
Immagina di essere a un festival letterario del tuo scrittore preferito. All'improvviso, un uomo si alza. Non urla, nessuna minaccia. Corre verso il palco estrae un coltello e comincia a colpire: una, due, dieci coltellate. Sotto gli occhi di tutti, accade tutto troppo in fretta perché qualcuno riesca a fermarlo.
Questa non è la scena di un film thriller. È accaduto davvero. A Salman Rushdie il 12 agosto 2022 a New York.
In quell’attentato Salman Rushdie perse un occhio, perse la mobilità a una mano e riportò diverse lesioni all'addome. Ma chi lo voleva morto? E perché? Per capirlo dobbiamo tornare al punto in cui tutto è iniziato il 14 febbraio 1989.
14 febbraio 1989 (solo grafica) – La condanna
Siamo a Londra. È il giorno di San Valentino. Salman Rushdie è uno scrittore affermato di 42 anni. Il telefono di casa squilla. È una giornalista della BBC che gli fa una domanda surreale: “Come ci si sente a sapere di essere stati appena condannati a morte?”. Lui, un po’ incredulo, un po’ ironico, risponde: “Beh, per niente bene”.
A Teheran, l'Ayatollah Khomeini – leader politico e religioso dell’Iran – ha appena emesso una fatwa contro di lui. Non è una sentenza giudiziaria, è molto peggio: è un ordine religioso impartito a tutti i musulmani del mondo. L’obiettivo? Uccidere Rushdie e chiunque abbia collaborato al suo ultimo libro, “I versi satanici”.
Da quel giorno, quella parola, “fatwa”, diventa un’ombra che lo perseguita.
Ma cosa c’era di così pericoloso in quelle pagine? Con il suo libro pubblicato un anno prima, Rushdie non voleva offendere nessuno. Il suo è un romanzo di fantasia, allegorico. Usa un episodio controverso della tradizione islamica per parlare di temi universali: l’errore umano, il dubbio, l’illusione. Ma ecco il punto: per il potere assoluto, il dubbio è un nemico numero uno. L’idea che un Profeta come Maometto possa avere delle incertezze trasforma la letteratura in un reato. Così quelle pagine non vengono lette come arte, ma come un attacco politico. E la reazione è forzare il silenzio di chi quelle parole ha osato scriverle.
Prova a pensare alla tua quotidianità e poi prova a cancellarla: niente più passeggiate, niente più caffè al bar, niente più incontri che non siano pianificati da uomini armati. Addio vita normale. Vivere sotto scorta non significa essere al sicuro, significa vivere in un paradosso: la protezione ti tiene in vita, ma ti impedisce di viverla pienamente quella vita.
Perché la fatwa: il meccanismo di potere
Dobbiamo smontare subito un equivoco: questa non è una storia di religione, che parla di una guerra tra l’Islam e l’Occidente. Molti intellettuali musulmani sono stati i primi a difendere Rushdie. Questa storia parla di potere. Parla di come una fede possa essere sequestrata e trasformata in un’arma politica. Quando trasformi un uomo in un simbolo del male, non stai più difendendo Dio: stai solo avvisando tutti gli altri di cosa succede a chi prova a opporsi al potere.
Ora, capire il contesto è fondamentale: quando Khomeini lancia la fatwa, la guerra tra Iran e Iraq, durata otto anni, è appena finita. Quel conflitto aveva tenuto il Paese unito contro un nemico esterno. Finita la guerra, il regime ha un problema: come mantenere il controllo? Come giustificare la repressione? Semplice: creando un nemico interno. Un traditore da offrire al popolo.
La fatwa è una chiamata globale: un ordine morale che diventa una minaccia concreta. Serve a “mostrare i muscoli” non solo dentro i confini, ma anche fuori.
Rushdie diventa il bersaglio perfetto perché è famoso, è nato musulmano ma non è allineato. Colpirlo significa mandare un messaggio a ogni singolo e ogni singola intellettuale: “Non c’è più spazio per il dissenso”.
La fatwa non è la reazione a un libro, è un atto di forza pensato per colpirne uno e intimidirne milioni. È la stessa logica di chi, ancora oggi, non potendo rispondere a un'idea, decide che è più semplice cancellare l'uomo che l'ha espressa. Il messaggio è brutale: “O obbedite, o non dovete esistere”.
Una vita in fuga: l’esilio forzato
Da quel 14 febbraio 1989 sono passati 37 anni. Salman è ancora vivo, ma la sua non è stata una vita libera: è stata una fuga. I primi mesi cambia casa continuamente, non può sentire nessuno, non può incontrare gli amici. Ma la fatwa non colpisce solo lui. L'ordine di Khomeini riguarda chiunque abbia contribuito a quel libro. Nel 1991, Hitoshi Igarashi, il traduttore giapponese, viene ucciso nel suo ufficio. Nello stesso periodo, a Milano, il traduttore italiano Ettore Capriolo viene accoltellato e picchiato in casa sua. Due anni dopo, l’editore norvegese, ferito da diversi colpi di pistola. Persone colpevoli solo di aver permesso a un libro di viaggiare.
E poi c’è la sua vita privata. Salman ha un figlio che all'epoca ha 9 anni. Immagina non poterlo più accompagnare a scuola, non poter festeggiare un compleanno insieme. Immagina quel bambino a cui chiedono: “Ma è vero che vogliono uccidere tuo padre?”.
La svolta: dalla paura al coraggio
All’inizio Rushdie è un uomo travolto, che da un giorno all’altro scopre che la sua vita vale una taglia. Poco dopo la condanna decide anche di scusarsi pubblicamente, sperando di fermare l’odio. Ma capisce che non sta trattando con un potere che vuole scuse. Sta trattando con un potere che ha bisogno di un nemico. E che vuole la sua testa. E allora Rushdie fa una cosa difficilissima: smette di negoziare la propria libertà. Smette di vivere per sopravvivere. Così rinuncia alla protezione totale e prova a riprendersi la sua vita. Fino a quel 12 agosto 2022, giorno dell’attentato di New York. Salman lo vede arrivare e in un istante capisce che l’attesa è finita. Il suo pensiero è: “Allora sei tu. Eccoti qui”. Quell’uomo vestito di nero si chiama Hadi Matar, ha 24 anni. Non era nemmeno nato quando la fatwa fu lanciata. Non ha mai letto “I versi satanici” e questo dettaglio è la chiave della storia: non è un uomo che ce l’ha con il libro che ha letto. Allora perché lo ha colpito? Semplice: perché il potere gli ha detto di farlo. Un potere che per decenni ha preparato il terreno creando un nemico comune.
Rushdie e Trump: “La guerra mondiale delle storie”
Dopo l’attentato, Rushdie non ha scelto il silenzio. Oggi usa la sua voce per ricordarci che la battaglia per la libertà di espressione non è vinta. È un conflitto aperto. Lui dice che “Siamo nel pieno di una guerra mondiale delle storie”. In questa guerra il nemico numero uno della mente autoritaria è la cultura. E badate bene, Rushdie non guarda solo all’Iran: guarda anche l'America di Trump. Spiega che anche lì la cultura è diventata il nemico perché incoraggia la libertà. Si attaccano i giornalisti, gli scrittori, gli artisti. Tutte persone senza armi, ma pericolose perché capaci di alimentare il dubbio. Se i potenti hanno in mano il presente, gli intellettuali hanno in mano il racconto del presente. Ed è questo che fa paura.
Parallelismi e intrecci con il presente
A questo punto faccio una domanda, anche a me stesso: oggi chi di noi avrebbe il coraggio di scrivere un libro come “I versi satanici”? Non molti, probabilmente. Sono poche le persone che hanno il coraggio di opporsi alla narrazione di un potere politico, anche quando all’interno di una democrazia. Un potere che può tenere in mano la tua carriera, i tuoi successi, gestire gli elogi, e volendo ha la capacità di indirizzare l’odio pubblico verso la tua persona.
Scrivere significa testimoniare, e testimoniare ti cambia la vita: questo ce lo ricorda molto spesso Roberto Saviano, legato a Rushdie da un’amicizia profonda e da un destino simile. Anche per Saviano la vita è cambiata dopo la scrittura di “Gomorra”.
La storia di Salman Rushdie non deve servirci a dire “Ah, guardate quanto sono arretrati gli altri”. Certo, oggi l’Italia non è l’Iran del 1989. Noi non siamo una teocrazia e il modo per emettere le condanne a morte, fisica o sociale, non sono coincidenti. Ma anche in Italia si isola chi mette nero su bianco una verità scomoda. La persona che dissente diventa un obiettivo. Si tenta di colpirla ridicolizzandola, spogliandola di autorevolezza. Sottraendole occasioni di lavoro. Facendo intuire che è meglio non collaborare con quella persona, perché se lo farai, quello stesso trattamento sarà riservato anche a te. Fai altro, passa oltre. Questo è il messaggio. È la macchina del fango, lo stesso Saviano ce ne parla da anni ormai. Un meccanismo perverso che non serve a colpirti fisicamente, o almeno non subito; basta convincere gli altri che, in fondo, “te la sei cercata”. Che l a colpa non è di chi ti minaccia, ma della tua parola che ha osato troppo.
Succede quando il potere politico indica un giornalista come un bersaglio: non sta solo esprimendo un'opinione, ma sta preparando il terreno. Non serve spegnere una voce per annullarla, basta renderla meno credibile, più sola, più esposta.
Per chi fa giornalismo d'inchiesta, come noi di Fanpage, questo è un rischio del mestiere che si conosce molto bene. Sia chiaro: la nostra cornice è diversa da quella di un uomo solo. Un giornale che esprime una chiara linea editoriale e un’opposizione politica ha degli strumenti di difesa che un singolo cittadino non possiede. Noi abbiamo una voce collettiva per rispondere colpo su colpo. Eppure lo schema che viene seguito è sempre lo stesso, tentando di ostacolare il racconto alternativo della realtà.
Ci è successo, ad esempio, dopo la nostra inchiesta "Lobby Nera", in cui abbiamo svelato i legami tra ambienti di estrema destra e figure legate a Fratelli d’Italia: in quel caso, invece di rispondere nel merito delle rivelazioni, siamo stati indicati pubblicamente come un bersaglio da delegittimare. Succede ogni volta che il potere, invece di confutare i fatti, prova a isolare chi ne parla. Ma se questo è il prezzo per continuare a raccontare la realtà con la schiena dritta, allora è un prezzo che siamo disposti a pagare. Perché essere considerati “un problema” da chi non vuole che si ponga la domanda giusta, in fondo, è la prova che stiamo facendo bene il nostro lavoro.
Conclusione
Nonostante siano trascorsi tanti anni, quella fatwa del 1989 non è mai stata revocata. Non possono farlo: significherebbe smentire Khomeini, l’autorità fondativa della Repubblica islamica. Sulla testa di Salman Rushdie, c’è ancora una taglia di oltre 3 milioni di dollari mantenuta attiva da una potente fondazione religiosa iraniana.
Dentro questa storia c’è un’ultima lezione, forse la più preziosa: la capacità di non farsi definire dal nemico. Salman Rushdie ha scelto di continuare a essere, semplicemente, uno scrittore. Oggi, oltre a raccontare la sua esperienza, scrive d’amore, scrive di vita. Ha smontato il piano di chi voleva ridurlo a un bersaglio.
Alle minacce risponde con una frase che è diventata uno scudo: “Un libro è una versione del mondo. Se non ti piace, ignoralo ed offri in cambio la tua”. Non rispondere con la violenza: rispondi con la tua parola.