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Giorgia Meloni deve scegliere da che parte stare sul Venezuela: con Trump o con l’Europa?

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Il 2026 è cominciato totalmente all’insegna di un nuovo ordine mondiale. Un ordine che appartiene a uomini come Donald Trump, che seguono la logica della forza bruta, per cui per ottenere ciò che si vuole basta imporsi sugli altri. Poco importa delle regole che ci si è dati, del diritto internazionale. Il mondo del 2026 è un mondo in cui si può bombardare uno Stato sovrano, fare decine di vittime e prelevare il suo presidente. E mettere quel “presidente” tra virgolette – perché parliamo di Nicolas Maduro, un uomo alla guida di un regime oppressivo, che ha lasciato uno dei Paesi potenzialmente più ricchi al mondo cadere nel baratro della miseria – non cambia la sostanza. Cioè che l’operazione statunitense è stato un atto completamente illegale e illegittimo, una violazione della sovranità di un altro Stato.

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Dopo il Venezuela: chi c'è nel mirino di Trump?

In tutto questo ci sono due domande abbastanza urgenti. La prima è: chi sarà il prossimo? In queste ore Trump non sta mantenendo la cautela che in una situazione normale ci si aspetterebbe. Sta minacciando a destra e a manca. Di colpire una seconda volta il Venezuela, nel caso non si comportassero bene. E che significa questo? Nel caso la transizione di governo non andasse nella direzione voluta dagli Stati Uniti? Nel caso il paese non mettesse alla mercé di Washington tutto il suo petrolio?

Ma non è tutto: la lista di governi che farebbero bene a guardarsi le spalle si allunga. C’è quello cubano, un governo comunista; quello colombiano, che sarebbe complice nel traffico di droga usato come scusa per colpire Caracas; c’è la Groenlandia, per cui non vengono nemmeno inventate troppe scuse. “Ci serve”, si limita a dire Trump. E se serve agli Stati Uniti, tutto è concesso.

Cosa ha intenzione di fare l'Europa?

La seconda domanda quindi è: cosa ha intenzione di fare l'Europa? Di rimanere a guardare impassibile? O di reagire e delimitare la linea rossa che non possiamo sdoganare?

Per ora, tanto per cambiare, i leader europei si sono limitati a una serie di dichiarazioni in ordine sparso. Pur con delle differenze specifiche, la maggior parte sostiene questo: che Maduro era un dittatore opprimente e che il popolo venezuelano sta sicuramente meglio senza, ma comunque l’operazione militare statunitense è illegittima, una violazione del diritto internazionale.

Il ministro degli esteri francese, ad esempio, ha detto che nessuna soluzione politica duratura può essere imposta dall’esterno, che i popoli sovrani devono decidere del loro futuro, e che l’operazione militare che ha portato alla caduta di Maduro ha violato il principio di non uso della forza, cioè la base del diritto internazionale. Il governo tedesco ha detto di doversi prendere un po’ di tempo per valutare la qualificazione giuridica dell’intervento statunitense, ma che nei rapporti tra gli Stati devono valere i principi del diritto internazionale e che ora serve un governo legittimato dalle elezioni.

Più duro è stato il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez. Ha detto che la Spagna non riconosceva il regime di Maduro, ma che allo stesso modo non intende riconoscere un intervento militare che viola il diritto internazionale e spinge un’intera regione sul filo del rasoio. La Spagna ha anche firmato un comunicato congiunto insieme ad alcuni Paesi sudamericani (Brasile, Cile, Colombia, Messico e Uruguay) in cui si appella alla Carta delle Nazioni Unite e si denuncia quanto accaduto in Venezuela come un pericoloso precedente, che mette in pericolo la pace. Non solo: questi sei Paesi si dicono anche molto preoccupati che ci possa essere un’appropriazione esterna di risorse naturali e strategiche del Venezuela, cosa che sarebbe totalmente incompatibile con il diritto internazionale, nonché una minaccia per la stabilità politica, economica e sociale della regione.

La posizione di Giorgia Meloni

È totalmente diverso il tono del comunicato di Giorgia Meloni:

Ho seguito gli sviluppi in Venezuela fin dalle primissime evoluzioni. L’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto la auto-proclamata vittoria elettorale di Maduro, condannando gli atti di repressione del regime e ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica.  Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il Governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico. Continuiamo a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del Governo.

Cosa sta dicendo Meloni? Che l’uso della forza militare non sia la soluzione giusta per porre fine ai regimi, ma che se si tratta di un intervento difensivo allora è da considerarsi legittimo. Queste parole hanno subito innescato la reazione delle opposizioni, che di base l’hanno accusata di fregarsene del diritto internazionale e le hanno chiesto se intende restare dalla parte di Trump anche quando si prenderà la Groenlandia – un territorio sotto l’amministrazione della Danimarca, un Paese Nato – o quando condurrà operazioni in Colombia o a Cuba.

Le critiche delle opposizioni e la telefonata con Machado

Forse anche da Palazzo Chigi qualcuno si è reso conto che quel comunicato stonava un po’ con la realtà dei fatti. Anche perché poco dopo sono arrivate alcune dichiarazioni di Trump che non lasciavano molto margine di dubbio: l’amministrazione statunitense farà ciò che ritiene meglio per i propri personali interessi, al di là di quello che dicono le regole del diritto internazionale. Non è questione di narcotraffico, ma di petrolio. Non c’entra la sicurezza, ma il proprio tornaconto economico.

Questa è la realtà ed è complicata da legittimare. E allora, dopo le parole in favore di Trump, oggi è arrivata la telefonata a Maria Corina Machado, il premio Nobel per la pace che nelle scorse ore è stata sostanzialmente scaricata da Trump, descritta come una figura che non ha dalla sua un reale sostegno popolare, per governare. In questa telefonata, fa sapere Palazzo Chigi, “è stato condiviso come l’uscita di scena di Maduro apra una nuova pagina di speranza per la popolazione del Venezuela, che potrà tornare a godere dei principi base della democrazia e dello stato di diritto”.

La spina staliniana

Insomma, forse Meloni sta cercando di riallinearsi con gli Europei dopo l’uscita in favore di Trump. Forse si è resa conto che il sostegno alla Casa Bianca sì o sì potrebbe crearle più problemi del previsto. Visto che persino Mattei Salvini è uscito dicendo che l’operazione in Venezuela ha fatto emergere parecchie perplessità e che “la cosiddetta esportazione della democrazia non è una soluzione né prudente, né saggia".

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