Uno dei territori più colpiti dall’epidemia di Coronavirus è certamente la provincia di Bergamo. E proprio lì, da ormai qualche settimana, si trova il deputato del Partito Democratico ed ex ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina. Che intervistato da Fanpage.it racconta la situazione della sua città, definendola “molto, molto difficile”. E non nascondendo che alla fine dell’emergenza bisognerà guardarsi indietro e capire se sono stati commessi errori, come quando si è deciso di non dichiarare la zona rossa nella provincia di Bergamo: “Serviva una scelta più netta e decisa”. Ora, però, è il momento dell’unità e non delle polemiche – spiega ancora il deputato dem – e per questo lancia un “patto d’azione tra maggioranza e opposizione. Chiamiamolo patto di consultazione, chiamiamolo tavolo permanente di confronto. Di fronte a un’emergenza così inedita è giusto che le forze politiche si ascoltino, collaborino, condividano delle scelte”. Infine, Martina rivendica anche il ruolo dei parlamentari che non si svolge solo nelle Aule ma anche sul territorio, dove spesso c’è bisogno di ancora più sostegno e più lavoro.

Lei si trova a Bergamo ormai dall’inizio dell’epidemia, qual è lì la situazione?

È una situazione difficile, molto difficile. Gli ospedali sono ancora ben oltre la soglia massima di sostenibilità, stiamo cercando di dare una mano h24 su mille questioni, dal tema del personale sanitario, dai dispositivi e le mascherine da distribuire, ai problemi delle case di riposo nei paesi della provincia dove purtroppo si stanno ammalando tanti anziani, passando per la distribuzione delle bombole d’ossigeno per chi cerca di curarsi a casa e ne ha bisogno per favorire la respirazione. Adesso serve un gran lavoro di riorganizzazione. Abbiamo anche, purtroppo, un problema di gestione delle salme. Poi ci sono altri mille fronti, con i sindaci che hanno grandi necessità e sono la frontiera più avanzata dello Stato nei confronti del cittadino.

In che modo cercate di dare una mano concretamente?

Noi cerchiamo di dare una mano agli amministratori locali, stiamo lavorando con la Regione, con il Governo, per aumentare il personale medico e infermieristico negli ospedali, stiamo cercando di lavorare sul sostegno alle amministrazioni che devono gestire situazioni complicate. C’è il tema dell’ospedale da campo che aprirà a breve. Attendiamo i rinforzi dal lato medico sulla base del lancio della task force che ha ricevuto più di 8mila risposte. Un gesto straordinario. Credo che sia una questione di ore per il loro arrivo: dovrebbero arrivare sul territorio lombardo e poi la Regione Lombardia dovrebbe distribuirle nei luoghi più complicati. Spero che si faccia a ore perché serve a sostenere medici e infermieri, per rafforzare la prima linea.

Quando si è parlato di allargare la zona rossa ad alcuni comuni della provincia di Bergamo, è mancato il coraggio di mettere davvero in pratica queste restrizioni?

Sicuramente questa è una questione su cui si dovrà riflettere, perché ci sono alcune vicende che bisognerà capire meglio, a partire da quello che è successo ad Alzano lombardo. Credo che il tema della zona rossa abbia attraversato quelle settimane il dibattito locale, regionale, e probabilmente andava compiuta una scelta più netta, più rapida. Penso che vada riconosciuto che bisognava adottare un provvedimento più radicale subito ed è bene dirlo. Adesso però penso che non possiamo distogliere i nostri sforzi. Sono preoccupato dell’idea che possa passare un messaggio più lassista, più leggero, perché da due giorni abbiamo qualche numero di contagiati in discesa, per fortuna, e non più in salita. I morti continuano drammaticamente a essere tanti. Noi dobbiamo stare molto attenti perché qualche timido segnale non ci faccia abbassare la soglia di guardia. Sono preoccupato che passi il concetto che abbiamo scavallato il peggio. Sono preoccupato, non possiamo permetterci sottovalutazioni. E quindi voglio inviare un messaggio di grande attenzione: non è il numero dei contagiati di una giornata a dirci che questa battaglia la si sta vincendo, bisogna essere molto cauti. Se posso lanciare un campanello d’allarme dico ‘attenzione’ a non prendere degli abbagli. Il lavoro sarà ancora tosto.

Si possono mettere in campo anche altri strumenti per far arrivare questo messaggio a tutti i cittadini?

In primis è fondamentale il lavoro che stanno facendo tutti i mezzi di comunicazione a cui va un ringraziamento, anche a tanto buon giornalismo che sta cercando di raccontare quello che sta avvenendo spiegando la radicalità di questa emergenza. Poi tocca anche alle istituzioni prendere provvedimenti. Io so che un cittadino può rimanere disorientato dai tanti provvedimenti, però questi sono gli strumenti delle istituzioni. Certo dobbiamo riflettere sul fatto che anche una democrazia liberale ha bisogno di meccanismi di decisione nell’emergenza più fluidi: se c’è una questione su cui lavorare dopo è questa, capire come una democrazia – che vuole rimanere democrazia – aggiorna i suoi strumenti di gestione dell’emergenza. E poi ci sono altri grandi temi aperti. Io ascolto tutti i giorni le parole di medici e di sanitari che pongono una questione decisiva quando dicono ‘attenzione che noi siamo tutti cresciuti con un’idea della sanità ospedalocentrica (cioè la sanità negli ospedali)’, invece queste emergenze epidemiologiche ci stanno ponendo il problema del presidio territoriale, della sanità territoriale, più orizzontale e meno verticale. I grandi ospedali eccellenti non bastano se non hai un servizio di medicina territoriale più orizzontale. Il modello sanitario lombardo per anni è stato impiantato sull’idea di una sanità tutta ospedalocentrica e abbiamo smarrito il presidio territoriale e lo stiamo soffrendo tantissimo. Poi ci sono i medici di base: qualcuno ha detto che sono inutili, invece ora abbiamo la certezza che sono decisivi. Quando diciamo che alla fine di questa emergenza cambierà molto l’Italia, dobbiamo dire anche in che direzione.

Una delle occasioni di contagio è stata la partita tra Atalanta e Valencia a San Siro, secondo quanto emerso in questi giorni…

Io, da tifoso atalantino, sono stato alla partita di San Siro Atalanta-Valencia, che adesso si ipotizza possa essere stato uno di quei momenti che hanno dato un fattore accelerante all’epidemia. Chi mai poteva pensare una cosa del genere? Siamo qua a ragionare del fatto che una partita con 50mila persone in uno stadio, in quel momento, a Milano, possa essere stata in qualche modo un fattore accelerante. Sono questioni, cose, che non stavano nella scala dei ragionamenti.

Finora c’è stata solidarietà e collaborazione istituzionale? O sono prevalse le polemiche e gli scontri tra Regioni, sindaci e Governo?

Io vedo attorno a me grande grande disponibilità al lavoro comune da parte di tutti, voglio ricordare che proprio nella mia provincia sabato scorso tutti i rappresentanti delle amministrazioni, indipendentemente dall’appartenenza politica, hanno fatto questa richiesta a Regione e Governo per un inasprimento delle restrizioni. Nella differenza di posizioni c’è anche la capacità di lavorare insieme. Poi devo dire che mi aspetterei comunque che le polemiche finissero definitivamente: a volte dei corto circuiti tra le istituzioni ci sono stati, però penso che dobbiamo continuare a tenere assolutamente prioritaria l’emergenza sanitaria lavorando con spirito unitario. Siamo stati il primo paese occidentale a dover gestire un’emergenza di questa portata. Non siamo la Cina né la Corea, siamo una democrazia occidentale, per fortuna, con regole e meccanismi propri, quindi nessuno può alzare il ditino e spiegare agli altri come dovrebbero andare le cose. È una situazione talmente inedita, difficile, nuova, che nessuno può professare facili verità. Da una cosa del genere se ne esce solo insieme, per questo caldeggio un lavoro unitario tra governo e opposizione anche con un patto di azione tra maggioranza e opposizione per collaborare nel rispetto dei ruoli di ciascuno, senza inventarsi alchimie politiche, ma con uno approccio comune.

Finora c’è stata troppa distanza e poca collaborazione tra maggioranza e opposizione?

Avendo vissuto da dentro questi giorni, dal lato della maggioranza, ho sempre riconosciuto nell’azione di governo questo tentativo di confronto e dialogo con l’opposizione. Spero si rafforzi ancora. Potrei stare qui a dire quanto sia distante dalle provocazioni di Salvini, Meloni e di altri, ma non mi interessa farlo perché penso che in questo momento sia giusto fare un passo di confronto unitario che chiama in causa tutti. Anche noi dobbiamo fare uno sforzo maggiore. Credo sia stato molto positivo l’incontro di ieri, adesso bisogna dare stabilità a questo percorso.

Serve uno strumento politico specifico per andare in questa direzione?

No, penso che serva la politica, l’intelligenza di tutti. Chiamiamolo patto di consultazione, chiamiamolo tavolo permanente di confronto. Di fronte a un’emergenza così inedita è giusto che le forze politiche si ascoltino, collaborino, condividano delle scelte. Poi magari questo percorso non porta a una condivisione, ma la cosa importante è parlarne, rafforzare questi meccanismi di lavoro comune. La riunione di ieri sera ha tracciato questo lavoro, ora bisogna irrobustirlo.

Ci sono stati errori comunicativi da parte di chi, come anche il segretario del Pd Zingaretti, ha rilanciato messaggi positivi come nel caso dell’aperitivo a Milano o degli appelli sui social?

Penso che in generale tutto il Paese ha sottovalutato la portata di questa vicenda, ma dobbiamo riconoscere che questa emergenza ha avuto dei contorni talmente complessi che nessuno poteva pensare facilmente a un’esplosione della situazione così come l’abbiamo vissuta. Ho apprezzato l’onestà intellettuale di chi, come i sindaci Sala e Gori, ha riconosciuto che sì, probabilmente c’è stato un momento in cui pensavamo di aver superato la preoccupazione del virus, quindi c’era l’aspettativa di dare un segnale di ripresa, di movimento. Capisco che questo ha in qualche modo distolto l’attenzione dalla priorità ed è stato un atteggiamento trasversale che ha coinvolto tanti.

E la comunicazione governativa, con gli annunci dei decreti e le dirette Facebook serali, ha davvero creato il panico? Ci sono stati errori?

Si può sempre migliorare tutto ed è giusto sempre domandarti cosa, con grande umiltà e con un atteggiamento di autocritica, possa migliorare, però fino a un certo punto. Non considero queste come questioni prioritarie. Abbiamo avuto un governo che ha dovuto gestire questa vicenda enorme e l’ha fatto con il massimo rigore possibile. È una situazione in aggiornamento continuo, non puoi avere risposte precotte, se è una cosa nuova. Ci vuole un atteggiamento giustamente umile, autocritico, delle cose si migliorano, però il tema vero è hai reagito o no? Noi come Paese abbiamo reagito. In Spagna si giocava fino a una settimana fa con gli stadi pieni, in Gran Bretagna il premier ipotizzava l’immunità di gregge. Poi persino la grande Gran Bretagna ieri ha adottato le scelte che il governo italiano ha messo in campo 25 giorni fa. Noi abbiamo qualcosa da migliorare, però nel panorama occidentale possiamo dire che siamo il Paese che ha cercato di gestire al massimo delle sue forze una vicenda come questa. Secondo me ce lo dobbiamo dire.

In questi giorni si polemizza sul Parlamento aperto o chiuso e sul lavoro dei parlamentari. Lei – che ora sta nel suo territorio, uno dei più colpiti – cosa ne pensa?

Non ho difficoltà a lavorare da qui e a lavorare da Roma. Ma tutto purché non lo si faccia per fare passerelle; l’importante è che non si punti a comportamenti più di immagine che di sostanza. La sostanza è che il ruolo che ognuno di noi ricopre deve essere messo a disposizione dei cittadini. Domani si riunirà il Parlamento, si è deciso di contingentare i gruppi per rispettare la distanza di sicurezza, alcuni di noi andranno e altri staranno sul territorio, ma conta la sostanza. Mi arrabbio quando qualcuno sostiene che il Parlamento è chiuso, perché non è vero. Non dobbiamo ragionare a spot, questo è il male delle istituzioni. Io conosco anche parlamentari di centrodestra che so che fanno sul territorio un lavoro enorme e non ho bisogno di attaccarli perché non li vedo fare un selfie sugli scranni. Sono lì a farsi il mazzo per il territorio che rappresentano. Non ci sto che di fronte a una emergenza così radicale ci affidiamo al populismo, stiamo cercando tutti di dare una mano.