Il 2 novembre scatterà il rinnovo automatico degli accordi dell'Italia con la Libia, sottoscritti il 2 febbraio del 2017 dal governo Gentiloni quando Marco Minniti era ministro dell'Interno, che hanno dato avvio a una collaborazione con il Paese nordafricano per contenere le partenze dei barconi. Se il Parlamento non interverrà l'accordo verrà prolungato, e sarà valido per altri tre anni. Secondo il patto l'Italia potrebbe quindi continuare a foraggiare con milioni di euro la cosiddetta Guardia Costiera libica e a sostenere la gestione dei centri di detenzione.

Nei giorni scorsi anche il presidente della Camera Roberto Fico ha lanciato un appello: "Auspico come sempre un coinvolgimento del Parlamento, nelle forme dovute, in decisioni così importanti. Quanto a quell'accordo, ricordo a tutti che rispetto a tre anni fa la situazione è cambiata: in Libia c'è la guerra". 

Il tempo sta per scadere, e proprio per questo il Tavolo Asilo, composto da 26 realtà che si occupano a vario titolo di immigrazione – tra cui A Buon Diritto, Acli, Action Aid, Amnesty International Italia, Arci, Asgi, Avvocato di strada, Casa dei diritti sociali, Centro Astalli, Cir, Cnca, Comunità di S. Egidio, Emergency, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Intersos, Mèdecins du Monde Missione Italia, Oxfam, Save the Children Italia, Senza confine – vuole chiedere ufficialmente all'esecutivo giallo-rosso di fermare il memorandum, attraverso una lettera aperta, che sarà presentata domani a Roma. "Denunceremo i finanziamenti alle milizie libiche dall'Italia e dagli Stati europei. In questo momento la Libia è un Paese instabile, bisognerebbe andare lì per favorire il processo di pace, e invece il meccanismo di esternalizzazione delle frontiere non fa altro che alimentare questo conflitto – ha detto Filippo Miraglia, responsabile immigrazione di Arci – se noi evacuassimo le persone che si trovano in questo momento nelle prigioni gran parte del materiale in mano alle milizie per ricattare gli Stati europei verrebbe meno".

"L'orrore dei lager in cui vengono rinchiusi i migranti intercettati è stato ormai ampiamente documentato – si legge in una nota diffusa dal Tavolo asilo –  torture, violenze, stupri e altre vessazioni finalizzate a calpestarne li diritti e la dignità di esseri umani. Tutto ciò, unito alla guerra alle Ong che fanno salvataggi in mare, ha comportato un aumento esponenziale di morti nel Mediterraneo centrale, che ormai è diventata la rotta più pericolosa per i migranti in fuga".

Lo scorso 15 ottobre il Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico ha emanato anche un decreto che replica nella sostanza il Codice di condotta per le ong, approvato dal governo italiano nel 2017. Un decreto che vuole mettere i bastoni tra le ruote alle ong, e che è anche un tentativo per la Guardia costiera libica per auto-legittimarsi, e continuare a riportare i migranti che tentano di raggiungere le coste europee sulla terraferma, per poi rinchiuderli nelle prigioni. Si tratta comunque di un testo illegittimo, perché è stato emanato non da uno Stato sovrano, ma da una delle parti in causa della guerra civile libica.

"Ci manca pure che le varie bande libiche si mettano a dettar legge nel Mediterraneo contro le Ong che salvano le vite degli esseri umani". Lo afferma Erasmo Palazzotto di Sinistra Italiana"L'Italia, la Ue e gli organismi internazionali – prosegue il parlamentare di Leu – siano chiari e netti e non permettano che milizie armate prevarichino norme e convenzioni internazionali. Anche questa vicenda conferma peraltro che è necessario dd urgente che il governo italiano non rinnovi in alcun modo il memorandum con la Libia". 

"Gli accordi con la Libia hanno reso il Mediterraneo una delle frontiere più letali del nostro tempo – scrive in un comunicato la piattaforma Mediterranea – affidando a milizie e reti mafiose la vita di centinaia di donne uomini e bambini in fuga, arrivati a sentire la terra un posto meno sicuro del mare. Non è pensabile continuare ad osservare, inermi, le continue violazioni del diritto internazionale ed i continui processi di mistificazione della realtà, che equiparano la Libia ad un Paese con cui interloquire a livello nazionale ed europeo. La Libia è un Paese in guerra, la cui credibilità e legittimità nella gestione delle migrazioni trova fondamento proprio nella collaborazione con l’Italia e l’Europa: dall’auto proclamazione di una zona SAR nel giugno del 2018, alla formazione di una guardia costiera e la fornitura di mezzi ed armi, arrivando, addirittura, alla promulgazione di un codice di condotta libico. Notizia di oggi, infatti, è un atto redatto da una delle due parti in guerra in Libia su chiaro stampo del codice di condotta proposto da Minniti, volto non solo ad ostacolare il lavoro di chi opera in mare, ma ad annientarne proprio l’operato, tramite gravi intimidazioni e minacce. Quelle minacce armate che abbiamo visto proprio pochi giorni fa essere perpetrate contro l’equipaggio della Alan Kurdi e le 92 persone migranti soccorse, prese di mira dagli spari delle mitragliette della guardia costiera libica":