
Ci sono diversi elementi da considerare prima di fare qualunque analisi del voto del referendum sulla riforma della Giustizia, che ha visto una vittoria a dir poco trionfale del fronte del No. La natura estremamente tecnica della legge costituzionale che portava la firma del ministro Carlo Nordio, per cominciare, che ha reso molto complesso ogni tentativo di indirizzare il voto dei cittadini basandosi esclusivamente sul merito. Poi, il dibattito tra gli addetti ai lavori, esperti della materia, tecnici di settore e opinionisti di varia estrazione, che è stato quantomai serrato, probabilmente anche come reazione all’assenza di una vera discussione parlamentare, visto che il testo è arrivato blindato. Infine, il contesto politico generale, complesso come poche altre volte nella storia recente.
Tutto ciò ha contribuito a spostare la partita sul piano politico, esito non necessariamente scritto. In una prima fase, infatti, la tentazione diffusa è stata quella di un parziale disimpegno, non solo nell’idea di uno scarso interesse dei cittadini. Il problema stava in una sorta di calcolo rischi-benefici, che spingeva alla prudenza, nella considerazione dei “tecnicismi” di cui sopra, dei sondaggi che mostravano un quadro politico sostanzialmente cristallizzato e, infine, di logiche ombelicali. È quest’ultimo un punto piuttosto interessante, che resta nella sua interezza a prescindere dall’esito finale del referendum e che, alla fine, ha contribuito alla politicizzazione della contesa elettorale. Se il tema della riforma della giustizia è trasversale agli schieramenti, la strumentalità dei singoli posizionamenti è apparsa subito lampante alle leadership dei principali partiti italiani.
Meloni ha capito fin dall’inizio che la Lega avrebbe fatto il compitino, Tajani sapeva di non poter sbagliare anche questo appuntamento (dopo i siluri della famiglia Berlusconi), Schlein si è resa conto che parte della minoranza avrebbe provato a usare la sconfitta al referendum per sfiduciarla, Conte ha immediatamente pensato di mettere il cappello su una campagna elettorale molto sentita per il suo popolo, Renzi si trovava in mezzo al guado, non potendo sostenere fino in fondo una riforma che in larga parte condivide per non rafforzare la maggioranza e far scricchiolare ancora di più il campo largo.
Possiamo girarci intorno, ma la sostanza è questa: sono stati i partiti a caricare di peso e significato politico questo referendum, non sarebbe né onesto né corretto derubricare il voto di milioni di italiani a una mera questione "tecnica". Sono stati i partiti, in primo luogo quelli della maggioranza, a mistificare il dibattito, a strumentalizzare qualunque fatto di cronaca, a cercare di manipolare l'opinione pubblica, a inquinare la narrazione sulla giustizia in Italia e sulle sue storture.
E se i partiti di centrosinistra hanno ora il dovere di ascoltare il popolo del No, che è sceso in campo a difesa della Costituzione e contro una concezione privatistica dello Stato e delle istituzioni, lavorando senza personalismi e fughe in avanti alla costruzione dell'alternativa, allo stesso tempo chi governa il Paese deve assumersi la responsabilità di una sconfitta netta.
Non basta un video con la faccia contrita e il solito spin ai giornali amici con il "rammarico per non aver cambiato il Paese". Tradotto in poche parole, Giorgia Meloni non può far finta di nulla, non può continuare serenamente a governare senza prendere atto del fallimento dell'unica vera riforma impostata dal suo governo, per di più raccontando un Paese che non c'è. Quell'Italia autorevole e rispettata nel consesso internazionale (mentre siamo schiacciati sulla linea di Trump e lavoriamo per disgregare l'Europa), quel governo stabile e in luna di miele con gli italiani, quella classe politica pronta e preparata a riformare il Paese. Propaganda che si è sciolta nelle urne. Meloni ha la responsabilità di prendere atto di un fallimento che è anche, se non soprattutto, comunicativo.
Vittimismo, deresponsabilizzazione, ricerca continua del capro espiatorio, inquinamento dei pozzi: ci siamo abituati a considerare "normale", quando non addirittura corretta ed efficace, una comunicazione che aveva come unico obiettivo la ricerca del consenso per il consenso. Del resto, sondaggi e contese elettorali sembravano confermare questa nostra impressione: l'idea che lo "spontaneismo" di Meloni (l'autenticità spacciata per competenza, le forzature istituzionali, il disprezzo per la stampa non allineata e via discorrendo) fosse il meglio che la nostra classe politica potesse esprimere. Fino a che non si è trattato di "toccare" la Costituzione. L'ultimo argine prima della trasformazione dell'Italia nel laboratorio della nuova destra identitaria. La risposta degli italiani è chiara. E non c'è vittimismo che tenga.