
“Uno dei due giocatori non può cambiare le regole a suo vantaggio prima di iniziare la partita”.
Anche un bambino di sei anni può comprendere il valore di questa massima, perché è uno dei capisaldi di una qualunque competizione leale: le regole non si cambiano prima di giocare. O comunque, nel caso, si cambiano assieme.
Quel che sembra scontato al parco giochi, evidentemente, non lo è in Parlamento. Dove la destra al governo, intimorita dal calo di consensi che sta registrando, dalla sconfitta al referendum, dagli effetti della guerra in Iran prossimi venturi e da una possibile recessione alle porte, sta pensando di cambiare la legge elettorale attualmente in vigore a poco più di un anno dalle prossime elezioni politiche.
Di più: sta pensando di farlo a maggioranza, coi suoi soli voti: se l’opposizione ci sta, bene. Altrimenti fanno da soli.
Dicono di farlo in nome della stabilità, per evitare un pareggio, ma in realtà è evidente anche ai sassi che lo fanno per inclinare il campo a loro favore.
La proposta di legge elettorale incardinata giusto in queste ore alla Camera dei Deputati, infatti, sembra scritta su misura per riportare Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
Prevede infatti l’indicazione del candidato presidente nel simbolo dei partiti o anche solo nei programmi.
Elimina i collegi uninominali con cui oggi si elegge il 37% dei parlamentari circa.
E prevede un premio di maggioranza molto importante alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti.
Sembrano tutte modifiche di buonsenso, ma come per la riforma della giustizia appena bocciata, il diavolo si nasconde nei dettagli.
Partiamo dall’indicazione del leader. Nel 2022 e pure nel 2018 la destra non aveva una leadership chiara. Per questo decisero di giocarsi l’opzione del tridente: tre leader, tre programmi diversi e chi prende un voto in più dà le carte. In quel modo la destra riuscì a massimizzare i suoi voti e non fu obbligata a trovare una sintesi prima delle elezioni. Bene: oggi le opposizioni si trovano in una situazione analoga e l’indicazione del leader li metterebbe in difficoltà. Detto, fatto.
Andiamo avanti. L’attuale legge elettorale prevede che più di un terzo dei parlamentari sia eletto in collegi uninominali, in cui in sostanza, vince chi prende un voto in più. È un metodo che favorisce chi ha una distribuzione di consenso più omogenea sul territorio nazionale: nel 2018, favorì i Cinque Stelle, nel 2022 la destra, mentre oggi, sondaggi alla mano, sembra favorire il campo largo. E quindi, via pure i collegi uninominali.
Terzo capolavoro. La nuova legge elettorale assegna un premio di maggioranza molto consistente alla coalizione che a livello nazionale ha anche solo un voto in più dell’avversario. E indovinate un po’ oggi, sondaggi alla mano, qual è questa coalizione?
Conosciamo l’obiezione: anche il centrosinistra, con Renzi, ha cambiato la legge elettorale prima del voto, nel 2017. Spiacenti, ma le cose sono un po’ diverse. Perché allora una legge elettorale non c’era: l’Italicum, la legge prevista nel caso fosse passata la riforma costituzionale, decadde automaticamente col No degli italiani. E il Porcellum, la legge allora vigente, che il governo Berlusconi impose agli italiani a pochi mesi dal voto del 2006 – anche in quel caso fatta su misura per non far perdere la destra – era stata fatta decadere dalla Consulta, perché incostituzionale.
Oggi una legge elettorale c’è, piaccia o meno.
E non c’è ragione di cambiarla, piaccia o meno.
Tantomeno da soli, piaccia o meno.
Farlo, e farlo a proprio vantaggio, senza che le opposizioni tocchino palla, è un colpo di mano inaccettabile, in un sistema democratico. Ed è un precedente che induce davvero ai peggiori timori, se chi ha in mente di fare una mossa del genere, vincesse poi le elezioni.