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"Quell’anello non ci avrà mai. C’è una cosa sola che è più forte di quell’anello e si chiama compagnia".
A sentire i palchi di Atreju o le convention di Fratelli d’Italia, sembra quasi di non essere a Roma, ma in una Terra di Mezzo in salsa tricolore. Da cinquant’anni la destra italiana vive di questa suggestione fantasy: si raccontano come piccoli Hobbit assediati, ultimi difensori del bene contro l’occhio infuocato del pensiero unico. Peccato che sia tutto falso. O meglio: è una narrazione che sta in piedi solo se del Signore degli Anelli si è letta solo la quarta di copertina, ignorando tutto ciò che J.R.R. Tolkien pensava, scriveva e difendeva davvero.
C'è un cortocircuito politico e culturale grande come una casa, che va smascherato una volta per tutte. Perché se il professor Tolkien potesse vedere chi oggi sventola i suoi libri come manifesti elettorali, probabilmente risponderebbe con lo stesso gelo riservato ai totalitarismi del Novecento.
Tolkien e il rifiuto del suprematismo
La destra post-missina rivendica l'autore inglese come un "padre nobile", dimenticando un dettaglio storico imbarazzante. Quando nel 1938 un editore tedesco gli chiese certificati di "arianità" per tradurre le sue opere, Tolkien rispose con una lettera di fuoco. Definì Hitler e i nazisti "quei piccoli ignoranti ignoranti" (scritto due volte, per essere chiaro), colpevoli di aver "rovinato il nobile spirito del Nord", pervertendolo in odio razziale. Mentre il governo attuale gioca con la parola "etnia", alza muri contro i disperati che arrivano via mare e fa accordi con i dittatori della sponda Sud del Mediterraneo, l'autore che dicono di amare scriveva che la storia della Terra di Mezzo è una storia di mescolanza, dove la purezza del sangue non salva nessuno, l'eroismo sta nella collaborazione tra le razze, il mettersi insieme ognuno con la sua abilità: dai nobili mezzi elfi di Gran Burrone ai piccoli hobbit della Contea. La compagnia dell’anello si mette insieme superando anche le diffidenze storiche tra nani e elfi.
Il paradosso ecologista: tifare per la Contea e cementificare l'Italia
Ma la vera beffa è quella ambientale. Tolkien era un ecologista radicale, un nemico giurato del motore a scoppio e della cementificazione. Il "male" è ben definito nell’opera tolkieniana e Saruman spicca essendo secondo solo a Sauron. Lo stregone bianco infatti è colui che ha "una mente di metallo e ingranaggi", che abbatte le foreste per alimentare l'industria bellica. Come si fa a citare Frodo e Sam e poi portare avanti politiche di riarmo e che strizzano l'occhio ai negazionisti climatici, difendono lo sfruttamento dell’ambiente per un uso sembra maggiore delle energie fossili e che vedono nella transizione ecologica un nemico ideologico?
Se oggi Tolkien votasse, non lo farebbe certo per chi difende il fossile. Starebbe con gli Ent, gli alberi che marciano contro le fabbriche per distruggerle. La destra italiana cita la Contea, ma nei fatti lavora per Isengard.
L'equivoco sul Potere
A chiudere il cerchio sull'appropriazione indebita ci ha pensato, da anni, il collettivo Wu Ming. Nel saggio Difendere la Terra di Mezzo, Wu Ming 4 ha spiegato con chiarezza chirurgica dove sta l'errore. "Tolkien non è un autore di destra", scrive, "è un autore che scrive storie sulla perdita del potere, non sulla sua conquista". Qui sta il punto che Meloni e i suoi sembrano non voler vedere. Per loro l'Anello è una metafora della resilienza, della "Compagnia" che fa quadrato attorno al Capo per governare. Ma nel libro la vittoria non è prendere il potere, è distruggerlo. "L'eroe tolkieniano è colui che sa di non poter usare l'arma del nemico senza diventarne schiavo", ci ricorda Wu Ming 4. Aragorn diventa Re perché accetta di servire, non perché urla più forte.
Lasciate stare gli Hobbit
Continuare a usare Tolkien per nobilitare una politica fatta di decreti sicurezza, gerarchie, sovranismo e nazionalismo muscolare non è solo un errore letterario. È una mistificazione. La destra italiana si guarda allo specchio e vede i Cavalieri di Rohan che caricano all'alba. Ma il rischio, leggendo davvero le pagine che citano, è di assomigliare molto più a Denethor: un sovrintendente arroccato nella sua torre d'avorio, consumato dalla paranoia dell'assedio, incapace di capire che il mondo fuori è cambiato. E che le radici profonde, per non gelare, hanno bisogno di cura, non di muri.
Una puntata di approfondimento con Loredana Lipperini e Valerio Renzi.