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Boldrini a Fanpage: “Dobbiamo archiviare il patriarcato, uomini accettino che parità non è una minaccia”

“Gli uomini che devono fare un percorso di consapevolezza e di crescita Capire che la parità non è una minaccia, che una donna non è un oggetto di proprietà di cui disporre a proprio piacimento. In buona sostanza, rifiutare categoricamente gli stereotipi di genere e le regole del patriarcato”: lo dice Laura Boldrini in un’intervista con Fanpage.it, parlando di violenza di genere, patriarcato e di come costruire una società più giusta.
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A cura di Annalisa Girardi
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All'ennesimo femminicidio, quello della ventiduenne Giulia Cecchettin, il dibattito sul contrasto alla violenza di genere torna con urgenza al centro delle cronache. Tantissime donne e ragazze fanno sentire la propria voce, anche molti uomini iniziano a partecipare alle riflessioni sulle distorsioni della nostra società. Si prende coscienza che il problema riguarda tutti: "Serve un cambiamento culturale profondo e radicale", dice in un'intervista a Fanpage.it la deputata del Partito democratico Laura Boldrini, ex presidente della Camera. E sottolinea come solo superando meccanismi e strutture patriarcali riusciremo a costruire una società più equa e, di conseguenza, meno violenta.

Giulia Cecchettin è la 105esima donna uccisa da inizio anno. La violenza di genere è radicata e pervasiva nella nostra società, non la stiamo combattendo con gli strumenti giusti?

Direi che la stiamo combattendo con strumenti parziali e insufficienti, puntando soprattutto sulla repressione e sugli aspetti penali che, però, non servono a evitare altri femminicidi, altre violenze, altri abusi. Le pene più severe, sia chiaro, servono, ma arrivano dopo, quando il peggio è già successo. Dobbiamo, invece, intervenire prima per evitare altre vittime.

Per fare questo serve un cambiamento culturale profondo, radicale e strutturale e  questo cambiamento passa dalla formazione per quelle figure che hanno a che fare con la violenza di genere – media, avvocati, magistrati, forze dell’ordine, personale sociale e sanitario – e per l’educazione all’affettività e sessuale nelle scuole. Bisogna insegnare ai ragazzi la parità e il rispetto, che una donna ha tutto il diritto di dire “no” senza che a questo rifiuto si risponda con la violenza.

La repressione non basta, serve ripartire dall’educazione: pensa che ci sia una consapevolezza condivisa a riguardo? In che modo va affrontata la rivoluzione culturale, che abbiamo sentito moltissimo anche nelle parole della sorella di Giulia in questi giorni?

La sorella di Giulia ha detto cose condivisibilissime e, per questo, sta a sua volta subendo un attacco indecente da parte di esponenti della destra politica e mediatica e della solita schiera di haters sui social network. Questo la dice lunga su come una certa area politica affronti il tema dei femminicidi. Ma, a quanto pare, finalmente qualcosa si muove e anche la maggioranza sembra essersi resa conto che quello che diciamo da anni non è più rimandabile. Al decreto approdato oggi in Senato, noi avevamo presentato degli emendamenti sull’educazione all’affettività e sessuale. Emendamenti che, però, alla Camera, sono stati bocciati dalla maggioranza. E abbiamo perfino sentito alcuni deputati di destra definirli “degradanti”, “pratiche aberranti”, “porcherie”. Ci rendiamo conto dell’arretratezza culturale?

Lei ha spesso parlato del fatto che, oltre all’educazione, serva anche tanta formazione in quelle categorie (come le forze dell’ordine, ad esempio) a cui le donne vittime di violenza si rivolgono. Cosa intende?

Intendo che la violenza va riconosciuta quando si presenta. Succede troppo spesso che una donna che denuncia veda sminuire i fatti che racconta derubricati a momenti di ira passeggeri, a niente di grave, “torni a casa, vedrà che si sistema tutto”. O che dobbiamo avere a che fare con sentenze che colpevolizzano le donne vittime di abusi e violenze.

Tutto questo non solo è sbagliato ai fini della tutela delle donne che trovano il coraggio di rivolgersi alle autorità, ma scoraggia enormemente tutte quelle che non lo hanno ancora fatto lasciando campo libero agli uomini di continuare ad agire la propria violenza.

In questi giorni si è parlato tanto anche di quello che le donne dovrebbero fare: non andare all’incontro chiarificatore, imparare a riconoscere i segnali della violenza ecc… Una narrativa di questo tipo è ancora necessaria o è vittimizzazione secondaria?

Il rischio di vittimizzazione secondaria è altissimo. Certo, nell’educazione all’affettività rientrano anche gli strumenti da dare alle ragazze per imparare a riconoscere per tempo una relazione tossica, i famosi campanelli d’allarme che devono essere colti prima che sia troppo tardi. Ma la responsabilità di quello che succede non è delle donne. Non c’è dubbio alcuno sul fatto che la violenza l’agiscono gli uomini e non c’è nessuna giustificazione davanti ad un femminicidio, a uno stupro, agli abusi, alle botte tra le mura di casa. Nessuna. Sono gli uomini che devono fare un percorso di consapevolezza e di crescita, su questo. Capire che la parità non è una minaccia, che una donna non è un oggetto di proprietà di cui disporre a proprio piacimento. In buona sostanza, rifiutare categoricamente gli stereotipi di genere e le regole del patriarcato.

In Senato è stato approvato di un disegno di legge che punta a contrastare la violenza di genere, pensa che sia un provvedimento che va nella giusta direzione?

Avevamo già approvato quel testo alla Camera, all’unanimità. Abbiamo voluto dare al governo un segnale di collaborazione perché è un tema urgente e pervasivo che riguarda, letteralmente, la sopravvivenza delle donne. È grazie ai nostri emendamenti che quel decreto, oltre all’inasprimento delle pene e alle misure cautelari, ora prevede la formazione per le figure professionali che lavorano nel campo della violenza di genere. Invece, come dicevo, le proposte sull’educazione all’affettività e a una sessualità sana sono state bocciate.

Il punto è che, nonostante le nostre richieste, non sono previsti fondi per la formazione che non si può fare a costo zero. Così come, ripeto, sono state bocciate le nostre proposte sull’educazione affettiva e sessuale nelle scuole . Mi auguro che, quando discuteremo la manovra, la maggioranza dia seguito alle posizioni di queste ore prevedendo dei finanziamenti per questi interventi. Perché la vita delle donne vale una voce di bilancio.

Meloni e Schlein hanno condiviso un appello per unire le forze contro la violenza sulle donne, superando le divisioni politiche. Lo condivide anche lei? Ci sono iniziative in campo in questo senso in Parlamento?

Ha fatto bene la segretaria Schlein a lanciare l’appello e spero che la prima donna presidente del Consiglio colga davvero questa occasione per dare un segnale forte e inequivocabile su un tema così urgente, a cominciare dai finanziamenti. Al momento, l’unica iniziativa in Parlamento è il decreto presentato dalla ministra Roccella. Il ministro Valditara ha annunciato un progetto per le scuole superiori. Non è ancora sufficiente: servono misure strutturali e strutturate che incidano profondamente sulla cultura e sulla formazione soprattutto delle giovani generazioni fin dai primi anni della scuola. Chiaramente, anche il corpo docente va sostenuto e formato. E servono misure trasversali che tocchino tutti gli ambiti della vita sociale del Paese. Solo mettendo in atto una vera rivoluzione culturale capace di archiviare il patriarcato si riuscirà ad avere una società più equa e meno violenta.

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