dimostra anche l’indice bancario di Piazza Affari di ieri.

L’allarme c’è ma non è eccessivo, secondo l’incrocio dei dati da parte del Sole. La maggior parte delle banche italiane, almeno quelle di grosse dimensioni, potrebbe stare in piedi senza grossi problemi con lo spread a 400. Ma – si sottolinea – stare in piedi non basta per fare attività bancaria, i problemi ci sarebbero, eccome. Potrebbero non servire aumenti di capitale a catena, ma il rischio che si freni la capacità degli istituti di erogare credito alle famiglie e alla imprese è reale, con un conseguente effetto dominio. Non a caso il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha affermato che lo spread su questi livelli non può essere tenuto a lungo.

Uno dei problemi è che le banche italiane, stando ai dati di Bankitalia, hanno nei loro bilanci 372 miliardi di titoli di Stato. Se lo spread sale, i titoli perdono valore e il capitale delle banche si erode. Ogni 100 punti di rialzo comportano una riduzione del capitale di buona qualità delle banche italiane, misurato con il Cet1, il principale indicatore di solidità patrimoniale, di 35 punti base. Giusto per fare un esempio concreto, nel primo semestre del 2018 i primi sei istituti di credito hanno avuto un impatto da 3,13 miliardi di euro sul Cet1.

Le soglie minime e la Bce

La riduzione del capitale può avvenire, ma entro un certo limite. Le soglie fissate sono due: la prima (phase-in) si basa sulla legislazione vigente, la seconda (fully loaded) interviene come se la legislazione dei prossimi anni fosse già operativa. La Vigilanza della Bce considera solo la prima soglia e non la seconda che è più alta. La prima, comunque, non verrebbe intaccata se lo spread arrivasse a 400 punti base. Secondo i calcoli di Deutsche Bank, per scendere sotto la soglia del phase-in lo spread dovrebbe arrivare a 2.100 punti base per Intesa Sanpaolo, 1.341 per Unicredit, 1.192 per Banco Bpm e 926 per Mps. Dati ben lontani da quelli attuali, quindi.

Diverso è il discorso per la seconda soglia. Già uno spread a 318 punti (cioè quello attuale) potrebbe comportare problemi per Mps, mentre Bpm a 488 (più alti i limiti per le altre banche). Questo tetto non è guardato dalla Bce, che però lo nota ugualmente, così come ha un impatto sul mercato. Il rischio è che anche altre banche vengano quindi messe sotto pressione, mettendo in crisi l’intero settore. In sostanza, uno spread alto come quello di oggi i danni li fa alla banche e di conseguenze anche a imprese e famiglie. Questo soprattutto perché in Italia sono tantissime le piccole e medie imprese che nelle banche trovano i capitali per andare avanti. E anche per questo motivo l’Italia non può permettersi istituti di credito deboli.