I commentatori sui social si stanno scatenando da ieri mattina sull’inopportunità del gesto di Matteo Salvini, che circondato da telecamere e in diretta Facebook ha citofonato a una famiglia di origine tunisina della periferia di Bologna per chiedere se in quella casa abitasse uno spacciatore. Altri, stanno attaccando i giornalisti, rei di aver ripreso la scena, di aver dato spazio all’ennesima trovata elettorale del Capitano leghista, o anche solo di non averlo criticato in diretta, ma di aver assistito inermi alla scena. Gli oppositori politici, infine, stanno preconizzando derive anti-democratiche se dovesse vincere le elezioni in Emilia-Romagna, drammatizzando ulteriormente – semmai ce ne fosse bisogno – il voto di domenica 26 gennaio.

Comunque vada, tutti parlano di lui. Missione compiuta, ancora una volta. Parlano di Matteo Salvini, ma soprattutto parlano di periferie, di stranieri, di droga, di ordine, di sicurezza, di “pacchia finita”. Parole che sono la cornice perfetta per la narrazione salviniana, e che non a caso arrivano alla fine di una campagna elettorale serratissima con l’esito della sfida tra Bonaccini e Borgonzoni più incerto che mai.

Salvini, al solito, ci arriva imponendo i suoi temi, le sue parole d’ordine, il suo faccione divisivo, amato e odiato ormai quanto quello di Berlusconi, nel ventennio che fu. E la mossa di ieri, comunque vada il voto, è un coup de teatre che ha molto di berlusconiano: è il classico coniglio dal cilindro che la sinistra non vede mai arrivare, la mossa a sorpresa che polarizza il dibattito e si impone su tutte le altre iniziative che né Bonaccini, né i leader nazionali del centrosinistra – a proposito, chi li ha visti? – non riescono nemmeno a immaginare per imporre i loro temi, dalla scuola al sociale, dall’ambiente al lavoro.

Salvini ci ha purgato ancora, insomma. Si è preso la scena per tutta la campagna elettorale, con trecento comizi nel giro di pochi mesi. Ha sfruttato la forza uguale e contraria delle sardine per imporre la sfida emiliano-romagnola sul dibattito nazionale. Ha imposto giorno dopo giorno, tutti i temi che voleva imporre, soffocando sotto una valanga di post sui social, dichiarazioni alle agenzie e comizi su Facebook, tutti i buoni propositi del centrosinistra, nel raccontare il buon governo di Bonaccini degli ultimi cinque anni. Soprattutto, ha mobilitato una regione che fuori dall’asse della via Emilia e lungo le valli delle sue aree interne è vecchia, stanca e sfiduciata, come conferma il tasso di astensione record delle regionali di cinque anni fa.

Se questa strategia sia stata vincente o meno, o se nella polarizzazione Salvini ha commesso l’errore di risvegliare anche le coscienze di chi aveva smesso di votare a sinistra lo sapremo domenica notte. Per ora sappiamo che per l’ennesima volta ha condotto la campagna elettorale che voleva condurre. Si parla solo di lui. E tutti i suoi avversari, ancora una volta, ci sono cascati con tutti e due i piedi.