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Come con il nuovo obbligo sul TFR il governo Meloni ha messo in crisi la liquidità delle imprese

L’allargamento della platea delle aziende obbligate a versare il TFR all’INPS, rischia di privare le PMI di una storica leva finanziaria. Un cambio di passo che potrebbe spingere le aziende verso il debito bancario, frenando assunzioni e crescita proprio per evitare le nuove soglie.
A cura di Roberta Covelli
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Con una modifica reinserita nella legge di bilancio, il governo Meloni interviene sulla disciplina del trattamento di fine rapporto, ampliando in modo significativo la platea delle imprese obbligate a versarlo al Fondo di tesoreria dell’INPS. Una scelta tecnica, ma tutt’altro che neutra, che sottrae liquidità alle aziende, aumenta la loro dipendenza dal credito bancario e rischia di incidere sulle decisioni di crescita e di assunzione, soprattutto nel tessuto produttivo medio-piccolo.

Più imprese obbligate a versare il TFR all’INPS

Con l’articolo 1, comma 203, della legge di bilancio 2026 (legge n. 199/2025), cambia infatti in modo significativo la platea dei datori di lavoro obbligati a versare il TFR dei propri dipendenti al Fondo di tesoreria dell’INPS. In base alla disciplina previgente, l’obbligo era legato al superamento dei 50 dipendenti, ma la soglia dimensionale era determinata in modo statico, sulla base della media dei lavoratori in un anno di riferimento iniziale. La nuova norma estende invece progressivamente il vincolo anche alle aziende che raggiungono quella soglia negli anni successivi.

In concreto, allora, molte più imprese saranno tenute a versare al Fondo di Tesoreria INPS le quote di TFR non destinate alla previdenza complementare. È comunque prevista una fase transitoria: per gli anni 2026 e 2027 l’obbligo non si applica ai datori di lavoro per i quali la media annuale dei dipendenti dell’anno precedente sia inferiore a 60. Dal 2032, però, la soglia viene ulteriormente abbassata e l’obbligo di versamento scatterà già al superamento dei 40 dipendenti.

Il risultato è un ampliamento strutturale e permanente delle imprese coinvolte, con lo spostamento delle risorse dalla disponibilità delle aziende a quella dell’INPS, e un impatto sui flussi di cassa e gli equilibri finanziari.

Perché il TFR conta così tanto per l’equilibrio delle imprese

Per capire perché questa modifica incida così profondamente sugli equilibri delle imprese è necessario chiarire che cos’è il TFR e come funziona nella pratica. Il Trattamento di Fine Rapporto è una quota della retribuzione che il lavoratore matura, ma che viene corrisposta solo alla cessazione del rapporto di lavoro (o in caso di anticipazioni previste dalla legge). È salario differito, di esclusiva titolarità del lavoratore.

Per l’impresa, il TFR rappresenta un debito certo, iscritto in bilancio. Ma, finché non viene liquidato, costituisce anche una fonte di liquidità stabile e prevedibile. Le somme accantonate restano infatti nella disponibilità dell’azienda e possono essere utilizzate per finanziare il capitale circolante, gestire ritardi nei pagamenti o sostenere costi correnti senza ricorrere immediatamente al credito bancario.

In un sistema produttivo come quello italiano, caratterizzato da imprese di piccole e medie dimensioni, margini ridotti e un accesso al credito spesso non agevole, questa funzione del TFR ha storicamente contribuito all’equilibrio finanziario di molte realtà.

Meno liquidità interna, più dipendenza dal credito

Il conferimento obbligatorio del TFR al Fondo di tesoreria INPS priva le imprese di questa leva finanziaria. Finora, il TFR mantenuto in azienda ha rappresentato una forma di autofinanziamento a basso costo: l’onere per il datore di lavoro è limitato alla rivalutazione legale, generalmente inferiore ai tassi di interesse applicati dal sistema bancario.

Con la nuova disciplina, una parte di questa liquidità viene sottratta alle imprese. Per coprire lo stesso fabbisogno finanziario, molte aziende potrebbero essere costrette a ricorrere al credito, con prestiti bancari e altri prodotti finanziari, a condizioni più onerose. In una fase in cui i tassi restano relativamente elevati, il differenziale tra il costo del TFR e quello del finanziamento bancario può tradursi in una riduzione della marginalità operativa (e quindi della capacità di sopravvivere e investire), colpendo soprattutto le imprese con minore forza contrattuale nei confronti degli istituti di credito.

Nel medio periodo, questo meccanismo rischia di aumentare l’indebitamento e di incidere negativamente sul profilo di rischio delle aziende, rendendo ancora più difficile l’accesso a nuovi finanziamenti per investimenti produttivi.

Il nodo delle soglie dimensionali e il rischio di un freno alle assunzioni

L’aspetto più critico della riforma riguarda però il legame diretto tra obbligo di versamento e dimensione occupazionale. Il superamento delle soglie previste (prima 60, poi 40 dipendenti) fa scattare l’obbligo di conferire il TFR al Fondo per l’intera forza lavoro.

Questo meccanismo può generare un disincentivo concreto alla crescita occupazionale. L’imprenditore che si avvicina alla soglia si trova di fronte a un paradosso: l’assunzione di un lavoratore in più non comporta solo il relativo costo del lavoro, ma anche la perdita improvvisa di una leva di liquidità significativa per tutta l’azienda. In queste condizioni, la scelta può diventare quella di evitare le assunzioni o di ricorrere a forme contrattuali che non incidano sul computo dimensionale, scoraggiando la crescita delle imprese e aumentando ulteriormente la precarietà del lavoro.

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Nata nel 1992 in provincia di Milano. Si è laureata in giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci e il diritto al lavoro, grazie alla quale ha vinto il premio Angiolino Acquisti Cultura della Pace e il premio Matteotti. Ora è assegnista di ricerca in diritto del lavoro. È autrice dei libri Potere forte. Attualità della nonviolenza (effequ, 2019) e Argomentare è diabolico. Retorica e fallacie nella comunicazione (effequ, 2022).
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