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Cappato a Fanpage.it: “Adesso Parlamento garantisca a tutti i malati che soffrono diritto a morire”

“La sentenza di oggi fa un passo avanti importante in questa direzione, ma non è sufficiente. Sette anni fa noi abbiamo depositato la nostra proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia: la Corte costituzionale per due volte ha chiesto al Parlamento di intervenire, adesso basta”: Marco Cappato commenta con Fanpage.it la sentenza della corte di Massa, che ha assolto lui e Mina Welby per la morte di Davide Trentini, 53enne malato di Sla che i due avevano aiutato ad andare in Svizzera per ricorrere al suicidio assistito.
A cura di Annalisa Girardi
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Marco Cappato e Mina Welby sono stati assolti per la morte di Davide Trentini. Oggi la corte d'assise di Massa ha stabilito che il fatto non sussiste e che i due non sono responsabili per il decesso del 53enne malato di Sla che aveva deciso di ricorrere al suicidio assistito nel 2017, in una clinica in Svizzera. Fanpage.it ha contattato telefonicamente Cappato per commentare la sentenza: "Questo è un precedente molto importante, che allarga l'applicazione della sentenza della Corte costituzionale per il diritto a essere aiutati a morire. Naturalmente però affinché questo diritto sia valido sempre e per tutti, senza bisogno di fare ricorso ogni volta in tribunale, ci sarebbe bisogno di un intervento del Parlamento. Che è quello che oggi manca: una legge che garantisca immediatamente per tutte le persone in condizioni di malattia irreversibile e sotto sofferenza estrema il diritto di essere aiutati a morire", ha detto.

Ora Cappato, che è tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, la quale sostenne Trentini raccogliendo i fondi necessari, afferma che continuerà l'azione di disobbedienza civile. "La nostra azione di disobbedienza civile continua, con un precedente importante a nostro favore. Continuiamo ad aiutare le persone che si rivolgono a noi, anche quelle che non sono necessariamente dipendenti da trattamenti di sostegno vitale".

Secondo l'attivista il diritto a decidere della propria vita fino alla fine, infatti, non spetterebbe solo a quei pazienti tenuti in vita da una macchina. Ma anche a coloro che devono sopportare sofferenze insostenibili: "Siamo convinti che il diritto a essere aiutati a morire non deve dipendere dalla tecnica con la quale uno è tenuto in vita. Faccio un esempio concreto: un malato terminale di cancro non è dipendente da un trattamento sanitario, ma può essere in una condizione di sofferenza insopportabile. Non si vede perché non debba avere diritto a essere aiutato nelle stesse condizioni di una persona attaccata a una macchina".

La cosa più importante, ora, è che il Parlamento intervenga, ribadisce Cappato: "La sentenza di oggi fa un passo avanti importante in questa direzione, ma non è sufficiente. Sette anni fa noi abbiamo depositato la nostra proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell'eutanasia: la Corte costituzionale per due volte ha chiesto al Parlamento di intervenire, adesso basta".

Infine, Cappato racconta di aver sentito la mamma di Davide al telefono subito dopo il pronunciamento della sentenza: "Ho sentito la mamma di Davide, era molto felice. Aveva avuto paura con la richiesta della condanna. Ha pianto, ma quando ha saputo dell'assoluzione era felice. Ci ha chiamati, a me e Mina, e sapendo il suo amore per Davide e quello di lui per lei, per me è stata la cosa più importante".

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