Foto: Kenny Karpov/Sos Mediterranee
in foto: Foto: Kenny Karpov/Sos Mediterranee

L'ultimo in ordine di tempo è Macron che, appassionato com'è della sparata ad effetto, corre a additare la politica del governo italiano in tema di immigrazione come "vomitevole" poiché considera "immondo fare bassezze politiche quando ci sono in gioco vite umane". L'accusa, di per sé anche condivisibile, diventa un boomerang talmente facile che riesce ad assestarlo perfino Di Maio (pur con stupefacente bambineria: «e vogliono li aiutiamo noi, aprano i loro porti e noi gli trasferiamo un po’ di persone in Francia», ha risposto il capo politico del Movimento 5 Stelle). Macron del resto è il padre delle politiche d'accoglienza messe all'indice da praticamente tutte le associazioni umanitarie francesi e internazionali: è la vergogna del muro senza bisogno di un muro che a Ventimiglia respinge senza troppa cura delle buone maniere, è la donna incinta trascinata con la forza giù da un treno lo scorso 16 febbraio, è la chiusura del porto di Marsiglia sventolata con arroganza dal vice sindaco Dominique Tian ("una volta sbarcate, queste persone bisogna alloggiarle", disse il politico francese con l'acume di un burocrate applicato alla disperazione), è lo sconfinamento della gendarmeria francese in centro d'accoglienza italiano a Bardonecchia e, volendo ben vedere, è anche la raffica di bombe sganciate sulla Siria oltre ai morti congelati mentre tentano di attraversare le alpi. Ogni volta che un Macron attacca le politiche di Salvini il ministro dell'interno si fortifica e accumula consenso. Macron, del resto, sembra un Salvini che non ha avuto il coraggio di fare il Salvini.

Accade più o meno la stessa cosa anche in Italia: gli attacchi alla politica dei respingimenti (tra l'altro senza prendersi la briga di raccontare una soluzione, che è tutta politica, e si chiama revisione dell'accordo di Dublino ma a Salvini viene più facile tenendo ostaggi in mezzo al mare) che arrivano da chi ha sostenuto il governo di Minniti dei putridi accordi con la Libia, da chi ha urlato "aiutiamoli a casa loro" oppure da chi non s'è fatto scrupoli di collegare per calcolo elettorale l'immigrazione alla sicurezza (basta rileggersi alcune uscite della Serracchiani quando era presidente in Friuli Venezia Giulia) per Salvini e compagnia risuonano quasi come una medaglia. Se a disquisire della disumanità del ministro dell'interno sono gli stessi che avrebbero voluto chiudere i porti (solo che al posto di Toninelli allora c'era un Delrio che si oppose) oppure che hanno deciso di tagliare un grado di giudizio per snellire le richieste d'asilo diventa difficile accreditarli come oppositori. No?

Trovare nel Parlamento italiano politici specchiati che possano impartire lezioni di integrazione è un'impresa titanica a parte poche eccezioni come Laura Boldrini o il lavoro che Possibile ha fatto in questi anni (ma che paga l'assenza di Civati tra gli eletti) o la piattaforma programmatica di Potere al Popolo (che non ha superato la soglia di sbarramento). L'opposizione credibile e necessaria alla svolta che il Paese sta prendendo sui temi dell'integrazione, dell'accoglienza e della solidarietà e relegata al blocco sociale che in queste ore sta andandosi a coagulare qui fuori, ai sindaci che hanno deciso di alzare la voce e alle associazioni che da sempre sostituiscono lo Stato (o addirittura lo combattono) per mantenere potabili livelli di assistenza.

La strada è ancora lunga, insomma.