Come noto, esistono diverse “strutture” nelle quali accogliamo i migranti che sbarcano sulle nostre coste. Prima di tutto vi sono i CPSA (centri di primo soccorso e accoglienza), strutture in cui i migranti soccorsi in mare vengono sistemati in attesa di essere trasferiti nei centri “specializzati”: la permanenza in tali centri dovrebbe essere brevissima (24 / 48 ore al massimo), ma spesso ritardi burocratici e problemi di altro genere complicano i trasferimenti.

Poi ci sono i vari CDA, centri di accoglienza veri e propri: in queste strutture i migranti sono accolti e identificati “indipendentemente dal loro status giuridico”, prima che sia determinata la loro posizione di “regolarità o meno” per quel che concerne la permanenza sul nostro territorio nazionale. Come spiega una nota del Corsera, “in quasi tutte le strutture, gli stranieri non sono autorizzati a uscire durante le ore diurne, configurandosi una condizione di limitazione della libertà personale senza la necessaria convalida del giudice”.

I CARA sono invece i centri di accoglienza per i richiedenti asilo: anche in questo caso il tempo di permanenza è teoricamente limitato al disbrigo delle pratiche burocratiche e delle verifiche per l’ottenimento o meno dello status di rifugiato politico.

Mentre i CIE sono centri di identificazione ed espulsione: qui dovrebbero rimanere fino a 180 giorni gli stranieri destinatari di provvedimenti di allontanamento dal territorio dello Stato.

Da un accordo fra ministero dell’Interno, ANCI e UNHCR è nato nel 2001 il sistema per l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, lo SPRAR, che in sostanza garantisce la cosiddetta “accoglienza integrata”, affiancando alla distribuzione di vitto e alloggio anche misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento per i profughi.

È il modello "per eccellenza", quello sul quale il Dipartimento per l'Immigrazione intende puntare per il futuro (a meno di "sorprese" dalla questione hotspot, ma ci arriveremo). Il problema è che i Comuni, o almeno una buona parte, si mostrano poco o nulla interessati. Qualche tempo fa, nel commentare il mezzo fallimento del bando Sprar, sui 10mila posti a disposizione sono state presentate solo 5600 domande, il capo del Dipartimento per l'Immigrazione Mario Morcone spiegava: "Il problema è il consenso del proprio elettorato. Ho parlato addirittura di perfidie, pur di impedire l'insediamento di piccoli gruppi di migranti come carenze nella rete fognaria o visite continue dell'Asl. Ma l'accoglienza è una loro responsabilità per legge".

Il problema è focalizzato quasi involontariamente, ad esempio, dalla prefettura di Benevento che, in un avviso pubblico esplorativo, ricorda come “l’allocazione di molte strutture solo in alcune aree ha comportato una disomogenea distribuzione sul territorio dei centri e la contestuale avversione delle popolazioni che, pur se concettualmente pronte all’accoglienza, in alcuni casi hanno percepito l’elevata presenza dei migranti quasi come una forma di invasione”. Dunque, una distribuzione più equilibrata appare la condizione essenziale anche per un “miglioramento” del clima ed è per questo che i nuovi bandi si rivolgono soprattutto a quei Comuni che non presentano strutture ricettive operanti. Tradotto e semplificato: senza egoismi non ci sarebbe emergenza, con uno sforzo collettivo non ci sarebbero tensioni, con la partecipazione diffusa si eviterebbe la radicalizzazione di uno scontro che in realtà non ha proprio ragione di esistere.

Quella dei progetti SPRAR è una scelta finanche "conveniente" per i Comuni, oltre a essere un modello efficace e sperimentato di accoglienza e integrazione.

Il sistema è ideato in funzione di due obiettivi: garantire misure di assistenza e di protezione della singola persona; favorirne il percorso verso la (ri)conquista della propria autonomia. Per dirla con le parole del ministero, le persone accolte “non sono dei meri beneficiari passivi di interventi predisposti in loro favore ma protagoniste attive del proprio percorso di accoglienza”. È un percorso “integrato” che appunto verte sulla fornitura di assistenza sanitaria e sociale, di vitto e alloggio; sull'offerta di attività multiculturali; sull'inserimento scolastico dei minori; sulla messa in essere di progetti per l'inserimento lavorativo, l'orientamento e la formazione professionale; sulla garanzia della presenza della mediazione linguistica e interculturale, oltre che di un supporto legale.

Solo qualche giorno fa, poi, l'ANCI ha approvato le nuove modalità e procedure per il funzionamento dello Sprar, che seguono “l’Intesa tra Governo, Regioni ed enti locali del 10 luglio 2014 al fine di attuare un sistema unico di accoglienza dei richiedenti e titolari di protezione internazionale attraverso l'ampliamento della rete Sprar”. Le nuove norme serviranno a rendere più agevole la prosecuzione dei progetti già avviati e l'inserimento dei nuovi, “permettendo di superare l'attuale rigidità imposta dalla periodicità di pubblicazione dei bandi di adesione e optando per una gestione «a liste sempre aperte», così da accogliere le domande degli Enti locali senza più vincoli temporali ma solo in base alla disponibilità delle risorse”.

Come si entra nello SPRAR

Richiedenti asilo, rifugiati e titolari di protezione sussidiaria o umanitaria possono essere inseriti nel sistema SPRAR solo dopo una “segnalazione” da parte di enti locali, associazioni, prefetture, questure o centri di identificazione. I requisiti sono il possesso del permesso di soggiorno (o la richiesta di protezione), una “relazione sociale” (in cui siano elencate le “particolari esigenze di accoglienza e presa in carico della persona”), con l’analisi di “criteri ulteriori” come le caratteristiche peculiari dei richiedenti, la presenza di particolari vulnerabilità, la tipologia di permesso di soggiorno.

Quali sono e come funzionano le strutture di accoglienza

Come vi abbiamo mostrato, spesso le condizioni delle strutture di accoglienza lasciano a desiderare (un eufemismo): controlli sanitari scarsi, assistenza psicologica inesistente, sovraffollamento, incuria, sporcizia. Il tutto nell’indifferenza di chi sarebbe preposto al controllo: insomma, un business senza rischi per imprenditori, affaristi e speculatori.

Le strutture dei progetti Sprar devono rispondere a requisiti più stringenti, anche in considerazione del fatto che non vige la possibilità dell’affido emergenziale, vera e propria scappatoia regolamentare alla base di sprechi e disfunzioni. Sono gli Enti locali a dover garantire che le strutture (appartamenti singoli, nei quali i rifugiati hanno ampia autonomia gestionale, o centri collettivi con la presenza di operatori nelle ore diurne e notturne) siano in possesso dei requisiti in materia di urbanistica, edilizia, prevenzione incendi, igiene e sicurezza e rispettare le norme igienico-sanitarie relative a qualità, conservazione e somministrazione di cibi e ingredienti. Altro particolare da non sottovalutare è quello della collocazione dei centri di accoglienza nei centri abitati e in zone ben servite dai trasporti pubblici: il senso è quello di “non ostacolare la partecipazione alla vita sociale e l’accesso ai servizi del territorio da parte dei beneficiari”.

Nei centri si presta particolare attenzione al vitto e ai generi di prima necessità, che vengono forniti tenendo conto anche delle particolari esigenze legate a tradizioni culturali e religiose. Ovviamente le modalità di erogazione sono legate alle diverse conformazioni dei centri: ad esempio nel caso di appartamenti si opta per la distribuzione diretta di generi alimentari, nel caso di mense esterne alla struttura di accoglienza vengono erogati buoni pasto, nel caso di mense interne si forniscono diverse tipologie di menu e in specifiche situazioni si scegli di versare direttamente denaro ai beneficiari. Anche per la fornitura di vestiario, abbigliamento e prodotti per l’igiene si opta o per l’erogazione diretta da parte del progetto di accoglienza, o per un contributo in denaro o con un buono spesa.

Infine la questione del pocket money, che nelle linee guida del progetto Sprar è trattata con grande attenzione:

Il pocket money, oltre a consentire ai beneficiari di acquistare anche generi voluttuari e di non prima necessità, è uno strumento di supporto ai percorsi di inserimento. Permette, infatti, di acquisire maggiore confidenza con la valuta e di testare direttamente il costo della vita.

All’erogazione materiale del pocket money si deve procedere nel rispetto della dignità della persona. Pertanto si deve fare attenzione affinché non prenda i connotati di un “obolo”. A questo si può ovviare prestando attenzione ad alcune accortezze: distribuzione del denaro in un luogo “istituzionale” come, per esempio, un ufficio; la firma di una ricevuta da parte del beneficiario; la presenza di personale dell’ente locale preposto alla contabilità.