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Opinioni
22 Settembre 2014
15:28

Chi sta suicidando il Movimento 5 Stelle

Il Movimento 5 Stelle tra decisionismo e (mito della) democrazia diretta, tra liti interne ed emarginazione parlamentare, tra gerarchia e ideologia: cosa resta della rivoluzione di Beppe Grillo? E quale futuro per i non allineati al “fenomeno” Renzi? Analisi dell’alternativa che non c’è e che con queste premesse (forse) non ci sarà mai.
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Il 10 ottobre comincerà Italia5Stelle, la manifestazione grillina al Circo Massimo che pare destinata a diventare una sorta di nuovo momento fondativo, con l'incontro fra i cittadini e gli eletti nell'ottica del rilancio del Movimento sia dal punto di vista politico che da quello organizzativo. La kermesse rappresenta un momento cruciale nella vita del Movimento, che attraversa una delle fasi più complesse e delicate della sua storia e che ha un disperato bisogno di "ritrovare lo spirito degli inizi" e allo stesso tempo di "ripensare se stesso". È uno snodo importante, forse decisivo, dopo la mazzata delle Europee e la sostanziale emarginazione parlamentare degli ultimi mesi.

Sono questi, a parere di chi scrive, i due fattori che hanno alimentato le maggiori tensioni in casa grillina e che hanno favorito l'emergere di problematiche e polemiche, anestetizzate dal primo successo elettorale e dal montare dell'onda anomala a 5 Stelle (favorita dallo stallo politico della "non" maggioranza determinata dal voto del febbraio 2013). Della sconfitta alle Europee abbiamo ragionato qui e qui, sulla emarginazione parlamentare (spesso viene confusa con la "bocciatura" delle istanze presentate in Parlamento, che invece non c'entra nulla) vale la pena di riflettere ulteriormente a partire dall'atteggiamento tenuto in Aula, che sembra seguire (quasi) sempre lo stesso canovaccio con "scelte evidentemente forzate, azioni tra l’eclatante ed il grottesco (quando non vere e proprie “bambinate”), interventi in Aula sempre più aggressivi, in una gara all’insulto, alla dichiarazione ad effetto, all’applauso facile". A ciò si somma la difficoltà nel diffondere la qualità e quantità del lavoro svolto da alcuni parlamentari (la stessa struttura della galassia grillina in Rete favorisce l'emersione di contenuti di rilevanza minore, di tipo sensazionalistico / gossipparo, ma su questo ritorneremo), il rapporto "difficile" con i mezzi di comunicazione e l'aggressività della comunicazione renziana. È solo in questo quadro che va interpretato il caos in casa 5 Stelle, con le polemiche che si sostanziano ciclicamente intorno a critiche più o meno rilevanti.

Il centralismo (non) democratico e il decisionismo grillino – Avevamo già parlato di quanto il concetto dell'infallibilità (per non statuto) dei post grillini rappresentasse un enorme limite per la legittimazione dei 5 Stelle come forza politica (e potenzialmente come forza di Governo), ma è il complesso delle pratiche decisioniste e dirigiste del cerchio magico (sì, la definizione è abusata) a determinare l'insorgenza di "casi" che dividono e agitano la base. Polemiche e tensioni che raggiungono vette significative quando riguardano gli amministratori locali ed alcuni personaggi di riferimento per militanti e simpatizzanti. Soprattutto perché svelano la balla dell'uno vale uno e l'equivoco del Grillo – megafono: piaccia o meno, il M5S è (diventato?) un partito gerarchico e strutturato, con una serie di corpi intermedi e di sottostrutture, con una comunicazione (quasi) esclusivamente top – down e con una forte impronta decisionista. I post di Grillo (il quale solo raramente raccoglie istanze e ragionamenti condivisi dalla base) sono la forma attraverso la quale si concretizza ai massimi livelli questo sistema e rappresentano una surroga di ciò che manca (quasi completamente e in parte per scelta) al M5S: la riflessione ideologica, la declinazione di una identità politica che sia precondizione della discussione programmatica, la scelta di riferimenti chiari che vadano oltre un post ideologismo generico e vuoto. In questo senso, i ragionamenti e le considerazioni di Grillo si muovono in uno schema vecchio che, come abbiamo avuto modo di dire in passato, "andava benissimo per un movimento in costruzione, che ha la necessità di cementarsi intorno ad una figura carismatica e che tende ad eliminare il dissenso, accettando piccoli compromessi e atti di arbitrio in nome di una “missione più alta”, ma che va meno bene per la seconda forza politica del Paese, che non dovrebbe affidarsi ai monologhi ed al pensiero unico, men che meno a quelle che sembrano vere e proprie encicliche papali: con il “verbo” che giunge inaspettato e definitivo, senza discussioni preliminari e senza alcuna possibilità di modifica".

Il peso della struttura è ancora più evidente quando si tratta di "blindare" posizioni di forza, tamponare polemiche, chiudere questioni spinose. Qui la logica, condivisa da parte dei militanti, è quella della difesa del gruppo da attacchi esterni / interni, della eliminazione delle mele marce, del "fine ultimo" in nome del quale prendere decisioni anche dolorose e della "inessenzialità" dei singoli. Questo ultimo aspetto è citato spesso nelle riflessioni degli "integralisti" grillini, in particolare nelle polemiche su epurazioni, candidature, esclusioni: se fai parte del Movimento accetti di metterti al servizio di una causa, di un gruppo e non sei in cerca di rendite di posizione o di spazi personali. Ragionamento che ha senso, ci mancherebbe, ma che spesso non fa i conti con la necessità di legare messaggi a persone, istanze a professionalità, ideali a politici carismatici e capaci di andare oltre il recinto del Movimento. Ma soprattutto, è un ragionamento cresciuto all'ombra del mito della Rete e che non considera quanto sia avanzato il processo di personalizzazione della politica italiana, a vari livelli.

Il mito della Rete, la comunicazione, i social network – È il secondo maxi – blocco che a nostro parere testimonia l'involuzione del Movimento 5 Stelle. Partiamo dai social network, che hanno avuto e hanno, è parere diffuso, un ruolo chiave nella crescita del consenso grillino. Ecco, considerazioni accettabili per la sola parte di diffusione / mobilitazione / condivisione di messaggi calati essenzialmente dall'alto, mentre l'utilizzo dei social network da parte dei vertici del Movimento, se redditizio dal punto di vista economico (non ci interessa la polemica sui guadagni di Casaleggio eccetera), è pessimo dal punto di vista della pratica politica. I profili istituzionali del Movimento non dialogano, non fanno opinione, non si aprono alla partecipazione, non sono gestiti in maniera "umana": diffondono notizie più o meno attendibili (con le modalità del click baiting, peraltro), forzano la comunicazione di alcuni messaggi, spammano bufale, utilizzano un linguaggio banalotto e tecniche decisamente discutibili (con abbondanza di riferimenti sessisti) speculano su paure e insicurezze, solleticano i bassi istinti, spingono al manicheismo ed esasperano le contrapposizioni. Grillo non interagisce mai direttamente con i militanti o con gli utenti della Rete: non risponde alle loro domande, non ha un dialogo diretto, non gestisce direttamente il suo profilo twitter (il riferimento è chiaro), non monitora gli umori sui social, non ne studia le dinamiche e via discorrendo. Quanto alle mobilitazioni su twitter (che spesso portano al posizionamento tra i TT degli hashtag), varrebbe la pena considerarne la portata "reale" e la capacità pressocché nulla di penetrazione di messaggi complessi.

Del resto, come detto, è la comunicazione del Movimento 5 Stelle ad essere di tipo top – down (anche se, come nota Boccia Altieri, non guasterebbe provare a "spostare il riflettore da Grillo a quello che accade attorno e mettere in relazione strategie mono-direzionali con una realtà spreadable e contraddittoria fatta anche di legami deboli e di una costruzione di micro-relazioni e di viralità comunicativa tra cittadini connessi e produttivi") e a rappresentare un limite enorme per l'allargamento della base di consenso e (soprattutto) per il suo consolidamento a medio – lungo termine. L'enorme lavoro che fanno gli attivisti e gli stessi parlamentari viene valorizzato solo in parte e quasi esclusivamente come "vetrina" dell'attività svolta: non c'è il concorso alla riflessione programmatica, non c'è il supporto alla costruzione ideologica e via discorrendo. E il mito della Rete ha svelato la sua fragilità anche per quel che concerne la "progressività", o meglio l'esponenzialità, della crescita del pensiero critico e della riflessione teorica in grado di risolvere problemi, determinare soluzioni, rimettere in circolo informazioni e nozioni (per tacere proprio dei "mostri", che vi abbiamo raccontato qui). È accaduto perché l'organismo grillino si è rinchiuso dietro recinti e steccati, invece di aprirsi alla contaminazione si è involuto fino ad immaginarsi autosufficiente: gli spazi, anche fisici, di discussione sono diminuiti, i luoghi della partecipazione sono soggetti ad un controllo senza precedenti (certificazioni, autorizzazioni, autenticazioni), secondo un criterio escludente e non inclusivo. E la sindrome da accerchiamento e il terrore di essere costantemente sotto attacco hanno influito in maniera determinante e condizionato il lavoro sul portale, sul sistema operativo, nei meet up. Il problema è che, dopo una fase di confusione e di scontri continui, si è cominciato a pensare che il problema reale fosse rappresentato dalle stesse questioni, dalle polemiche, dal conflitto. E cosa resta quando da un organismo sociale si elimina il conflitto?

L'ortodossia, la democrazia diretta, la complessità della politica – Uno dei punti di forza della proposta grillina è rappresentato dalla riduzione della complessità della politica: non è vero che "tutto è difficile, tutto è complicato, tutto è oscuro", non è vero che non esistano soluzioni semplici a questioni complesse, non è vero che un semplice cittadino non possa comprendere la dinamica di processi elevati e partecipare alla costruzione legislativa in maniera attiva. È una poetica di ampio respiro, che mira ad un ribaltamento dei rapporti di forza e ad una vera rivoluzione della pratica politica; una ideologia (intesa come sistema di valori e come trasmissione di pratiche comportamentali, politiche, sociali) che "sfrutta" il concetto di democrazia diretta e si muove nell'orbita di valori ben definiti: onestà, trasparenza, collegialità, uguaglianza, solidarietà. Il tutto per il tramite della Rete o meglio, di una determinata idea di Rete, tra soluzionismo ed entità metafisica e salvifica (sulla questione, vastissima, vi rimandiamo quiqui e qui, solo per cominciare)

Ma, cosa accade quando lo strumento che dovrebbe garantire l'integrità dei processi e via discorrendo non rispetta quei principi che si va professando? Cosa accade quando manca qualunque forma di trasparenza nei meccanismi di partecipazione e negli strumenti di democrazia diretta? Cosa accade quando l'ampliamento degli spazi di partecipazione è contraddetto da vincoli di selezione / ammissione alla pratica democratica? Cosa accade quando la partecipazione alla vita del Movimento può avvenire legittimamente "solo" in uno spazio virtuale di proprietà del capo politico? Cosa accade quando persino l'utilizzo del simbolo è subordinato ad una decisione autonoma dei vertici?

La questione dei dissidenti è invece emblematica e contribuisce a spiegare il reflusso dell'onda grillina. Il problema non è nemmeno quello delle espulsioni o dell'emarginazione dei non allineati (pratica all'ordine del giorno nella politica italiana), quanto piuttosto il modo in cui vengono determinate le "eresie" e successivamente trattati gli eretici. Il problema è che con una riflessione ferma al "Non Statuto" (o peggio ancora declinata per punti, come nel caso dei programmi elettorali) e con l'assenza (voluta) di orientamenti ideologici, con la fragilità degli strumenti partecipativi (di cui abbiamo parlato sopra), il confine fra decisione legittima e atto d'arbitrio, fra scelta legittima del "movimento" e "abuso di potere", fra discussione e imposizione è sempre molto sottile. Questioni che acquistano rilevanza maggiore proprio perché, per citare i Wu Ming, "è inevitabile che vi siano contraddizioni nel M5S, vista l’estrema contraddittorietà del discorso e del programma: liberismo e «beni comuni», «meritocrazia» e «reddito di cittadinanza», pulsioni libertarie e pulsioni forcaiole, afflato universalistico e invettive contro i migranti che insidiano le nostre donne o i romeni che «sconsacrano i confini della patria» (questo è Grillo in persona, o chi gli scrive i post), democrazia «liquida» e uso verticale della rete, retorica dell’apertura e controllo rigido del trademark"; insomma, "su qualunque punto nevralgico si posi il dito, si tocca una contraddizione destinata ad acuirsi, perché una contraddizione può essere rimossa per qualche tempo ma non per sempre". C'è poi una questione non trascurabile: la democrazia parlamentare ha i suoi tempi e le sue regole: spesso è tecnicamente impossibile prendere il tempo necessario per "consultare la Rete", indire votazioni, giungere a linee partecipate, ma occorre agire con rapidità e decisione, "cogliendo le occasioni" che si presentano. Un partito tradizionale lo fa (o meglio, dovrebbe) sulla base di coordinate ideologiche o elettorato di riferimento, nel M5S questa parte manca completamente: se sia meglio o peggio, sinceramente conta poco, ma ciò rappresenta certamente un limite pratico per l'azione dei gruppi parlamentari.

Il consenso, la mediazione, i "compromessi" –  Quello realizzato da Beppe Grillo fin qui è stato un capolavoro, non ci sono dubbi. L'impatto dell'ingresso nell'agone politico del M5S è stato decisamente rilevante e finanche sottovalutato. E i paragoni con "L'Uomo Qualunque" sono del tutto impropri, sia dal punto di vista meramente numerico che da quello dell'incidenza sull'intero sistema politico italiano. Detto questo però, il Movimento si trova di fronte ad un bivio sostanziale: ripensarsi come forza di Governo o accontentarsi di battaglie di testimonianza e garantire un contrappeso a governi che godranno di una sostanziale stabilità. È una constatazione oggettiva, infatti, quella del passaggio dal #vinciamonoi, al #vinciamopoi, fino al #vinciamoprimaopoi e ancora al #anchesenonvinciamovabenelostesso: insomma, la linea della fermezza e dell'intransigenza non paga in termini di consenso.

Già, il consenso. Senza pretesa di esaustività, crediamo però opportuno fare una semplice considerazione, che in qualche modo rimanda ad un argomento già toccato. Nel momento in cui si alzano steccati e barriere, considerando il Movimento non più come una creatura in divenire ma come un organismo fatto e completo, si riduce evidentemente la capacità di penetrazione del messaggio in gran parte del restante elettorato. Se poi, quello stesso elettorato che si dovrebbe convincere viene a più riprese insultato, denigrato e sbeffeggiato, il cerchio è completo. E succedono cose del genere (questo è l'ex capogruppo alla Camera, mica un novellino):

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono vicedirettore e caporedattore area politica nella redazione romana. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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