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Il faccia a faccia tra Donald Trump e Xi Jinping, a quasi una decade dall’ultimo viaggio del presidente statunitense in Cina, avviene nel momento più scomodo per la Casa Bianca. Perché un accordo con l’Iran non è stato trovato e proprio in queste ore il livello di tensioni nel Golfo è tornato a salire. Gli Ayatollah hanno scelto questa settimana per chiudere un round di manovre ed esercitazioni militari, con l’esplicito intento di “potenziare le capacità di combattimento contro il nemico sionista-americano”. E hanno messo in chiaro che se il Paese verrà attaccato nuovamente, allora l’arricchimento di uranio sorpasserà la soglia del 90%, quella che serve per costruire un’arma atomica. La strategia di Teheran è abbastanza chiara: ingabbiare gli Stati Uniti in questa guerra di logoramento, in cui alzare costantemente l’asticella dell’ostilità e dello stress, sfruttando il blocco dello stretto di Hormuz come arma negoziale.
La trappola USA
Gli Stati Uniti sono in trappola, in questa situazione. Continuano a dichiarare di essere pronti a usare la forza militare in modo ancora più violento, per costringere i Pasdaran alla resa, ma lo sanno che così facendo scatenerebbero un caos ancora più complesso di quello che stiamo vivendo. Perché Teheran in questi (ormai) tre mesi di guerra lo ha dimostrato: può resistere agli attacchi di israelo-statunitensi, può destabilizzare il Golfo attaccando a sua volta i Paesi di quell’area, e può arrecare danni considerevoli all’economia mondiale.
La Cina come mediatrice nel Golfo
In tutto ciò l’Iran riconosce la Cina come interlocutore, come potenza mediatrice per risolvere la crisi. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, è stato a Pechino pochi giorni fa, mentre ora sta partecipando al vertice dei Brics in India. Un vertice dove la concentrazione di un sentimento anti-statunitense (e anti-trumpiano, soprattutto) è piuttosto alta. La Cina potrebbe convincersi di essere in una posizione di forza, in questo faccia a faccia, e comportarsi di conseguenza. Ma non è chiaro se lo farà, mettendo sul tavolo rivendicazioni a proposito di Taiwan o dei dazi. Evitare qualsiasi tipo di escalation, forse è prioritario. Da parte di Trump, almeno a parole, sembra esserci la volontà di far andare tutto liscio. Ha detto che l’incontro andrà bene, che la Cina è forte ma militarmente gli Stati Uniti lo sono di più. Che Xi Jinping è un amico e che entro la fine dell’anno lo accoglierà negli Stati Uniti. E infine, che non ha bisogno dell’aiuto di Pechino sul dossier iraniano e che ci sono tante altre cose di cui parlare.
Cosa farà Xi Jinping
Gli analisti politici concordano abbastanza nel dire che Xi Jinping probabilmente proverà a dialogare con la Casa Bianca, evitando rotture. Il tutto per continuare indisturbato nel percorso di rafforzamento della potenza cinese. Un anno fa, quando era iniziato il secondo mandato di Trump, la Cina si era trovata nel mirino della guerra commerciale sui dazi. Ma poi l’attenzione, dal Pacifico, si era spostata verso l’Atlantico, con lo scontro interno alla Nato sulla Groenlandia, e poi ora al Golfo, in questa guerra con l’Iran. Gli USA sono un Paese che ha più problemi di quanti non ne avesse un anno fa. Trump dice che sono ancora la prima potenza militare, ma questo conflitto nel Golfo sta mettendo a dura prova la macchina bellica, con sempre più missili e droni che vengono utilizzati e una capacità di produrre armamenti che richiede ovviamente del tempo. Nel frattempo la Cina, invece, continua a sfornare armi, a rifocillare il suo arsenale, anche quello militare.
Terre rare, la leva di Pechino
Non solo. Pechino continua anche a portare avanti il suo percorso per rendersi più autosufficiente alle intemperie statunitensi, che si tratti appunto di tariffe o delle sanzioni alle sue imprese che commerciano il petrolio iraniano. Lo fa anche potendo contare su un primato importantissimo, quello che riguarda le terre rare. Un asso nella manica che gli garantisce di competere ad armi pari nella corsa tecnologica (e non è un caso che ad accompagnare Trump in Cina ci siano persone come Elon Musk e Tim Cook). Insomma Xi Jinping potrebbe usare questa leva, il momento di forza che arriva proprio nella fase più delicata per Trump, per costringere gli Stati Uniti a usare Taiwan come merce di scambio, riconoscendo la legittimità delle mire cinesi.
Alla Cina potrebbe non bastare un sostanziale disinteressamento statunitense dalla questione, ma potrebbe anche chiedere a Washington di sostenere pubblicamente la propria contrarietà all’indipendenza di Taiwan. Difficile prevedere cosa potrebbe fare Trump, se messo all’angolo. Potrebbe anche cedere, chiedendo in cambio alla Cina di intervenire a gamba tesa sullo stretto di Hormuz. Ma sarebbe uno scambio che compromette i due Paesi in situazioni di cui potrebbero presto pentirsi.
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