Barzotti (M5s): “Il governo Meloni colpevolizza i poveri e li prende in giro con misure inutili”

La deputata Valentina Barzotti commenta con Fanpage.it gli ultimi dati dell’Istat sulla povertà, accusando il governo Meloni di “colpevolizzare e ridicolizzare” chi è più in difficoltà e parlando degli effetti dell’addio al Reddito di cittadinanza.
A cura di Annalisa Girardi
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L'anno scorso nel nostro Paese oltre cinque milioni e mezzo di persone vivevano in povertà assoluta. Un dramma, messo nero su bianco dagli ultimi dati dell'Istat, su cui alcune forze politiche hanno chiesto direttamente a Giorgia Meloni di riferire in Parlamento, accusando il suo governo di non aver fatto nulla per contrastarlo. Anzi, di aver contribuito – con le sue politiche e misure – a rendere ancora più precaria e difficile la situaizone. Tra queste forze politiche c'è anche il Movimento Cinque Stelle: abbiamo fatto il punto della situazione con la deputata Valentina Barzotti, per commentare i dati e capire le ragioni dietro le accuse.

Avete chiesto a Giorgia Meloni di riferire in Parlamento e avete accusato il governo di essere diretto responsabile dei dati diffusi dall'Istat sulla povertà: perché? 

Il governo è responsabile di questa situazione drammatica. Ha colpevolizzato e ridicolizzato la povertà, ha distrutto il Reddito di cittadinanza e ne ha parlato come "metadone di Stato". Questo è un messaggio devastante. Il governo Meloni si deve prendere la responsabilità di quello che sta facendo: oltre a questa politica di colpevolizzazione, non ha predisposto assolutamente alcuna misura per andare a supportare in qualche modo le fasce più emarginate e più in difficoltà. Quelle che sono state messe in atto, tipo il fantomatico carrello tricolore e la social card – che praticamente si traduce in poco più di un caffè al giorno – chiaramente sono misure che non hanno nessun tipo di impatto.

Penso che attaccare la povertà sia qualcosa di veramente vergognoso. Ma peggio di attaccare la povertà è prendere in giro i poveri con delle misure che di fatto non li aiutano, anzi li mettono probabilmente ancora più in difficoltà perché li mettono di fronte all'impossibilità di far fronte alle proprie necessità. È proprio una politica vergognosa.

Palazzo Chigi, però, dice che questi numeri sono dovuti all'inflazione…

Palazzo Chigi può dire quello che vuole, ma la povertà è aumentata e non sono state avviate delle misure per contrastarla. Cosa ha fatto il governo per arginare l'inflazione? Non ci sono strategie industriali per il rilancio del nostro Paese. Sono più di undici mesi che non c'è crescita industriale: abbiamo un dato negativo ed è la prima volta che accade. Le altre misure, come appunto il trimestre tricolore, non sono state rinnovate, erano misure spot, momentanee, i cui effetti non si sono visti. La povertà è una condizione strutturale che deve essere affrontata con misure strutturali, non occasionali, perché appunto non servono assolutamente a nulla.

E il taglio del cuneo fiscale?

Il taglio del cuneo fiscale è stato confermato anche quest'anno, però Meloni ha la capacità incredibile di vendersi le misure create da altri governi. Ricordo che il taglio del cuneo fiscale è stato introdotto durante il governo Conte II, così come anche un'altra misura – che è quella dell'Assegno unico universale – che ha anch'essa un impatto sul contrasto alla povertà, perché aiuta e sostiene soprattutto per le persone più in difficoltà.

Un altro dato emerso dai numeri Istat è che sono aumentati i nuclei familiari in povertà dove ci sono componenti che lavorano: cioè persone che lavorano ma sono comunque povere. Come si affronta questo tema?

La questione del lavoro povero è complessa: mette le persone in una condizione di frustrazione incredibile, perché lavorare e non riuscire a mantenersi è un qualcosa di insopportabile. Noi abbiamo una proposta di legge sul salario minimo legale, che pone appunto la soglia di nove euro lordi l'ora. Che adesso, vista l'inflazione, andrebbe anche aumentata. Però di fatto questa proposta crea una distinzione tra quello che può essere considerato lavoro e quello che invece dovrebbe essere considerato sfruttamento.

Quando una persona lavora dovrebbe poter far fronte ai bisogni di una vita normale. Ora lanceremo una raccolta di firme per la proposta di legge di iniziativa popolare sul salario minimo e continuiamo a porre questo tema. La ministra del Lavoro continua a dire che la via per mantenere i salari dignitosi è quella della contrattazione collettiva, ma bisogna fare un po’ di chiarezza su questo. Per prima cosa la contrattazione collettiva non verrebbe intaccata dal salario minimo legale, ma supportata: dove manca la forza contrattuale interviene la norma e la contrattazione collettiva poi interviene oltre a questa sugli aumenti salariali e su tutte le altre questioni che ci possono esse. Ma se i salari in Italia sono stagnanti da 30 anni, evidentemente la ricetta della contrattazione collettiva da sola non è abbastanza. È dove manca lo Stato che si vanno a configurare queste situazioni problematiche, di salari bassi e di mercato che si autoregola al ribasso per andare a fare profitto.

Da tutti questi dati emerge l'impatto dell'addio al Reddito di cittadinanza?

Questi sono dati preliminari, quindi sono delle prime stime che ha fatto l'Istat. I dati definitivi li avremo ad ottobre. Ciò che è certo è che il Reddito di cittadinanza copriva circa 2 milioni e mezzo di persone, mentre Assegno di inclusione – con il Supporto formazione e lavoro – copre la metà di questa platea. Da una parte l'Adi è una misura molto rigida che va a coprire sostanzialmente solo i nuclei in cui ci sono minori, persone disabili e over 60, ma non riguarda tutta quella platea di persone che questo governo – per motivi a noi sconosciuti – ritiene occupabili. Però noi non sappiamo che storia hanno queste persone, perché si sono ritrovati in una situazione di povertà. Classificare in questo modo, discriminando le persone in povertà, è inaccettabile. Dall'altra parte, il Supporto formazione e lavoro (circa 350 euro a persona) funziona con brevi corsi di informazione: ma formare una persona, soprattuto se non ha certi strumenti, richiede tempo. Quindi è una misura totalmente inefficace e queste persone finiscono per ritrovarsi esattamente nella condizione in cui sono erano quando hanno iniziato il corso di formazione.

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