Accordo Italia-Albania, ActionAid: “Meloni pretende di interpretare il diritto come le fa più comodo”

La Corte di Cassazione ha sollevato pesanti dubbi di costituzionalità sull'accordo Italia-Albania in materia di immigrazione. Secondo quanto emerge dalla relazione sul trattenimento dei cittadini stranieri, ci sarebbero infatti numerosi rischi di violazione dei diritti fondamentali, come il diritto alla salute, alla difesa, alla libertà personale e all'asilo, per le persone detenute nei centri di Gjader e Shëngjin. Un colpo ulteriore a un protocollo già fortemente criticato da giuristi, ONG e opposizione parlamentare. Fanpage.it ne ha parlato con Francesco Ferri, esperto di migrazioni per ActionAid e tra i rappresentanti del Tavolo Asilo e Immigrazione, che in questi mesi ha effettuato ben cinque missioni ispettive in Albania insieme a parlamentari italiani, per monitorare da vicino l'attuazione dell'accordo e per ascoltare le testimonianze delle persone trattenute.
La Cassazione ha evidenziato forti dubbi di legittimità sull’accordo Italia-Albania, in particolare per i rischi legati ai diritti fondamentali dei migranti. Quali sono, secondo voi, le criticità più gravi riscontrate sul campo?
Il livello di criticità si articola su due piani, uno generale e uno specifico: a livello generale, contestiamo l’uso strumentale del concetto di giurisdizione. Le persone vengono portate in Albania da navi italiane, sbarcano lì e, pur attraversando territorio albanese, si sostiene che il centro di Gjader sia territorio “sotto giurisdizione italiana”. Questo è un escamotage giuridico che non regge alla prova dei fatti. Di fatto, vengono deportate fuori dal perimetro UE, cosa che contrasta con il diritto internazionale ed europeo.
E sul piano specifico?
Sul piano specifico, ci sono altre violazioni molto gravi. Penso, ad esempio, al diritto alla tutela legale: i rapporti tra le persone trattenute e i loro legali sono difficilissimi, molto complessi e problematici a causa della distanza geografica, dunque assolutamente sporadici. Si comunicano quasi sempre a distanza, con grosse difficoltà pratiche, e questo impedisce una difesa effettiva. Il diritto alla salute è altrettanto compromesso: abbiamo incontrato persone in condizioni psicofisiche gravissime, sono numerosi i casi di autolesionismo, ci sono stati poi anche tentativi di suicidio. Alcune persone vengono riportate in Italia dopo una visita medica che accerta la loro inidoneità alla vita in un centro come quello di Gjader, ma il problema è che queste valutazioni dovrebbero avvenire prima del trasferimento, non dopo. Un’altra grave violazione riguarda il diritto all’unità familiare: le persone portate in Albania hanno spesso legami stabili e affetti in Italia, in alcuni casi da oltre vent’anni. Il trasferimento spezza tutto questo. E infine c’è la questione del trasporto coercitivo: le persone raccontano di essere state trasferite con fascette ai polsi, usate in maniera generalizzata e non valutate caso per caso; manca persino un provvedimento individuale di trasferimento in Albania, che sarebbe almeno impugnabile: non c’è, quindi non si può nemmeno contestare.
Il governo ha reagito accusando la magistratura di fare un "uso politico della giustizia". Cosa comporta questo scontro istituzionale per il diritto d'asilo in Italia?
Siamo di fronte a una torsione preoccupante del diritto d’asilo. Già prima dell’attuale governo era stato indebolito, ma oggi c’è un’accelerazione forte. Il governo Meloni sembra ritenere di avere il diritto d’asilo nella propria disponibilità, e di poterlo piegare a esigenze politiche. E il caso Albania lo dimostra: il primo progetto è stato ritenuto incompatibile con il diritto UE, e allora il governo ne ha ideato uno nuovo, ma ancora più in contrasto con le norme vigenti. Il diritto alla libertà personale, ad esempio, è praticamente annullato nel nuovo modello.
Tutto ciò è estremamente grave: grave perché parliamo appunto di diritti delle persone migranti che sono già sottoposte a un processo di precarizzazione molto lungo, è grave poi in generale che nell'architettura dei poteri, uno di questi poteri del governo ritenga di poter piegare il diritto alla luce delle sue esigenze contingenti.
Ci sono ricadute anche sul sistema europeo?
Si, sul piano europeo, la situazione è altrettanto preoccupante: l'Italia sta sperimentando un modello che l'UE non ha formalmente contestato, anche perché c’è in discussione un nuovo regolamento rimpatri (i cosiddetti return hubs) che riprenderebbe la stessa logica. Anzi, in quel caso si ipotizza addirittura che la giurisdizione sia totalmente nelle mani del Paese terzo, quindi non sarebbero applicabili neppure le garanzie UE. È un quadro davvero preoccupante.
Alla luce dei numeri reali molto più bassi rispetto agli annunci, e dei costi sostenuti, si può parlare di un fallimento operativo e politico del progetto?
Sì, senza alcuna esitazione: è un fallimento sia operativo che politico. Il sistema è precario, instabile, raffazzonato. Non solo non ha raggiunto gli obiettivi annunciati, ma nemmeno si avvicina a farlo. Il governo prova a mascherare questa inefficacia manipolando le statistiche. Ricordo quando la Presidente Meloni annunciò che "il prossimo weekend raggiungeremo la soglia di…": una statistica su un evento futuro, che è quasi comica, nel senso che è tutto un po' contrario rispetto all'idea di formulare dati che consentono alle persone di orientarsi. Oppure quando il ministro Piantedosi disse che il 50% delle persone era stato rimpatriato, calcolando questa percentuale dopo aver escluso dal conteggio tutte quelle riportate in Italia perché non idonee: è una forzatura totale dei dati. E poi c’è l'opacità assoluta. Quando andiamo in visita con i parlamentari, la prima domanda che fanno è: "Quante persone sono oggi presenti a Gjader?". E la risposta delle autorità è: "Non possiamo fornire questo dato".
Neppure a parlamentari in visita ispettiva?
No, neanche ai parlamentari in visita ispettiva! Questo è appunto emblematico della totale mancanza di trasparenza e rende impossibile capire davvero quante persone siano presenti nei centri, come vi transitino e in che condizioni. Abbiamo cercato di ricostruire questi dati con grande difficoltà, spesso usando metodi artigianali. Ecco perché parliamo della necessità di una trasparenza radicale. Invece, continuiamo ad assistere a un uso estremamente distorto delle statistiche, senza alcuna possibilità di verifica pubblica.