Come noto, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stato ascoltato dai pm della procura di Bergamo Paolo Mandurino e Fabrizio Gaverini, assieme al procuratore aggiunto Maria Cristina Rota, in merito a un’indagine che verte essenzialmente intorno alla mancata istituzione di una zona rossa in Val Seriana e, in particolare, nei Comuni di Nembro e Alzano Lombardo, fra quelli maggiormente colpiti dal Covid-19. Il colloquio si è svolto a Palazzo Chigi ed è stato seguito dalle audizioni del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e di quello della Salute Roberto Speranza, senza che nessuno abbia poi rilasciato dichiarazioni in merito.

Sull’intera vicenda (che abbiamo raccontato qui e ricapitolato qui), in realtà la posizione del governo e del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è sostanzialmente la stessa da settimane e non c'è ragione di credere che ai pm sia stata data una versione diversa dei fatti. La sua ricostruzione verte su due concetti cardine: la necessità di intervenire su un’area più ampia (non solo Alzano, Nembro e gli altri Comuni limitrofi, ma l’intera Lombardia) e la facoltà di azioni mirate da parte della autorità di governo regionali, disciplinata anche dall’articolo 32 della legge 833 del 1978 (che dice che possono essere istituite zone rosse dallo Stato, dalle Regioni e anche dai sindaci). La tesi di Conte è che il governo abbia agito in modo "ulteriormente restrittivo" su un'area più vasta, poiché i dati testimoniavano come l'impennata non riguardasse solo la zona di Nembro e Alzano ma l'intera Lombardia (e altre 14 province). Tutte le decisioni, sostengono da Chigi, sono state prese dopo un confronto con i componenti dell'ISS e del Comitato Tecnico Scientifico.

I tasselli li ha messi in fila proprio Conte in una recente intervista con Maddalena Oliva, del Fatto Quotidiano:

La sera del 3 marzo il Comitato tecnico scientifico propone per la prima volta la possibilità di una nuova zona rossa per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro. Ormai vi erano chiari segnali di un contagio diffuso in vari altri comuni lombardi, anche a Bergamo, a Cremona, a Brescia. Una situazione ben diversa da quella che ci aveva portato a cinturare i comuni della Bassa Lodigiana e Vo' Euganeo. Chiedo così agli esperti di formulare un parere più articolato: mi arriva la sera del 5 marzo e conferma l'opportunità di una cintura rossa per Alzano e Nembro. Il 6 marzo, con la Protezione civile, decidiamo di imporre la zona rossa a tutta la Lombardia. Il 7 marzo arriva il decreto.

Cosa non torna esattamente nella versione di Conte

In realtà, come hanno ricostruito alcuni giornali e un paio di interrogazioni parlamentari, ci sono diversi punti che possono diventare oggetto di discussione, a partire dal fatto che già il 2 marzo l'Istituto Superiore di Sanità aveva stilato una nota in cui si proponeva la creazione di una zona rossa per isolare il "cluster" infettivo di Alzano e Nembro: un passaggio che era stato poi recepito dal CTS, organo che ha sostanzialmente guidato le scelte del Governo durante la pandemia.

Il 3 marzo arrivavano anche le dichiarazioni dell’assessore regionale Giulio Gallera, il quale confermava che in atto vi era una valutazione “sull’opportunità di estendere la zona rossa sulla base di alcuni criteri epidemiologici, geografici e di fattibilità della misura” e riferiva di una impennata di casi in Val Seriana. Come abbiamo documentato anche noi di Fanpage.it nel documentario “Italia Lockdown”, nei giorni successivi, in effetti, tutti erano convinti che la zona rossa nell’area tra Nembro e Alzano fosse questione di ore, anche notando la mobilitazione di esercito e forze dell’ordine. Tra l’altro, vale la pena di ricordare che un primo campanello d’allarme era già suonato all’ospedale di Alzano addirittura il 23 febbraio, con una crescita anomala di contagi e la chiusura e riapertura in poche ore dell’intera struttura (senza sanificazione, peraltro). Già in quell’occasione, secondo la ricostruzione della trasmissione televisiva Report (ripresa da questa interrogazione dei senatori Fattori, Nugnes, De Falco e Di Marzio), “i Sindaci di Alzano Lombardo e di Nembro parlano di preavvisi da parte della prefettura di una prossima decretazione che li avrebbe visti inseriti nella "zona rossa", con tanto di esercito pronto e di primi interventi di strutturazione di presidi mobili da parte della Protezione Civile”.

Invece, fino alla sera del 7 marzo non si registrano provvedimenti, né del Governo né della Regione. Conte ha spiegato in una risposta al giornale TPI come il 6 marzo avesse deciso di “superare la distinzione tra zona rossa, zona arancione e resto del territorio nazionale in favore di una soluzione ben più rigorosa, basata sul principio della massima precauzione, che prevedesse la distinzione del territorio nazionale in due sole aree: la Lombardia e province focolaio di altre regioni e il resto d’Italia”. Dall’8 marzo le misure restrittive vengono estese a tutta la Lombardia (con le scene di panico che abbiamo documentato qui), per poi essere ampliate a tutto il Paese solo pochi giorni dopo. Attenzione però, perché qui c’è un punto essenziale, che rende non lineare o almeno non esaustiva la ricostruzione del Presidente del Consiglio e degli altri esponenti del Governo. Dall’8 marzo la Lombardia non è affatto “zona rossa”, bensì di fatto “zona arancione”. Non è una differenza di poco conto, perché gli epicentri del contagio non solo non vengono isolati, ma si mantiene la mobilità interna alla Regione per ragioni lavorative e, ovviamente, fabbriche e uffici continuano a lavorare a pieno ritmo (peraltro, come abbiamo documentato nella nostra inchiesta, spesso senza adeguate misure di protezione). In Val Seriana, infatti, un numero consistente di fabbriche continuerà a operare fino al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 22 marzo: provvedimento che arriva quando i contagi sono ormai fuori controllo. E che non viene rispettato da numerose aziende, che continuano a operare in deroga.

Conte ha invece perfettamente ragione quando sostiene che la Regione Lombardia avrebbe potuto applicare fin da subito provvedimenti più restrittivi, fino a istituire la zona rossa nei Comuni di cui stiamo parlando. Soprattutto perché proprio Gallera in una conferenza stampa tenuta il 3 marzo era stato chiaro: “Abbiamo chiesto all’Istituto Superiore di Sanità di fare valutazioni e suggerire a noi e al governo le migliori strategie”. Ecco, l’Istituto le valutazioni le farà, ma rimarranno lettera morta. Sul punto, è giusto segnalare come ben 9 Regioni si siano mosse in autonomia o quasi, statuendo zone rosse ovunque vi fosse l'insorgenza di un focolaio di Covid-19. E, infine, è opportuno ribadire che, come testimoniato da numerosi studi, non è in discussione l'efficacia dello strumento della "zona rossa" come metodo per circoscrivere il contagio e dunque limitare la diffusione del virus su un territorio più ampio.

Cosa sarebbe cambiato con un intervento più duro e celere non possiamo saperlo. Se ci siano state pressioni o errori anche è poco chiaro (vi invitiamo ad ascoltare questa nostra intervista al vicepresidente Sala, che in pratica dice che la Regione chiese agli industriali cosa fare…). Né Governo né Regione Lombardia hanno ritenuto opportuno farlo con celerità per la Val Seriana, questo è un fatto. L'eventuale sussistenza di dolo o di colpa verrà accertata dalla magistratura o dalla Commissione d'inchiesta che il Parlamento dovrebbe varare nelle prossime settimane.