C’è anche lui, Marco Carrai, l’uomo ombra di Matteo Renzi, tra gli indagati nell’inchiesta della procura di Firenze sui finanziamenti alla fondazione Open, la cassaforte della Leopolda e di quello che, dal 2009 a oggi, è stato il Partito nel Partito di Matteo Renzi. C’è anche lui, Marco Carrai, e per il leader di Italia Viva non è per una buona notizia, questa. Perché nessuno, forse nemmeno Luca Lotti e Maria Elena Boschi, sono mai stati a lui così vicini: loro sono il cerchio magico, del resto, Carrai è “l’uomo che sussurrava a Renzi”, come da fortunata definizione della Repubblica in un ritratto di fine 2017.

Chi è Marco Carrai

Carrai è cresciuto nel Chianti, a Greve, da una famiglia di piccoli imprenditori attivi nel mercato dell’edilizia e della rivendita del ferro, Carrai  è figlio di quello stesso ceto medio affluente in cui sono cresciuti Renzi, Lotti e Boschi. I suoi genitori, come quelli di Renzi, sono democristiani di ferro in terra rossa, e il piccolo Marco cresce nel mito dello scudocrociato. Il suo primo voto, però, è nel 1994, quando la Dc non c’è più. E Carrai – materiale per i dietrologi, questo – sceglie Berlusconi e Forza Italia. Errore di gioventù, lo definirà in seguito. Perché Carrai rientra presto nel Partito Popolare Italiano, di fronte alla scissione, sceglie la fazione di sinistra, quella che si schiererà a fianco di Romano Prodi e dell’Ulivo nel 1996. Il segretario provincia di quel Partito Popolare è un ragazzino che non aveva mai votato Berlusconi, ma che aveva partecipato a qualche quiz delle tv del Biscione: il suo nome è Matteo Renzi. Carrai siede al suo fianco e da lì non si muoverà mai.

Grande amico di Matteo Renzi

È a fianco di Renzi nella guida del partito, Matteo la mente, lui il braccio. È con Renzi nel 2004, suo capo segreteria quando viene eletto presidente della Provincia di Firenze. Nel frattempo gli apre la strada per Palazzo Vecchio come consigliere comunale della Margherita. A raccogliere voti e preferenze per lui, che non è animale da comizio, i cugini Paolo e Leonardo, ciellini, alla guida del Banco Alimentare e ben inseriti nel giro della Compagnia delle Opere fiorentina. Da quel momento sarà sempre lui, Carrai, il ponte verso il mondo Teo-con di Matteo Renzi, che a fianco a lui sarà spesso presente ai Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione.

Nel 2009, però, quando Renzi decide di sfidare alle primarie il candidato ufficiale del partito, il suo ex mentore Lapo Pistelli, Carrai sceglie di sfilarsi e di rifarsi una vita da uomo d’affari. Certo, quando Renzi vince, è comunque lui il consigliere del sindaco, l’uomo che sussurra. Ma nel frattempo tesse una tela che porta un po’ più lontano: amministratore delegato di Firenze Parcheggi, partecipata del Comune, in quota Monte Paschi di Siena. Membro dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze che è azionista di Banca Intesa. Consigliere d’amministrazione del Gabinetto Vieusseux, tra le più importanti istituzioni culturali cittadine. Presidente di Aeroporti Firenze, infine, e protagonista nella battaglia degli scali toscani che vedrà il capoluogo contrapposto a Pisa.

Uomo ombra dell'ex premier

Nel frattempo a Renzi comincia a stare stretto pure Palazzo Vecchio ed è sempre Carrai che gli costruisce le reti per tentare l’assalto al cielo e scalare il partito. La pista di decollo è la Stazione Leopolda, teatro delle kermesse renziane. È lui che raccoglie i fondi a nome della fondazione Big Bang, antesignana della fondazione Open ora sotto le lenti della procura di Firenze. Lui che tesse i rapporti con il nuovo ceto imprenditoriale e culturale renziano, da Oscar Farinetti ad Alessandro Baricco. Lui che si muove tra Firenze a Tel Aviv, considerato da molti l’uomo di Israele in Italia, o degli americani, di ogni colore politico, a giorni alterni. Le ultime notizie che si hanno di Carrai sono relative al suo ruolo di advisor di Jindal, il colosso siderurgico indiano, nell’acquisizione dell’acciaieria di Piombino. Nella fase più complicata della trattativa con i rappresentanti dell’imprenditore algerino, fu su suggerimento di Carrai che Jindal si affidò due docenti universitari e avvocati fiorentini anch’essi vicini a Renzi, Umberto Tombari, oggi in scadenza come presidente della Fondazione Cassa di risparmi di Firenze, e Alberto Bianchi, presidente di Fondazione Open, l’uomo al centro dell’inchiesta dei procuratori fiorentini. Il 5 giugno di quest’anno, Carrai entra nel cda di Jindal. E le malelingue mormorano ancora, quando Renzi, nei giorni della rottura sull’Ilva di Taranto con Arcelor Mittal, annuncia che troverà un’altra cordata, magari proprio quella Jindal che uscì perdente nella trattativa condotta per il governo dal ministro Carlo Calenda, sotto il governo Gentiloni. Dovunque ti giri, se c’è Renzi c’è pure Carrai. E dove c’è Carrai, prima o poi, spunta Renzi.  La sensazione è che questa inchiesta non faccia eccezione.