L’ultimo bollettino della crisi di governo recita: in aumento le possibilità di un rimpasto, in calo quelle di una crisi “pilotata” (ovvero con dimissioni di Conte e reincarico lampo), stabili ma basse le quotazioni della rottura prolungata con Italia Viva, in ribasso quelle di uno scontro in Parlamento, minime le chance di un ritorno al voto in tempi brevi o di esecutivo tecnico – di coesione – di emergenza – di unità nazionale. Per quel che vale, insomma, nelle ultime ore sono aumentate le possibilità che la crisi aperta da Matteo Renzi possa trovare una soluzione politica senza clamorosi scossoni, fino ad essere addirittura riciclata come “momento di ripartenza dell’azione dell’esecutivo”. Vediamo nel dettaglio cosa potrebbe accadere nelle prossime ore.

La soluzione morbida: Conte ancora a Chigi

In tal senso sembrano andare le parole del leader di Italia Viva, che ha ribadito di non avere alcun problema personale con Conte e di essere pronto a una mediazione sulle proposte fatte pervenire dal suo gruppo, ma anche le indiscrezioni sul fallimento dei tentativi di reclutare una pattuglia di responsabili pronta a prendere il posto della componente renziana. Se la crisi dovesse avere questo decorso, dunque, a Palazzo Chigi resterebbe Giuseppe Conte ma squadra e programma di governo subirebbero cambiamenti chirurgici, con qualche casella di grande rilevanza che passerebbe di mano. Quasi scontato l’avvicendamento M5s – PD all’Istruzione (si ragiona anche di un riaccorpamento Scuola – Università), molto probabile un cambio alle Infrastrutture (De Micheli potrebbe ottenere un incarico diverso), resta da capire quale sarà il nome di Italia Viva per un ministero “pesante” (la soluzione Renzi agli Esteri e Di Maio all’Interno è suggestiva, ma i diretti interessati smentiscono; restano forti le voci su Boschi ministra o su un ripescaggio del “ministero per l’Attuazione del programma” di berlusconiana memoria, da affidare a un renziano di ferro). È una via d'uscita morbida, che richiede uno sforzo comune da parte degli azionisti della maggioranza, ma è anche una soluzione a tempo determinato: buona cioè per impostare la gestione del NextGenUE e per seguire la campagna vaccinale ma del tutto insufficiente per completare la legislatura senza ulteriori scossoni.

La crisi extraparlamentare

Non è un mistero che si tratti di una soluzione caldeggiata dai renziani e ben vista anche da una parte influente dei democratici: Conte che rassegna le dimissioni e torna alle Camere per ottenere la fiducia con una nuova squadra di governo e nuova piattaforma programmatica. Lo scenario prevederebbe una robusta svolta su punti essenziali (MES sanitario, governance del Recovery plan, delega ai servizi segreti, riassetto dei fondi su istruzione, infrastrutture e sanità) e un’accentuazione del carattere “politico” dell’accordo di governo, magari con la presenza di un vicepresidente del Consiglio (che andrebbe al PD) e di nomi di primissimo piano di Italia Viva e dei democratici all’interno dell’esecutivo. Un percorso che Conte vorrebbe evitare non soltanto per il pericolo di agguati in sede di voto parlamentare, quanto soprattutto perché si tratterebbe di un’operazione politicista che lo costringerebbe a sconfessare l’operato degli ultimi mesi e la fiducia nella sua attuale squadra. Oltre, ma questo probabilmente è destinato ad accadere comunque, a un sensibile ridimensionamento dei suoi personali margini di manovra.

Lo showdown parlamentare

Secondo i soliti bene informati, la parlamentarizzazione della crisi è opzione che perde appeal ora dopo ora, mentre chi scrive è convinto che resti comunque in campo, se non altro come suggerimento degli ultras contiani. Andare in Parlamento a verificare se Renzi e i suoi fanno fino in fondo, costringendo Italia Viva ad assumersi la responsabilità di una crisi in un momento delicatissimo per il Paese, è stata in effetti la prima tentazione del Presidente del Consiglio, che ha più volte lasciato intendere di volersi giocare la carta rivelatasi vincente con Salvini. Con il passare dei giorni, però, sono emersi più problemi che soluzioni: il fallimento del tentativo di formare un gruppo di responsabili, la compattezza dei gruppi parlamentari renziani, l’insofferenza dei grillini al dialogo coi forzisti e il poco entusiasmo del PD verso soluzioni pasticciate, hanno reso evidente l’assenza di alternative solide all’attuale maggioranza. In sostanza, Conte rischia di andare sotto in Aula e di chiudere definitivamente la sua esperienza politica, considerando le difficoltà nel costruire una nuova maggioranza o di ottenere il terzo incarico con tre formazioni diverse in meno di tre anni dal Presidente della Repubblica.

Ritorno al voto, governo tecnico e unità nazionale

Brevemente, diciamo che di tornare a votare non se ne parla. Lo sanno tutti, come ha detto Renzi per tranquillizzare i suoi, compresi Matteo Salvini e Giorgia Meloni che pure avrebbero motivo per chiedere che siano gli italiani a esprimersi. Il ritorno alle urne non è da prendere in considerazione (a meno di uno stallo clamoroso e prolungato) per una serie di problematicità insormontabili, tra cui ovviamente la più che probabile nuova esplosione dei contagi nelle prossime settimane (qui altre ragioni di grande rilevanza).

Del governo tecnico si è parlato a lungo, ma è forte la convinzione che Renzi non abbia alzato questo polverone per poi affidare gestione dei fondi europei, deleghe centrali e nomine varie a un tecnico indipendente. Dunque, affinché si configuri uno scenario di questo tipo servirebbe che il M5s mollasse Conte, accettasse un tecnico al suo posto e acconsentisse a governare assieme a Forza Italia o altre forze di centrodestra. O che Salvini mollasse Meloni e accettasse di sostenere un esecutivo con dentro il Partito Democratico e con un esponente tecnico gradito all’Unione Europea.

Più speranze ha il cosiddetto esecutivo di unità nazionale, che dovrebbe essere costruito sul modello della coalizione Ursula (dunque FI dentro) e prevedere una figura più strettamente politica al suo vertice (i nomi sono sempre quelli, inclusa l’ormai leggendaria “opzione Franceschini”). Occorrerebbe archiviare Conte, però. E sottovalutare il Presidente del Consiglio in carica è sempre un errore.